Pensioni e pensionati italiani, fra molti problemi

10/04/2014 di Federico Nascimben

16,6 milioni di pensionati. 23,4 milioni di prestazioni pensionistiche. 270 miliardi di spesa pensionistica

La scorsa settimana INPS e ISTAT hanno reso nota la rilevazione annuale dell’Osservatorio statistico Casellario centrale dei pensionati sui trattamenti pensionistici aggiornati a dicembre 2012 (qui il link).

I pensionati sono 16,6 milioni di persone, e le prestazioni pensionistiche 23,4 milioni (più di una per ogni lavoratore attualmente occupato, si veda qui). Di questi il 42,6% (pari a poco più di 7 milioni di individui) percepisce un reddito pensionistico inferiore ai 1000 euro al mese, mentre l’1,3% percepisce oltre 5 mila euro al mese (210 mila individui) e lo 0,1% oltre 10 mila euro al mese (11 mila 683 individui). Secondo quanto riportato dal rapporto, inoltre, “il 67,3% dei pensionati è titolare di una sola pensione, il 24,9% ne percepisce due e il 6,5% tre; il restante 1,3% è titolare di quattro o più pensioni”. Nel 2012, la spesa complessiva per pensioni è stata pari a 270 miliardi e 720 milioni di euro (pari al 37,89% dei 714,4 miliardi di spesa pubblica al netto degli interessi sul debito, per l’anno 2012). Rispetto al 2011, i pensionati sono stati 75 mila in meno grazie alla riforma Fornero.

Disoccupazione, pensioni e riforme: i numeri
L’ex Ministro Fornero, autrice della riforma delle pensioni

Numeri che, se uniti al confronto tra il bilancio preventivo INPS per il 2014 e il bilancio sociale INPS per il 2012 (qui il link),  e ai conti dell’istituto previdenziale italiano dopo l’incorporazione nel 2012 della gestione Inpdap ed Enpals dei dipendenti pubblici (qui il link), e alle future “pensioni” dei lavoratori atipici (si veda qui), danno un’idea dello stato del nostro sistema pensionistico – nonostante, fino a poco tempo fa, molti dei nostri “rappresentanti” provassero a vendercelo come il “migliore del mondo”. Ovvero, il nostro sistema si caratterizza per le sue storiche problematicità (si legga “iniquità”), a cui si è cercato di porre rimedio con la riforma Fornero, ma che anche a causa dello stato dell’economia e della segmentazione del mercato del lavoro è destinato a perdurare nei suoi effetti perversi.

Appare quindi opportuno aprire gli occhi per dar vita ad una riflessione che consenta maggiori margini per una decontribuzione, soprattutto per i neoassunti; che consenta lo sviluppo di una previdenza integrativa; che faccia arrivare nelle case degli italiani la c.d. lettera arancione contenente la situazione contributiva personale; che porti ad un equo rapporto tra contributi versati e trattamento pensionistico ricevuto, eliminando le “agevolazioni” concesse dal sistema retributivo, così come dimostrato da lavoce.info; che faccia pulizia sulle finte pensioni di invalidità; che non consenta più che vi siano “baby pensionati“.

Insomma, quello che si chiede è semplicemente un sistema che non consenta più il campare di rendita che tanti problemi ora ci sta dando. Anche perché – è bene ricordarlo – la realtà prima o poi presenta sempre il conto.

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Nasce a Pordenone nel 1989 il giorno della Santa Pasqua. Dopo aver terminato gli studi ragionieristici si iscrive alla facoltà di Scienze Politiche a Trieste. Conclude il suo percorso laureandosi con il massimo dei voti in Scienze di Governo e della Comunicazione Pubblica alla LUISS "Guido Carli" con una tesi in diritto del lavoro dell'Unione Europea. In accordo col Maestro, pensa che sia "difficile restare calmi e indifferenti mentre tutti intorno fanno rumore". Mail: federico.nascimben@europinione.it
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