Pensioni: il Governo mette una pezza ma il problema rimane

18/05/2015 di Federico Nascimben

Con 500 euro a 4 milioni di persone il Governo mette un tampone sulla questione pensioni. La relativa voce di spesa, però, continuerà a creare problemi per i conti pubblici

Il presidente del Consiglio, Matteo Renzi, ieri, nel corso di un’intervista all’Arena su RaiUno ha annunciato le modalità dell’intervento governativo sulle pensioni colpite dalla c.d. norma Fornero e dalla recente sentenza della Consulta.

Renzi ha dichiarato che il suo esecutivo scriverà “una nuova norma che restituirà a 4 milioni di italiani dal primo agosto 500 euro a testa. Saranno però escluse dai rimborsi le pensioni sopra i 3000 euro. […] Ovviamente non sarà un rimborso totale. Ma ci sono 2 miliardi che mi ero tenuto per le misure contro la povertà”. Perciò, secondo quanto si legge sul Corriere, questa limitazione dell’esborso taglierà fuori 1,2 milioni di persone che non riceveranno nulla, mentre i 500 euro dovrebbero intendersi come media e al netto delle tasse, divisi in tre fasce di rimborso (3/4, 4/5, 5/6 volte la minima).

Continua Marro sul Corriere: “i 2 miliardi (500 euro in media per 4 milioni di pensionati) rappresentano circa un quinto rispetto agli 11 miliardi di spesa netta (15 miliardi al lordo delle tasse, che diventano 18 proiettando la spesa sul 2016), secondo le tabelle consegnate dal viceministro dell’Economia, Enrico Morando, in Parlamento per illustrare il costo dell’applicazione della sentenza della Consulta se si fosse deciso di dare tutta la mancata indicizzazione a tutti gli aventi diritto. Cinquecento euro in media sono davvero pochi rispetto a rimborsi pieni che avrebbero dovuto oscillare fra 1.500 e 3.000 euro netti. I ricorsi alla magistratura sono certi”.

Nel corso della settimana vedremo con quali modalità interverrà effettivamente il Governo: al momento un intervento per tappe sembra il più probabile. Trovandosi dinanzi al fatto compiuto, ad una sentenza ingiusta e dovendo intervenire con urgenza (limitando al contempo l’impatto sui conti pubblici), la pezza del Governo non mette certo la parola fine alla questione pensioni. Anche perché la sentenza n. 70 del 2015 non è che l’ultima di una serie – assolutamente discutibili – in tema di previdenza e diritti acquisiti: vale la pena ricordare le precedenti bocciature ai tagli degli stipendi più alti di dirigenti pubblici e magistrati e sulle pensioni d’oro. Sentenze che costrinsero il Governo Letta ad intervenire con altrettante misure tampone nella legge di stabilità del 2013, spalmando con maggiore progressività e scaglionando gli interventi che riducevano l’esborso per l’erario.

La voce previdenza, a seconda delle diverse tipologie di calcolo, rappresenta un capitolo di spesa pari a circa 250/300 miliardi di euro, vale a dire un terzo della spesa pubblica italiana (a spanne). Anno dopo anno il disavanzo complessivo – nonostante le varie riforme – tra entrate e uscite previdenziali aumenta: 25,4 mld nel 2013 sul 2012, 20,7 mld nel 2012, 16,4 mld nel 2011, 13 mld del 2010. Con la conseguenza che l’onere del sistema previdenziale a carico della fiscalità generale aumenta a sua volta: 103,8 mld nel 2013 contro i 94,1 del 2012.

Cosa fare, quindi? Oltre ad una forte ridefinizione del sistema che incentivi la previdenza complementare, visti gli interventi della Consulta – e in attesa di vedere attuato il Piano Boeri per un ricalcolo in senso contributivo, che però presenta alcuni problemi -, l’unica soluzione costituzionale sembra essere quella di estendere la “logica Letta” su indicizzazioni (come in parte fatto) e pensioni d’oro. Ma una serie di interventi così concepiti, in termini quantitativi, dà luogo a risparmi per qualche miliardo di euro al massimo. Certamente troppo poco per un Paese che vive con il costante rischio di ritrovarsi catapultato più o meno all’improvviso nell’estate 2011; sicché in quel caso la voce “spesa per pensioni” potrebbe venire degradata a “spesa aggredibile”.

Aggiornamento delle 16h00: Il Consiglio dei ministri n. 64 ha approvato il decreto legge che recepisce (in parte) le disposizioni che fanno seguito alla pronuncia della Consulta. Il primo agosto circa 4,7 milioni di persone riceveranno un rimborso che sarà di 750 euro per chi percepisce un trattamento pensionistico da 1.700 euro lordi; di 450 euro per chi percepisce 2.200 euro lordi; di 278 euro per chi percepisce 2.700 euro lordi. Per le pensioni oltre i 3.200 euro lordi non vi sarà invece alcun tipo di rimborso. Il costo della misura una tantum è pari a 2,170 miliardi che proverranno dal noto tesoretto a deficit (“parentesi rosa” è stato il termine utilizzato da Renzi in conferenza stampa).

Il ministro dell’Economia, Pier Carlo Padoan, ha spiegato che dal 2016 ci sarà “l’introduzione di un meccanismo di indicizzazione più generoso di quello utilizzato negli anni precedenti. […] Il provvedimento sulle pensioni si può dividere in tre parti: il calcolo degli arretrati con l’indicizzazione degli anni 2012-2013, arretrati che coprono parzialmente quelli previsti col taglio della legge Fornero; il calcolo dell’indicizzazione 2014-2015; e poi, a partire dal 2016, l’introduzione di un meccanismo di indicizzazione più generoso, in modo che i principi ispiratori della sentenza della Consulta, adeguatezza, gradualità e proporzionalità siano rispettati”.

Il decreto contiene infine l’anticipazione al primo giorno del mese della data per il pagamento della pensione, a partire dal primo giugno di quest’anno.

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Nasce a Pordenone nel 1989 il giorno della Santa Pasqua. Dopo aver terminato gli studi ragionieristici si iscrive alla facoltà di Scienze Politiche a Trieste. Conclude il suo percorso laureandosi con il massimo dei voti in Scienze di Governo e della Comunicazione Pubblica alla LUISS "Guido Carli" con una tesi in diritto del lavoro dell'Unione Europea. In accordo col Maestro, pensa che sia "difficile restare calmi e indifferenti mentre tutti intorno fanno rumore". Mail: federico.nascimben@europinione.it
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