Peppino Impastato a 35 anni dalla sua morte

09/05/2013 di Iris De Stefano

Il 9 maggio si celebra l’anniversario della morte di due personaggi estremamente diversi tra loro, ma accomunati dallo stesso modo di intendere la vita e il proprio lavoro: Peppino Impastato e Aldo Moro. Ma se del presidente della Democrazia Cristiana, rapito e ucciso dalle Brigate Rosse, se ne parla e parlerà, complici i da poco celebrati funerali di Giulio Andreotti, quella di Peppino Impastato rischia di essere una storia presto dimenticata.

La vita – Giuseppe Impastato nacque a Cinisi, città poco lontana da Palermo, nel 1948, nella situazione meno favorevole per una qualsiasi persona perbene: la sua famiglia era infatti strettamente legata agli affari mafiosi, con suo zio Cesare Manzella, capomafia ( era si presidente di Azione Cattolica in città, ma anche coinvolto nel contrabbando di sigarette e nel traffico di eroina fino a quando non venne ucciso nel 1963 ). Il padre, Luigi, aveva invece tra i suoi più cari amici Gaetano Badalamenti, altro capocosca legato al mondo degli stupefacenti e in seguito mandante dell’assassinio di Peppino Impastato. Ancora giovane Giuseppe ruppe con la propria famiglia, iniziando la propria attività di denuncia mafiosa e aderendo al Partito Socialista Italiano di Unità Proletaria ( PSIUP ). Attraverso la fondazione di cineforum, radio, giornali diventò sempre più conosciuto nella zona, ma proprio per questo scomodo, fino alla decisione di candidarsi nel 1978 nella lista di Democrazia Proletaria alle elezioni comunali.

peppino-impastato-638x425La morte – Quella riservata a Peppino Impastato si inserisce nel filone delle morti di chi si è ribellato al sistema mafioso, in cui è quasi più importante la denigrazione morale che l’effettiva cessazione di vita. Il 9 maggio del 1978 infatti, il corpo del giornalista antimafia fu ritrovato presso una ferrovia, in quello che –apparentemente- doveva essere un suicidio. La morte di un giornalista siciliano, causata da una carica di tritolo esplosa, passò in secondo piano nel giorno del ritrovamento del cadavere di Aldo Moro, rendendo ancora più facile sviare le indagini e l’attenzione dei media. I carabinieri, guidati dal maggiore Antonio Subranni si recarono infatti alla casa della zia di Peppino, dove il ragazzo viveva e trovarono un frammento di diario dell’autunno precedente in cui si leggeva la frustrazione per il tipo di vita condotta e degli accenni ad un’ipotesi di suicidio. Bastò questo per etichettare e confermare la tesi. Contro ogni evidenza: l’esplosivo usato era infatti da cava, il cranio del giornalista dilaniato in modi non compatibili con un’esplosione, gli occhiali e le chiavi di Radio Aut intatte e trovate a vari metri dal luogo della morte e addirittura due pietre coperte di sangue furono trovate in un capanno vicino ed quello su fu etichettato come sangue mestruale. I sassi quindi non vennero analizzati se non in seguito quando si scoprì che sicuramente non lo era, ma addirittura quello era sangue zero negativo, gruppo raro e neanche tanto stranamente, stesso gruppo del “suicida” giornalista.

La vicenda giudiziaria – Solo nel 1997, ben 19 anni e due archiviazioni dopo, Tano Badalamenti fu incriminato e Peppino Impastato iscritto all’albo dei giornalisti, segno del profondo ritardo delle istituzioni che già solo per questo motivo si potrebbero definire colluse. Perché infatti, la popolazione di Cinisi elesse comunque postumo il giornalista al Consiglio Comunale, credendo poco –evidentemente- alla storia del suicidio, mentre ci vollero vent’anni per incriminare il mandante di un omicidio di un personaggio scomodo? Eppure solo due giorni dopo la scoperta del corpo, in un comizio in città organizzato dalla madre, Felicia Bartolotta, dal fratello Giovanni, da Salvo Vitale e Umberto Santino ( che hanno raccolto la sua eredità spirituale ) , fu fatto il suo nome. Tano Badalamenti, venne condannato all´ergastolo solo nel 2002 ma il 30 aprile 2004 morì nel centro medico penitenziario Devens Fmc negli Stati Uniti dove stava scontando una pena a 45 anni per traffico di droga sulla rotta aerea tra Usa e Sicilia. Nel  marzo 2001 invece Vito Palazzolo, braccio destro di Badalamenti, e anche lui amico di Luigi Impastato, era stato condannato a trent’anni.

L’eredità – Se il padre morì di morte misteriosa poco prima del giornalista, al ritorno da quello che pare fu un viaggio in America per intercedere a favore del figlio, la madre di Peppino si è battuta a lungo per avere giustizia ed è morta nel dicembre del 2004, dopo aver visto condannare tutti i mandanti dell’omicidio del figlio e l’uscita del film “I cento passi” di  Marco Tullio Giordana con una magistrale interpretazione del giornalista da parte di Luigi Lo Cascio, che ha fatto conoscere la vicenda a tutta Italia. Come il fratello ha spiegato in un’intervista: “Mio fratello Peppino è patrimonio di tutti, non solo di una parte. Peppino è di tutti, le sue idee sono di tutti, non solo di alcuni militanti politici che fanno riferimento alla sinistra radicale. La pace, la fame nel mondo, l’ambiente, i beni comuni. È un peccato fossilizzarlo, ingabbiarlo all’interno di un’ideologia.” Non mitizzarlo dunque, ma celebrare e far nostri il suo impegno per l’antimafia.

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Iris De Stefano

Nata a Napoli il 02/10/90 dopo la maturità classica ha studiato Relazioni Internazionali a "L'Orientale" di Napoli e alla LUISS Guido Carli di Roma. Esperienze in Belgio e in Spagna.
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