Le pene del calcio italiano: i problemi di un movimento in crisi

29/06/2014 di Luca Andrea Palmieri

Finito in anticipo il mondiale dell’Italia, il tempo dei bilanci è già iniziato. Il disastro generale, a cui sono seguite le dimissioni del ct Prandelli e del presidente federale Abete, ha portato una serie di interrogativi sul sistema calcio del nostro paese. La stampa specializzata si è svegliata tardi: sono anni che il nostro calcio è sulla via di un declino quasi endemico, ridotto nella portata solo da eventi isolati e da situazioni generali che ancora, un minimo, favoriscono il nostro paese.

I diritti tv – Un esempio è l’asta per i diritti televisivi, da poco conclusasi con l’assegnazione a Sky e Mediaset del pacchetto 2015- 2018 per un totale di 945 milioni di euro. Una cifra mostruosa, che però le emittenti televisive pagano ben consce che, tra abbonamenti e pubblicità, riusciranno nel quadriennio a rientrare dell’investimento con importanti ricavi. Segno che il prodotto calcio attira ancora. Ma ci sono un paio di considerazioni da fare: la prima è comparativa. La Premier League, oggi senza dubbio il campionato più ricco del mondo (nonché quello più competitivo, viste le ultime stagioni e la qualità delle rose), quest’anno ha ricavato dai diritti un miliardo di sterline, equivalenti a quasi un miliardo e duecentocinquanta milioni di euro. Una differenza di trecento milioni che si sente eccome. Senza contare che il modello di ripartizione inglese è molto più equo, mentre il nostro, giocando su alcuni criteri qualitativi e di “tradizione”, fa si che tra le grandi e le piccole ci sia un gap spropositato, che in Gran Bretagna non esiste.

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L’Emirates di Londra, lo stadio in cui gioca l’Arsenal

L’eterna questione stadi – Su questo punto i grandi club mantengono una posizione ferma, perché in Italia i ricavi televisivi sono la base di tutto il sistema. L’assenza di stadi di proprietà e di un sistema di promozione internazionale del marchio (alcune società hanno incominciato a lavorarci solo negli ultimi anni, con un notevole ritardo rispetto alle principali compagini europee), nonché di un merchandising curato e davvero efficace (spesso schiavo della tendenza italiana alla falsificazione), rende la televisione la fonte di introiti principale per tutti. Questo ci da la misura del gap che ormai ci divide dagli inglesi, dove una squadra come l’Arsenal, per fare un esempio illustre, conta si sulla sua notevole quota televisiva, ma anche sugli introiti di uno splendido stadio di proprietà, ben integrato nel territorio cittadino e che macina introiti anche grazie agli abbondanti servizi che offre, e a un marketing efficace. Insomma, un prodotto più ampio e molto più vendibile.

Da noi solo la Juventus, che già per il campionato 2012-2013 ha preso quaranta milioni in più della seconda classificata, il Napoli, è riuscita a costruire un proprio impianto: per ora i bianconeri stanno rientrando dell’investimento fatto, ma è certo che nei prossimi anni i vantaggi non tarderanno farsi vedere. La prossima dovrebbe essere la Roma, ma il ritardo è già notevole. Il rischio è che il gap tra la dominatrice dell’ultimo campionato e le altre si ampli, e questo non porterebbe niente di buono al nostro campionato: colpa di una sempre minore attrattività, soprattutto se la dominanza italiana non si traducesse in grandi prestazioni europee: i giocatori migliori, compresi quelli nostrani, finirebbero per lasciare il nostro campionato. Il problema è che bisogna superare una politica miope, influenzata pesantemente da giochi di potere, spesso locali, e da una diffidenza storica verso l’investimento privato (se non porta evidenti vantaggi politici).

I vivai perduti – D’altronde in Italia di calciatori stranieri ne arrivano già tanti, ma spesso di bassa qualità, e i grandi sistemi di scouting sono pochi (l’Udinese su tutte). Sarebbe meglio spendere meno soldi in ingaggi e più nella qualità, lasciando spazio per il resto ai nostri giovani. La polemica fatta partire dai senatori della nazionale è l’apoteosi di un problema che esiste: è vero che Buffon e De Rossi non hanno fatto una bella figura con le loro dichiarazioni, viste le prestazioni altalenanti di tutto l’organico, ma alcuni dati spiccano: negli ultimi anni sono solo quattro i giovani che dall’Under 21 fanno il salto in nazionale maggiore, e nell’ultimo decennio gli unici prospetti di livello (potenzialmente) assoluto che sono usciti sono Cassano e Balotelli: due che si sono un po’ persi per strada, sicuramente per limiti caratteriali, ma anche a causa di un sistema che non è riuscito ad evitare che i suoi giovanissimi campioni venissero risucchiati da un mondo che li idolatra e permette loro di avere tutto prima che abbiano davvero dimostrato qualcosa.

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Lionel Messi: l’esempio principe di “prodotto” del vivaio più importante degli ultimi anni, quello del Barcellona

Intanto i giocatori di alto livello stanno diminuendo: possibile che ci sia una diminuzione del talento nel nostro paese? Difficile. E’ molto più probabile che manchino gli investimenti nei settori giovanili, nello scouting, in metodi di allenamento più moderni che si adattino al calcio sempre più fisico dei giorni nostri, senza contare la storica tendenza a privilegiare la tattica in sfavore della tecnica. Sarebbe il caso di guardare ai modelli di altri paesi, come il Belgio o ancora meglio la Germania, che dopo i fallimenti nazionali degli anni ’90 hanno spinto per cambiare l’impostazione dei vivai, con risultati più che incoraggianti. Ci sarebbero decine di idee da sfruttare.

Società calcistiche? – Un altro problema sta proprio nel modo in cui il sistema calcio gestisce se stesso: è il caso dei presidenti, soprattutto di serie A, e del modo in cui concepiscono le squadre e valutano le proprie rose. Molti gestiscono la squadra in maniera padronale, e averla è un modo per entrare in certi circoli, aumentare il proprio prestigio personale e fare affari (si pensi al modo in cui certe società muovono decine di giocatori ogni anno). Il risultato è importante solo quando aiuta a migliorare i fattori appena descritti: avere una squadra in grado non solo di arrivare in Europa League (là il prestigio conta ancora), ma anche di giocarsela, significa dover investire di più, aumentare i costi senza la certezza dei ricavi, prendersi dei rischi: un po’ troppo per chi già ottiene il massimo dal proprio status. Al di fuori del discorso puramente sportivo, si intende.

Squadre, istituzioni, ultrà – Ultimo, ma non per importanza, è il problema delle tifoserie violente, degli ultrà. Quel che è successo alla finale di Coppa Italia è inaccettabile, e non è un caso isolato: nel caos dei fatti di Ciro Esposito e di Gennaro “a’ carogna” De Tommaso ci si è dimenticati delle cariche fuori allo stadio, dei blocchi all’ingresso e della gente entrata senza biglietto. Ma d’altronde fa notizia solo quel che va dal ferito grave in su. E non dimentichiamo le vergognose scene di Genova di un anno fa e, andando un po’ più indietro nel tempo, il caso Raciti. Potremmo continuare a lungo. Fatto sta che un calcio in ostaggio della violenza delle tifoserie di certo non attrae né sponsor né campioni: si chiude così il cerchio di un prodotto sempre meno vendibile e sempre più indietro rispetto al resto d’Europa.

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Uno scorcio dell’Olimpico il 3 maggio, durante il tesissimo pre-partita della finale di Coppa Italia

La situazione ultrà serve bene a sintetizzare tutti i punti finora analizzati. Da un lato ci sono istituzioni poco propense a mettersi contro folti gruppi che, attraverso l’uso di una violenza mirata, possono metterle in difficoltà. Dall’altro tra i maggiori colpevoli ci sono le società, che, per lo stesso motivo, preferiscono mantenere rapporti a dir poco “cordiali” con i gruppi più esagitati, al punto da contrastare, in sede istituzionale, la legislazione che li vorrebbe limitare (si pensi all’atteggiamento di certe società, tra cui le milanesi, nei confronti dei cori contro la discriminazione razziale). Il mix di responsabilità è letale: da un lato la legislazione è molto punitiva per le società, che rischiano per i comportamenti di pochi esaltati. Dall’altro le istituzioni non fanno nulla per favorire la costruzione di stadi di proprietà, che costringerebbero le società a doversi occupare totalmente della sicurezza negli impianti, facendo si che abbiano per prime tutti gli interessi ad isolare i violenti. E intanto arrivano figuracce mondiali, come quella del 3 maggio all’Olimpico.

Tra diritti tv, stadi, proprietà, vivai e tifoserie i problemi del calcio italiano sono ormai sovrabbondanti: è allucinante che si sia arrivati a questo punto, e che per rendersene davvero conto ci sia voluta questa serie di eventi. Tuttavia speriamo che tutto questo smuova le coscienze di chi gestisce il calcio italiano, e che il cambiamento inizi anche da qui: l’alternativa è che il gioco preferito degli italiani diventi sempre più piccolo, noioso, isolato e irrilevante.

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Luca Andrea Palmieri

Nasce a Napoli il 3/11/1984 e decide a 7 anni di voler diventare giornalista, ma è troppo curioso per non svariare tra gli interessi più diversi lungo tutto il suo periodo di formazione. Dopo varie fluttuazioni tra lavoro, studi ed esperienze all’estero si laurea presso la LUISS Guido Carli in Scienze di Governo e della Comunicazione Pubblica, indirizzo Istituzioni Politiche e Amministrative. Continua ad avere problemi col fatto di essere interessato più o meno a tutto lo scibile umano.
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