Per frenare la corruzione serve meno politica

05/06/2014 di Federico Nascimben

Dopo i fatti delle ultime settimane torna in auge l'antico legame. Solo attraverso una profonda revisione del perimetro esistente tra pubblico e privato, unita ad una razionalizzazione della spesa pubblica ed al superamento di prassi consolidate si possono cambiare le cose

Corruzione Italia Politica

Nelle ultime settimane, a seguito degli scandali Expo e Mose, si è tornati a parlare del legame tra grandi opere, corruzione, politica e imprese. Tra chi cerca di rappresentarli come “complicità trasversali e mai recise” tra i partiti delle larghe intese che portano avanti grandi opere pubbliche non necessarie e distruttive nei confronti del nostro ecosistema, e chi come “controprove e conferme dell’esigenza di cambiare passo e classi dirigenti”. In realtà, poco sembra essere cambiato rispetto al passato, senonché oggi si rubi per sé stessi e non più per il partito, in un contesto favorito da crisi economica, scarsissimo senso civico e da un quadro burocratico-istituzionale estremamente complicato, frammentato, farraginoso e quindi incentivante nello stimolare legami relazionali che favoriscono derive corruttive.

All’interno di una tale cornice – in realtà abbastanza simile in tutti i Paesi dell’area mediterranea -, rappresentata da un’importantissima fetta di popolazione anomica, che vive la cosa pubblica come la cosa di nessuno e perciò dà spesso vita a comportamenti di stampo predatorio – oltre a quanto già scritto poco sopra -, il risvolto non può che essere dato da un tasso di corruzione intrinsecamente molto elevato. Ebbene, all’interno di una tale cornice, una delle soluzioni più efficaci è quella che vede nella diminuzione del perimetro d’influenza della politica la risposta.

Sarebbe inutile girarci attorno, la politica (a qualsiasi livello) in Italia intermedia da sempre in maniera eccessiva il rapporto tra pubblico e privato, Stato e società civile. Basta vedere il numero di società pubbliche e municipalizzate (con annessi posti di lavoro); le nomine all’interno del comparto sanitario; il ruolo improprio dei partiti all’interno delle fondazioni bancarie; i vari tipi di sussidi pubblici alle imprese e via dicendo.

Come ampiamente noto, uno dei principali sintomi di questa degenerazione (che un tempo prendeva i nomi di partitocrazia e lottizzazione) è dovuto all’aumento della spesa pubblica. Questo anche perché in un mondo completamente diverso da quello attuale, la politica della Prima Repubblica pensò bene di regalare generose pensioni con formula retributiva ad età del tutto inadeguate rispetto all’aspettativa di vita, oltreché c.d. “baby-pensioni” a determinate categorie, magari assieme a prepensionamenti dopo anni e anni di cassa integrazione per lavoratori in imprese che non avevano alcuna possibilità di stare sul mercato. Dando così luogo ad un meccanismo perverso che ha portato alla crescita esponenziale della spesa per interessi (e per pensioni, ovviamente).

Figura 1: tasso annuo di crescita del PIL e della spesa (al netto degli interessi sul debito) in termini reali, dal 1952 al 2010. Fonte: Dinamica, struttura e governo della spesa pubblica:  un rapporto preliminare, Piero Giarda.
Figura 1: tasso annuo di crescita del PIL e della spesa (al netto degli interessi sul debito) in termini reali, dal 1952 al 2010.
Fonte: Dinamica, struttura e governo della spesa pubblica:
un rapporto preliminare, Piero Giarda.

Come avremo modo di spiegare a breve, uno dei problemi principali della spesa pubblica è rappresentato dalla qualità di questa, cioè dall’output pubblico, visto che la maggior parte della spesa corrente si concentra in pensioni, interessi sul debito e stipendi: le prime due voci, al 2012, rappresentavano il 43% del totale, cioè 270 miliardi, mentre la somma complessiva delle tre arriva a 420 miliardi. Al contempo, per i servizi pubblici essenziali (sanità, istruzione, giustizia, ordine pubblico e difesa) spendiamo meno degli altri Paesi OCSE. Mentre la spesa in conto capitale (cioè per investimenti) è al minimo storico, circa 50 mld al 2012, con una diminuzione del 30% nel periodo 2009-2012.

Quanto sopra descritto evidenzia i motivi per cui negli ultimi anni si è registrato (e soprattutto si continuerà a registrare, anche secondo le previsioni) un costante aumento della spesa in conto corrente ed una costante diminuzione di quella in conto capitale. La figura 1, al riguardo, evidenzia bene le ragioni e la pesante eredità dello sperpero di denaro pubblico che rende così difficile effettuare i famosi “tagli”, per cui si è preferito agire, ad esempio, attraverso il blocco del turnover e lo stop alle indicizzazioni salariali e pensionistiche. Come riportato nello studio di Giarda, “le due serie statistiche hanno i trend in comune ma presentano, per singoli anni o periodi, andamenti differenziati e anche contrastanti. Negli anni fino al 1990 circa, il tasso di crescita della spesa è quasi sempre superiore al tasso di crescita del reddito reale. Nei due decenni successivi, sono presenti numerosi anni in cui vale la relazione inversa”. Molto interessante è la correlazione che viene in luce a seguito delle due bipartizioni (1954-1989 e 1990-2010): “nel primo periodo la relazione tra crescita della spesa e crescita del reddito è più precisa e più forte dell’analoga relazione per il secondo periodo. Nel primo periodo prevale un trend autonomo, non spiegato, di crescita della spesa pari al 3,14% all’anno che prescinde dall’andamento del reddito, mentre nel secondo periodo tale trend autonomo è pari solo all’1,16% all’anno”.

Visto il percorso di quanto finora scritto – e rimandando qui e qui per la relazione tra corruzione e appalti pubblici -, appare evidente che per provare a frenare la spirale perversa tra corruzione e politica occorre rivedere il perimetro tra pubblico e privato a discapito del primo, oltre ad un insieme di norme che favorisco il sistema in essere (aumento dei tempi di prescrizione e ripristino del falso in bilancio, solo per citare i due casi più eclatanti). Inoltre, occorre procedere ad una semplificazione delle normative e ad una razionalizzazione delle competenze dei diversi livelli di governo che favoriscono continui ricorsi, irregolarità e allungamento dei tempi e dei costi negli appalti pubblici.

Ricordando che tutto ciò dà luogo a delle forti distorsioni di mercato che disincentivano investimenti interni ed esteri nel nostro Paese, e che solo grazie ad una profonda revisione qualitativa (oltreché quantitativa) della spesa pubblica sarà possibile vedere dei cambiamenti nel medio-lungo periodo. Ma senza un cambiamento culturale e antropologico – difficile da raggiungere per età media e prassi consolidate, ovviamente – non ci sarà scampo, perché interventi normativi e riorganizzazione della spesa rischierebbero di andarsi a scontrare contro un tessuto sociale impermeabile, e quindi di vanificare i risultati sperati.

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Nasce a Pordenone nel 1989 il giorno della Santa Pasqua. Dopo aver terminato gli studi ragionieristici si iscrive alla facoltà di Scienze Politiche a Trieste. Conclude il suo percorso laureandosi con il massimo dei voti in Scienze di Governo e della Comunicazione Pubblica alla LUISS "Guido Carli" con una tesi in diritto del lavoro dell'Unione Europea. In accordo col Maestro, pensa che sia "difficile restare calmi e indifferenti mentre tutti intorno fanno rumore". Mail: federico.nascimben@europinione.it
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