Perché la deflazione è un nemico

26/08/2014 di Alessandro Mauri

La caduta dei prezzi porta con sé più danni che benefici, a dispetto di quanto si potrebbe pensare. Vediamo la situazione delle economie europee e cosa potrebbe accadere

Continuano in questi giorni le dichiarazioni e gli interventi, soprattutto da parte della BCE, per scongiurare che l’Europa scivoli nella deflazione, come già alcuni dei suoi Stati membri. Ma perché un generale calo dei prezzi è così dannoso per un’ economia?

Calo dei prezzi – A prima vista sembrerebbe che il calo dei prezzi al consumo rappresentato dalla deflazione – vale a dire l’opposto dell’inflazione che invece è l’aumento complessivo dei prezzi – sia un elemento positivo, in quanto aumenterebbe il potere d’acquisto di famiglie e imprese, e potrebbe essere utile per rilanciare i consumi. In realtà occorre innanzitutto determinare che cosa causa la caduta dei prezzi: se si tratta di un calo dovuto all’aumento della produttività, e quindi alla capacità delle imprese di produrre più beni a costi minori, saremmo in effetti di fronte ad un fenomeno positivo, in quanto rappresenterebbe la salute e la forte crescita del sistema industriale di un Paese. Purtroppo però quello che sta accadendo in Italia (dove in alcune zone si è già entrati in deflazione lo scorso luglio) ed in altri Paesi europei è decisamente diverso, in quanto il calo dei prezzi è dovuto ad un calo deciso dei consumi e alla mancata crescita economica: questo spinge le imprese a ridurre i prezzi per riuscire a vendere la propria merce, e questa mossa è sempre considerata l’ultima spiaggia prima di difficoltà ben più serie.

Le conseguenze – Una volta compreso che l’attuale contrazione dei prezzi è dovuta al pessimo stato di salute delle economie del continente, ancora non abbiamo chiarito quali siano gli effetti sull’economia della deflazione. In una situazione nella quale i prezzi sono in calo, generalmente cala anche la fiducia delle famiglie, che si aspettano nuovi cali nei prezzi, ritardando le decisioni di acquisto, specie dei beni durevoli che più trainano un’economia, contribuendo ad una ulteriore diminuzione dei consumi, che porta a ulteriori cali dei prezzi e così via, in una spirale distruttiva. A loro volta le aziende, consapevoli di questo comportamento da parte dei consumatori, vedono ridursi le loro prospettive di crescita, e quindi sono costrette a ridurre gli investimenti o a ridurre i costi (per esempio riducendo la manodopera), creando danni notevoli all’economia. E’ chiaro che una situazione di questo tipo va evitata assolutamente, e si deve cercare in qualunque modo di spezzare questo circolo vizioso, come sa bene il Giappone, Paese che è stato in deflazione per 15 anni, tra il 1998 e il 2013, prima di trovare una possibile soluzione, attraverso l’intervento massiccio della Banca Centrale (si parla di un raddoppio della base monetaria dall’inizio delle operazioni).

Inflazione annuale nei Paesi UE, Luglio 2014 – Fonte: Eurostat

Lo spettro di Weimar – L’unico Stato che pare non avere ancora compreso le conseguenze di questa situazione è la Germania (insieme ai suoi Stati “satellite” Olanda, Finlandia e Austria), per la quale la deflazione coinvolge solo i Paesi indisciplinati (come l’Italia, la Spagna e la Grecia), mentre non dovrebbe manifestarsi negli Stati con i conti solidi. Al contrario, secondo Berlino, si dovrebbe temere molto di più l’inflazione, come insegna la vicenda della Repubblica di Weimar negli anni ’20 e ’30, durante i quali l’iperinflazione ha letteralmente distrutto il Paese ed ha aperto le porte all’avvento del Nazionalsocialismo di Hitler. Tralasciando il fatto che si tratta di avvenimenti vecchi di un secolo, per cui si potrebbe anche tentare di lasciarseli alle spalle, è evidente che tra l’iperinflazione ed un tasso di inflazione attorno al 2% (quale è l’obiettivo della BCE), corre parecchio spazio. E anche l’idea che la deflazione non possa colpire stati con bassi deficit e poco debito pubblico comincia a traballare.

I numeri non mentono – Se è vero che attualmente i Paesi in deflazione sono i meno virtuosi ( Spagna,Portogallo e Grecia), non occorrerà aspettare molto tempo prima che l’Olanda scivoli da un’inflazione allo 0,3% ad un livello negativo, così come la Finlandia (passata nel giro di un anno dal +2,5% al +1%) e la stessa Germania, ferma ad un misero +0,8%. Una volta avvenuto il passaggio in negativo, come giustificherà Angela Merkel la deflazione nel suo Paese, unita al calo del Pil (-0,2%, come la vituperata Italia), nonostante gli impeccabili indici di bilancio? E’ proprio questo momento che Mario Draghi attende con ansia per mettere la Bundesbank con le spalle al muro ed avere carta bianca per intervenire con misure ancora più drastiche di quelle fin qui assunte per allontanare lo spettro della deflazione (e della recessione) dal continente, con buona pace dei burocrati tedeschi.

L’eterna contrapposizione tra Europa continentale ed Europa mediterranea si manifesta anche nell’affrontare la caduta dei prezzi e dimostra, una volta di più, come in realtà all’interno dell’Unione Europea non ci sia una visione comunitaria dei problemi, ma solo interessi particolari molto miopi (dal momento che un intervento più incisivo della Bce aiuterebbe entrambe le parti del Continente).

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Alessandro Mauri

Nato a Como nel 1991, studente universitario. Laureato in Economia e Management presso l'università degli studi dell'Insubria di Varese, studia Finanza, Mercati e Intermediari Finanziari presso la stessa università. Vincitore di diverse borse di studio della CCIAA di Varese. Nel 2013 ha partecipato al salone europeo della ricerca scientifica di Trieste per il progetto studenti.
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