Pensione anticipata: questo prestito non s’ha da fare

21/06/2016 di Alessandro Mauri

L'ipotesi del prestito dalle banche non sembra ottimale per garantire la pensione anticipata, ma gli spazi di manovra sono stretti

La flessibilità dell’età in cui andare in pensione, con la possibilità di anticipare il momento dell’uscita dal mondo del lavoro, è un tema molto sentito, e negli ultimi mesi sono state avanzate diverse proposte. L’ultima, quella del prestito da restituire in 20 anni, convince però molto poco.

La pensione anticipata – La necessità di garantire un meccanismo di uscita anticipata dal mondo del lavoro, rispetto agli attuali 67 anni, nasce da diversi fattori: innanzitutto tardare così a lungo la pensione significa liberare meno posti di lavoro per le nuove generazioni, bloccandone l’ingresso; in secondo luogo, nonostante l’età media e la qualità della vita siano aumentate, la pensione a 67 sembra essere eccessivamente elevata, anche considerando l’effettiva produttività sulla soglia della settima decade di vita. Tutto questo si scontra tuttavia con la scarsa disponibilità economica dello Stato italiano, nonché sulla sostenibilità del sistema pensionistico, messo tardivamente in sicurezza con la legge Fornero e minacciato dall’andamento demografico italiano, con un numero sempre crescente di over 70 e un calo dei giovani. Per questo motivo si stanno cercando, ormai da diverso tempo, possibili soluzioni che non coinvolgano i conti pubblici (o lo facciano il meno possibile) e che non minino la già precaria stabilità previdenziale.

Il prestito dalle banche – L’ultima proposta, in ordine cronologico, è la cosiddetta “Ape“, e riguarda la possibilità di anticipare la pensione di 3 anni grazie ad un prestito erogato nominalmente dall’Inps ma di fatto dal sistema bancario, da rimborsare in 20 anni e affiancato ad una assicurazione caso morte. Il governo pensa comunque di avviare una fase sperimentale tra il 2017 e il 2019 per i nati tra il 1951 e il 1953 e, benché siano ancora molti i punti da chiarire circa le modalità concrete con cui verrà implementata quest’ipotesi di riforma, sono già sorte numerose perplessità. Innanzitutto non è chiaro quanto sarà l’effettiva penalizzazione su chi sceglierà di andare in pensione in anticipo, sia nei tre anni coperti dal prestito (in quanto si sconterebbero i minori contributi versati) sia nei 20 anni successivi, dal momento che la pensione che si percepirà servirà anche a restituire il prestito, e qui tutto dipenderà dai tassi applicati. In secondo luogo le tempistiche ipotizzate dal governo non sono in linea con le aspettative di vita medie, che sono inferiori ai 20 anni, per cui le assicurazioni dovrebbero sicuramente coprire almeno 1 o 2 anni su ogni prestito, una soluzione tutt’altro che economica.

Quanto si perde? – Se possiamo ipotizzare che un buon numero di lavoratori sia disposto a rinunciare a qualcosa pur di anticipare la pensione di qualche anno, è altrettanto probabile che questo sacrificio economico non debba essere troppo sostenuto, altrimenti i costi supererebbero di gran lunga i vantaggi. Secondo le prime stime tuttavia nell’ipotesi avanzata dal governo gli effetti sulla pensione del rimborso del prestito potrebbero essere estremamente pesanti, con un assegno mensile più basso di una percentuale che va dal 10% fino al 25%, in base al lavoro svolto e allo stipendio percepito. Cifre che, se dovessero rivelarsi corrette, renderebbero palesemente poco appetibile aderire alla flessibilità in uscita, rendendo praticamente inutile l’intervento del governo. E gioverebbero molto poco le eventuali detrazioni fiscali ipotizzate per i redditi più bassi o per gli esodati.

Un sistema poco sostenibile – La realtà dei fatti è che un intervento pubblico, nell’ambito delle pensioni, non è facilmente ipotizzabile, a meno di reperire risorse superiori ai 10 miliardi di euro, e siamo tutti consapevoli della difficoltà di farlo mediante tagli della spesa (che, tra l’altro, già servirebbero a finanziare tagli delle tasse promessi dal governo e ad evitare l’applicazione delle clausole di salvaguardia). Per troppo tempo infatti si sono tollerate pratiche previdenziali estremamente miopi, in primis l’applicazione del sistema retributivo, che hanno messo in seria difficoltà il sistema previdenziale italiano. Ora le numerose riforme degli ultimi anni, tra cui la contestatissima riforma Fornero, hanno rimesso il sistema in carreggiata, anche a costo di forti sacrifici, e proprio per questo, comprometterne la stabilità sarebbe sconsigliabile. Resta dunque solamente l’opzione di coinvolgere il sistema privato, o trovare sistemi di flessibilità a costo zero, se si vuole correggere le distorsioni del sistema pensionistico senza fare un passo indietro nel percorso di risanamento dei conti pubblici e previdenziali.

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Alessandro Mauri

Nato a Como nel 1991, studente universitario. Laureato in Economia e Management presso l'università degli studi dell'Insubria di Varese, studia Finanza, Mercati e Intermediari Finanziari presso la stessa università. Vincitore di diverse borse di studio della CCIAA di Varese. Nel 2013 ha partecipato al salone europeo della ricerca scientifica di Trieste per il progetto studenti.
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