Il Pd tra due fuochi: e se fosse tutto già deciso?

16/02/2013 di Luca Andrea Palmieri

Siamo arrivati a metà del silenzio elettorale sui sondaggi: una settimana fa era entrato in vigore il blocco, tra una settimana si voterà. Eppure i sondaggisti continuano a lavorare. Anzi, lavorano più di prima, consapevoli che ora più che mai il loro lavoro è decisivo per i partiti. Infatti, solo la pubblicazione dei sondaggi è vietata dalla par condicio, non il loro svolgimento. Il risultato è che i partiti lavorano alacremente in questi ultimi giorni per valutare i flussi elettorali, capire chi è in crescita e chi in calo mentre all’esterno tutto tace, così da sapere come impostare la campagna elettorale delle ultime ore.

Quest’anno poi le tattiche dell’ultimo minuto potrebbero risultare più importanti che mai. Un po’ per la brevità della campagna elettorale, un po’ per il fatto che si sono moltiplicate una serie di distrazioni che rendono ancora più difficile da leggere la situazione (su tutti, gli scandali Mps e Finmeccanica, nonché l’abdicazione di Papa Benedetto XVI).

Così capita che i leader politici cerchino di tirare tutti acqua al proprio mulino. Berlusconi dichiara che la distanza con il Pd è di meno di due punti, Beppe Grillo addirittura dice di star vincendo le elezioni. Resta da capire se si riferisce al risultato elettorale del Movimento, sicuramente eccezionale, o a un’ipotesi di salita a prima forza politica del paese. Un’opzione che appare irrealistica, ma tutto fa brodo nel tentativo di richiamare a sé gli astenuti, croce e delizia di tutte le forze politiche in questi giorni.

Pd, Sel e Lista Civica, su questi argomenti sembrano tacere. Segno di debolezza o di sicurezza? Apparentemente si tratterebbe della prima, in particolare per Pd e Sel: dopotutto negli ultimi tempi hanno visto il loro vantaggio assottigliarsi, ed anche la lista di Mario Monti pare in calo. Oppure è solo tattica? Se i sondaggi dicessero che un recupero totale di Berlusconi è improbabile, e che il loro bacino di voti è stato sostanzialmente riempito, potrebbe risultare utile non alimentare polemiche, così da non commettere errori dell’ultimo minuto.

In ogni modo, è evidente che sotto la superficie, molte tattiche siano in atto. Basta guardare Bersani: non c’è giorno che non esca con affermazioni  su Monti, a volte trattandolo col bastone, a volte con la carota. Fino a qualche settimana fa Vendola reagiva prontamente ad ogni avvicinamento, ma ultimamente gli attacchi sono diminuiti; anzi, vi sono state persino aperture.

E’ facile intuire il perché: la situazione nelle regioni in bilico, Lombardia, Veneto, Campania e Sicilia è complessa. Come rilevato dal CISE del prof. D’Alimonte ne servono almeno tre al centro-sinistra per poter governare da solo: sarà molto difficile vincerle tutte. La Campania parrebbe la più fattibile, sempre che Rivoluzione Civile di Ingroia non riesca a rallentare il Pd abbastanza da permettere al Pdl di recuperare. La Lombardia è estremamente in bilico (si deciderà per una manciata di voti, probabilmente), la Sicilia è in una situazione non molto diversa e il Veneto pare andare verso il centro-destra.

Dunque, perché rischiare di creare una rottura insanabile con Monti, che può, in ogni caso, diventare un socio di governo con cui c’è margine di trattativa? La politica dopotutto è fatta di compromesso, e Bersani pare esserne consapevole. Dopotutto, in un paese storicamente lacerato da contrapposizioni ideologiche forti, l’unico modo per avere la certezza di un governo in grado di svolgere il suo compito, è quella di imparare a collaborare (sempre che non si polarizzi tutto intorno a una personalità, come ha fatto Berlusconi, cosa che a sinistra non è mai stata possibile).

Si può facilmente intuire che Nichi Vendola queste cose le sappia. Quando ha deciso come posizionarsi nell’agone elettorale, poteva scegliere tra due scommesse. La prima sarebbe stata di correre da solo, o di allearsi con Rivoluzione Civile di Ingroia. Una scommessa dalle quote alte: in caso di “vittoria”, con ingresso alla Camera e al Senato, Sel avrebbe potuto sperare al massimo di risultare decisivo al centro-sinistra e di spingerlo così verso posizioni estremiste, affrontando continui rischi di crisi di governo. Un risultato negativo però avrebbe portato a una sconfitta totale. Niente deputati né senatori alla sinistra radicale per la seconda legislatura di fila. Un colpo difficile da assorbire.

L’alternativa, quella che è stata poi seguita, è l’alleanza con il Pd. Qui la scommessa porta quote ben più sicure. Da un lato c’è la possibilità di vincere da soli. Una tentazione fortissima: trovarsi al governo come forza essenziale per tenere su la maggioranza è il risultato migliore a cui Vendola potrebbe mai aspirare. Al contrario una vittoria “monca” costringerebbe all’alleanza con Monti. Difficile da digerire, per carità, ma davvero così inconcepibile? Vendola sa perfettamente che il suo elettorato non gradirebbe una soluzione del genere, ma non ignora neanche che l’occasione è di quelle che capitano una volta nella vita. La possibilità è quella di legarsi alle forze più a sinistra del Pd, portandolo a dover tenere conto delle istanze di Sel. Senza contare che il fatto di sedere al Consiglio dei Ministri darebbe al partito automaticamente un’influenza maggiore. D’altronde la lezione di Bertinotti è ancora fresca: da quando fece cadere il governo Prodi, per le sinistre radicali vi sono state sconfitte particolarmente dolorose.

Bisogna vedere quale sarà il responso delle urne, questo è certo. La vittoria del centro-sinistra alla Camera è probabile, ma non si può mai essere troppo sicuri, soprattutto in una campagna elettorale come questa. Al Senato poi non mancano rischi ulteriori: un exploit del centro-destra potrebbe portare anche all’ingovernabilità totale. E’ a questo che punta Berlusconi. Senza contare il Movimento a 5 Stelle di Grillo. Che tipo di posizione prenderà in Parlamento? Sarà un’opposizione ortodossa o “selettiva”? Insomma, di interrogativi non ne mancano.

Fatto sta che la situazione tutto sommato non sembra così negativa per il Pd. La sensazione personale è che l’alleanza con Monti non sia affatto mal vista dai vertici. Ma guai a dirlo troppo apertamente, o l’elettorato potrebbe reagire male. In fondo Vendola sa di avere le mani in parte legate: la sua presenza sarebbe essenziale, paradossalmente, solo in caso di una “quasi sconfitta”, con la necessità per il Pd di allearsi sia con Sel che con Monti per poter governare. Quel che è certo è che l’alleanza si basa su degli accordi (praticamente richiamati dallo stesso Vendola, che ha più volte dichiarato di aspettarsi che Bersani “rispetti i patti”), su cui il governatore della Puglia spera di impostare il suo impegno di governo.

Ricapitolando: il Pd spera si di vincere, ma sa che potrebbe “accontentarsi” di una vittoria monca. Questa richiederebbe l’alleanza con Monti, che da un certo punto di vista è anche più utile nell’ottica delle riforme strutturali, soprattutto visto che il Pd avrebbe un potere contrattuale forte. Sel invece sembra puntare soprattutto a diventare una forza di governo, destinata a cercare di influenzare il più possibile “a sinistra” la coalizione, nella speranza di poter in futuro allargare la propria base elettorale. Mario Monti ed i suoi alleati sanno che il loro potenziale elettorale può permetter loro di diventare essenziali in Parlamento, e puntano esattamente a questo. Berlusconi e Grillo, dal canto loro, vogliono rompere questo meccanismo prima che si metta in moto.

Quel che è certo è che ci aspettano mesi di fuoco. Ci si devono aspettare trattative post-elettorali, polemiche, qualcuno che sicuramente cercherà di far saltare tutto, ma, osservando attentamente gli atteggiamenti dei principali partiti, soprattutto del Pd, pare difficile pensare non si troverà un accordo tra il centro-sinistra e le forze centriste. Tutto deciso dunque? Di questo non c’è certezza, non fino al responso delle urne.

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Luca Andrea Palmieri

Nasce a Napoli il 3/11/1984 e decide a 7 anni di voler diventare giornalista, ma è troppo curioso per non svariare tra gli interessi più diversi lungo tutto il suo periodo di formazione. Dopo varie fluttuazioni tra lavoro, studi ed esperienze all’estero si laurea presso la LUISS Guido Carli in Scienze di Governo e della Comunicazione Pubblica, indirizzo Istituzioni Politiche e Amministrative. Continua ad avere problemi col fatto di essere interessato più o meno a tutto lo scibile umano.
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