Pena di morte, c’è chi cancella e chi ci ripensa

29/05/2015 di Laura Caschera

L'ultimo stato USA ad averla abolita è il Nebraska, e il farmaco per l'iniezione letale è ormai introvabile. In Utah. però, torna la fucilazione, che in Cina è ancora il metodo più utilizzato per le esecuzioni capitali. Intanto, anche nella vecchia Europa, dove era stata abolita ormai ovunque, c'è chi torna a parlarne...

Dopo una lunga e durissima battaglia tra il governatore Pete Ricketts e l’assemblea legislativa, anche il Nebraska, una delle roccaforti negli Stati Uniti di conservatori e repubblicani, abolisce dal suo ordinamento la pena di morte. La cosa che sorprende è che gli stessi repubblicani si sono schierati apertamente contro l’atteggiamento di chiusura del governatore, portando all’abolizione della pena capitale. Salgono così a 19 gli stati a stelle e strisce che hanno cancellato dal loro ordinamento questo antico retaggio,  legato ad ideali e concezioni ormai superate dallo scorrere del tempo. Nonostante le voci contrarie (si pensi soprattutto a quelle di alcuni familiari delle vittime di omicidi, che per mesi hanno sostenuto le azioni del governatore), la riforma epocale sembra essere stata accolta con favore dall’opinione pubblica, e addirittura da alcuni degli ambienti più conservatori. Il Nebraska è il primo stato repubblicano ad abolire la pena di morte, dopo il North Dakota, che la estirpò dal suo ordinamento nel 1973.

La storia del Nord America e della pena di morte corrono sullo stesso binario, basti pensare all’immaginario comune delle carceri americane, e alle pellicole cinematografiche, dove raramente un condannato riesce a sfuggire al sottile e crudele giudizio del boia. Il primo Stato ad abolire la pena capitale fu il Michigan, nel lontano 1846, seguito poi, dopo sette anni, dal Wisconsin. Il processo, che ha portato nei 19 stati all’abolizione, è stato lento e frastagliato, e non sempre i protagonisti sono stati gli atti parlamentari. Se le conquiste degli ultimi anni ci sembrano enormi passi verso un vero modo di sentire la giustizia, bisogna però affrontare la realtà: la strada da fare è ancora tanta. Il baluardo assoluto dei repubblicani, il Texas, ad esempio, detiene il maggior numero di condanne capitali, e dal 2000 ad oggi sul suo territorio ci sono state 326 esecuzioni. Per non parlare degli Stati dell’eterna primavera, la California e la Florida, dove un numero impressionante di persone è in attesa nel braccio della morte.

L’opinione pubblica, sulla questione, ha ormai guadagnato così tanto terreno che le case farmaceutiche stanno boicottando la produzione di farmaci come il Pentobarbital. Quest’ultimo, infatti, sta diventando molto difficile da reperire, e la motivazione è semplice: in Danimarca, paese produttore di questa sostanza psicotropa, la notizia del suo utilizzo come “iniezione della morte” si  è diffusa solo recentemente, e così una mobilitazione partita dalla stampa ha portato la società a porre un blocco su tutte le vendite. A questa presa di coscienza hanno contribuito anche alcuni fatti eclatanti, su tutti l’esecuzione della condanna a morte di Dennis McGuire, avvenuta in Ohio nel gennaio del 2014. Il condannato è rimasto in agonia per 25 minuti, mentre in Arizona un altro ha impiegato addirittura due ore per andarsene. E allora c’è chi pensa ad un ritorno all’antico, come il governatore dello Utah Gary Herbert. Il politico ha firmato lo scorso marzo un progetto di legge che permette di ricorrere alla fucilazione per l’esecuzione di condanne a morte, nel caso in cui non siano reperibili alternative medicinali. Lo Utah, nel terzo millenio, diventa così il il primo Stato americano a legalizzare nuovamente l’utilizzo di un plotone di esecuzione. Lo stesso Herbert ha ammesso che si tratterebbe di una proposta “macabra”, ma necessaria, vista la quasi totale irreperibilità di sostanze che permettano di effettuare l’iniezione letale.

Ma se il ritorno del plotone di esecuzione negli USA appare agli occhi dei più come una totale negazione di dignità, in paesi come la Cina, dove la pena di morte è ammessa per un numero considerevole di reati, e non solo per i crimini più efferati, questa è la regola. Quando non si è “graziati” dall’iniezione letale, il metodo ordinario di esecuzione della pena è la fucilazione, e, come in uno dei migliori di film di guerra, un gruppo di condannati è posto davanti al plotone, collettivamente, e, dopo gli spari, alle famiglie viene addirittura addebitato il costo del proiettile.

Se molti Stati d’oltreoceano sembrano avviarsi verso un ripensamento, la situazione che più spaventa è quella della nostra abolizionista Europa, dove il dibattito sulla pena di morte sembra essere tutt’altro che sopito. Uno dei paesi che capeggia voci favorevoli alla sua reintroduzione è l’Ungheria, dove il presidente Viktor Orban sostiene come, nella sua nazione, la disputa relativa alla pena di morte sia ancora aperta. Le sue posizioni hanno creato forti problemi con i vertici dell’Unione Europea e con lo stesso parlamento, ma il presidente ha continuato ad insistere: “le regole si possono cambiare”, ha detto. Un’altra situazione, che fa paura perché è a noi così vicina, è quella della sempre libera Inghilterra, dove il primo ministro David Cameron ha nominato lord Cancelliere l’ex giornalista Michael Gove, sempre apertamente schierato a favore della pena capitale, definitivamente abolita nel paese nel 1998. E non si dimentichi il cosiddetto “British Bill of Rights”, uno dei baluardi del programma politico di Cameron, che cancellerebbe per le sentenze passate in giudicato in Gran Bretagna la possibilità di fare ricorso alla Corte Europea di Strasburgo. Non bisogna però dimenticare nemmeno la situazione della Francia, dove sembrano levarsi voci tutt’altro che rassicuranti. Infatti Marine Le Pen, che ogni giorno riscuote sempre più consensi, ha da tempo inserito nel programma politico del suo Front National la reintroduzione della pena di morte.

Il dibattito sulla pena di morte sembra riportarci indietro nel tempo, quando anche nella vecchia Europa lo Stato aveva potere di vita e di morte sui suoi cittadini, e punire e non redimere era la regola. Spesso ci si dimentica che espiazioni della pena come l’ergastolo, oltre a restituire dignità all’intera macchina della giustizia, infliggerebbero una vera punizione a chi si è macchiato dei crimini più atroci, ritrovandosi ogni notte a dormire con il fantasma delle proprie colpe.

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Laura Caschera

Nasce a Roma nel 1990. Si diploma al Liceo Classico “Luciano Manara” e nel 2014 si laurea in Giurisprudenza presso la facoltà “Roma Tre”. Coltiva da tempo la passione per l'arte, la musica e lo spettacolo. Ha frequentato la scuola romana di teatro “Teatro Azione”
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