Per non dimenticare: i bambini della Siria

18/04/2014 di Mara Biral

Marzo 2011: all’alba della protesta contro Assad, i ribelli siriani - protagonisti della rivolta anti governativa - sognavano piazza Tahrir, ignari che la guerra civile fosse proprio dietro l’angolo. Il risultato è quello che tutti conosciamo, e a farne le spese maggiori i più incolpevoli: i bambini

Siria, le vittime innocenti

Con quanto rilevato dalle ONG locali e dal rapporto «Stolen Futures», realizzato  di recente dalla Think Tank Oxford Research Group e pubblicato in anteprima italiana da «La Stampa», viene mostrato per la prima volta il cimitero dei più piccoli tra i caduti in Siria in due anni e mezzo di conflitto: 11.420 minori, sette su dieci uccisi da razzi e bombe, mentre uno su quattro è stato colpito da proiettili. Senza calcolare ancora i 128 soffocati dai gas letali a Ghouta, il 21 agosto 2013. Un attacco questo che ha risvegliato la “coscienza addormentata” (spesso volutamente) dell’occidente, rendendola così consapevole di quanto stava avvenendo.

Prendendo in considerazione l’affermazione di Valerio Neri – Direttore Generale di Save the Children Italia «Il report analizzazto, conferma che la Siria è diventato uno dei posti più pericolosi al mondo per i bambini». A fare luce sull’accaduto anche il rapporto delle Nazioni Unite che copre il periodo da marzo 2011 a novembre 2013 – l’organizzazione internazionale denunciava la situazione affermando così quanto segue  “gravi violazioni contro i bambini” commesse “da tutte le parti coinvolte nel conflitto”. “Indicibile” è l’elenco dei maltrattamenti e delle torture a cui sono stati sottoposti:  “Percosse con cavi metallici, fruste e bastoni di legno o di metallo; ricorso a elettroshock, anche ai genitali; unghie di piedi e mani strappate; violenza sessuale, tra cui strupro o minacce di stupro; finte esecuzioni; bruciature di sigarette; privazione del sonno; isolamento; e costrizione ad assistere alle torture inflitte a parenti”.

Nonostante la diffusione di informazioni, si è agito anche e soprattutto grazie all’intervento diretto e di grande sostegno effettuato dall’UNICEF. Quest’ultima, infatti, ha reso noto i piani di assistenza sanitaria e scolastica a decine di migliaia di bambini siriani. Tali politiche d’intervento sono state annunciate a Ginevra in occasione del lancio di un Piano semestrale ONU volto a rispondere alla crisi, coordinato dall’Alto Commissariato per i Rifugiati (UNHCR). L’organizzazione opera al fine di garantire che i bambini siriani possano continuare gli studi nei paesi che li ospitano. Si stanno inoltre organizzando ulteriori attività educative, ricreative e culturali, mentre i bambini che soffrono un disagio psicologico dovuto a questa situazione riceveranno il sostegno di cui hanno bisogno; grazie all’operato di medici volontari provenienti da tutto il mondo. Per rendere possibile il tutto, l’UNICEF ha lanciato un appello di raccolta fondi per 7,4 milioni di dollari.

Delineando un quadro completo, si può quindi giungere a rilevare, come diffuso dal rapporto dell’UNHCR, che 4.000 sono i bambini siriani rimasti orfani: “Una vera e propria generazione di innocenti vittima di una guerra spaventosa. (…..) In oltre 70.000 famiglie di rifugiati, sottolinea il rapporto, non c’è il padre e più di 3.700 bambini sono senza genitori. Oltre la metà non va a scuola e molti sono costretti a lavorare”. In aggiunta a ciò, gli autori del rapporto hanno mostrato un altro fenomeno piuttosto allarmante: la mancata registrazione all’anagrafe dei nuovi nati; questi, infatti, rischiano di rimanere delle “non-persone”. Su tale problematica, una recente indagine dell’Unhcr in Libano ha accertato che il 77 per cento dei 781 neonati presi in considerazione non sono in possesso di certificati di nascita.

In conclusione, tutte le informazioni presentate nei diversi rapporti, quotidiani, riviste online, hanno avuto come compito quello di diffondere nel modo più esaustivo possibile la situazione che la Siria stava vivendo e che vive ancora. L’effetto è stato essenzialmente quello di rendere le persone conoscenti di quanto accaduto; riflettere su ciò che un conflitto sociale e politico può essere in grado di provocare. Senza dimenticare, però, che poco, per non dire nulla, è stato fatto per queste povere e incolpevoli vittime del conflitto, colpite, oltre che dalle bombe, dalla noncuranza del “Mondo Civilizzato”.

 

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Mara Biral

Nasce il 15 ottobre 1990 a Torino, dopo la maturità in Perito Aziendale e Corrispondente in Lingue Estere s'iscrive all'Università degli Studi di Torino presso la quale è attualmente Laurenda del Corso in Scienze Internazionali dello Sviluppo e della Cooperazione con una tesi in fase di realizzazione in Diritto Internazionale dell'Economia. Diverse le sue esperienze lavorative in Italia e all'estero, tra le più significative l'Inghilterra che le ha permesso di ottenere un master in Management e Marketing e il Brasile dove ha avuto modo di collaborare con le Istituzioni Italo-Brasiliane presenti sul territorio nordestino, Le sue aree d'interesse sono diverse e spaziano dalla tutela dei diritti umani, all'internalizzazione delle imprese, alla comunicazione internazionale.
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