PD contro tutti: le tappe che hanno messo il Partito in difficoltà

06/02/2013 di Giacomo Bandini

Sembrava quasi fatta. La certezza rincuorava gli elettori, l’Europa e i mercati concedevano il loro benestare, anche se preferivano Mario Monti. Lo spread, il cosiddetto termometro della fiducia, ormai era quasi scomparso dalle prima pagine. Il centrosinistra sembrava avviato senza difficoltà a formare il governo, una nuova stagione, diversa da quelle precedenti. Un Pd che sembrava più maturo dopo le primarie che avevano visto protagonista affermato Matteo Renzi, non una persona di vera sinistra. Bersani certamente ne era uscito vincitore, ma il sindaco di Firenze, responsabilmente e silenziosamente si era fatto da parte senza rancore e garantendo l’appoggio incondizionato suo e dei suoi (non del tutto vero, alcuni dei suoi hanno abbandonato le fila). Una vera prova di maturità dunque, il segnale che, Vendola a parte, la vecchia sinistra immobile e conservatrice si era aperta al futuro e alle correnti moderate di centro. Già, sembrava quasi fatta. Quasi.

Il vantaggio a Dicembre era evidente. Le primarie interne avevano focalizzato tutte le attenzioni mediatiche del Paese e avevano scomodato perfino la scena internazionale che subito accorreva ad applaudire tale esempio di democrazia fatta in casa. Le proposte per la nuova Italia sembravano provenire tutte dallo schieramento di Bersani, in Tv, oltre al governo in difficoltà crescente, apparivano sempre più volti “democratici”. La coalizione con Sel sera solida, la soglia di tolleranza alta, alcuni nel Pdl chiedevano un patto di “larghe intese” e Casini stava già bussando alla porta di largo del Nazareno. I sondaggi rivelavano un vantaggio storico.

Il primo brusco risveglio però si chiama Berlusconi. All’inizio nessuno ci credeva davvero. L’ennesima discesa in campo pareva a tutti, alte sfere del Pd comprese, un tentativo disperato di salvare lo sfascio totale della sua creatura personale. Il Pdl prima del suo arrivo sembrava essersi trasformato in un ectoplasma con Alfano alla guida e una maggioranza e un peso in Parlamento che sembravano ridicoli rispetto al peso reale del partito in Italia. Cominciano i campanelli d’allarme ma, nonostante le esperienze del ’94 e del 2006, il Pd pecca di tracotanza. Il colpo di grazia non arriva e il ritorno del Cavaliere viene preso abbondantemente sottogamba, nonostante l’ammonimento di Renzi: “Il ritorno di Berlusconi non va sottovalutato”. In pochi lo ascoltano. L’euforia acceca cuori e menti.

La seconda ferita si chiama Mario Monti. Il Pd pensava di poterlo in qualche modo controllare e, nella peggior prospettiva, dopo l’annuncio delle dimissioni del Governo, sarebbe al massimo arrivato un accordo con il benestare di tutti perché diventasse il nuovo inquilino del Quirinale. Le cose però, come sappiamo, non sono andate così. Dopo un tira e molla fatto di graduali annunci, teli scoperti e alleanze, Monti non solo non rimane ai margini della scena politica, bensì si butta a capofitto invadendo i media e partecipa senza indugio alla battaglia elettorale. In casa Bersani cominciano ora a preoccuparsi seriamente. L’emorragia del centrosinistra non tarda ad arrivare, Monti per una settimana è dato al 20%, in seguito rientra a un 13-15%, ma di voti al Pd ne ruba. Ad oggi come riportato nella rilevazione Demos il 22% di precedenti elettori del centrosinistra sono andati a costituire una parte sostanziosa della Scelta Civica. La maggior parte sono giovani studenti, disoccupati, liberi professionisti e pensionati. Il secondo leader preferito da costoro (dopo Monti ovviamente) è Matteo Renzi.

Il colpo potenzialmente da K.O. arriva invece nei giorni che seguono il 22 gennaio. Lo scandalo Mps travolge la credibilità e la solidità costruite pian piano dal Pd. Il Pdl ne approfitta immediatamente e sferra un durissimo attacco su più fronti: il centrosinistra in vent’anni di nomine e legami con la Fondazione di Siena ha portato alla rovina un’intera comunità. Lo svelato legame politica finanza spinge il segretario Bersani a smentire tutto, ma risulta in ogni caso poco credibile. L’ombra dei vecchi dirigenti Ds si estende sulla nuova formazione. Il passato è difficile da cancellare per chiunque. Il Pd, come conseguenza, perde quasi il 2%, attestandosi a circa +5% rispetto al PdL. Se a tutto questo aggiungiamo le due cavalcate populiste di Grillo (in pienissima ripresa) e Ingroia, i quali strappano voti un po’ ovunque, la situazione si aggrava ancora di più.

Il Pd è divenuto uno dei partecipanti, dopo essere partito come l’unico protagonista. Non è stato in grado di controbattere alle proposte azzardate (e forse impraticabili) di Berlusconi, di rassicurare Vendola e troppo spesso è sembrato, negli ultimi tempi, dipendente in toto da un’evenuale alleanza con Mario Monti per il Senato.  Ma soprattutto non è riuscito ad essere abbastanza convincente e comunicativo con le fasce di popolazione che rappresentano ora il malcontento crescente del Paese, neanche, visto l’emorrargia di voti, verso molti soggetti tendenzialmente di centro-sinistra. Non riesce a dare efficace risposta alle istanze di chi come studenti e disoccupati non vuole che si parli solo di diritti e di etica, ma pretende che le proposte siano concrete ed incisive. Non è riuscito a convincere del tutto chi di fronte alle varie sparate sull’Imu avrebbe preferito sentirsi dire una sola proposta concreta. Dunque non convince pienamente moderati e riformisti. Non è nemmeno riuscito a sfruttare l’astensione altissima che gioca palesemente a suo favore.

Riprendere le redini della corsa elettorale. E’ questa la parola d’ordine del PD nella prossima settimana. Esattamente come quando sulle reti di Sky aveva mostrato agli elettori una dinamicità prima mai vista all’interno del Partito e un bacino di idee non indifferente. Soprattutto dopo lo scandalo Mps vi è stato un ritorno al passato caratterizzato da una strategia difensiva e da scarsa trasparenza. Lo stessi Renzi è dovuto ritornare a parlare ai media per dare una mano al suo partito in difficoltà. C’è chi prevede, comunque vadano le cose, nuove elezioni entro un anno: a quel punto, qualora il PD vincesse ma non riuscisse a guadagnare la maggioranza in Senato – qui è fondamentale la Lista Monti – le prossime elezioni il Partito di Bersani partirebbe da sfavorito. Sicuramente la situazione non è delle migliori per il Segretario, ma il vantaggio alla camera resta comunque netto: riuscirà a resistere agli attacchi del populismo berlusconiano?

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Giacomo Bandini

Nasce a Ravenna il 1/9/1989 e si trasferisce a Udine nel 2003. Ivi si diploma col punteggio di 78 al Regio Liceo Classico Statale “Jacopo Stellini”. Consegue la Laurea Triennale all’Università degli Studi di Trieste in “Scienze Politiche”. Attualmente laureando presso la facoltà di Scienze Politiche, ramo “Scienze di Governo e della Comunicazione Pubblica - profilo Istituzioni Politiche e Amministrative” all’Università LUISS Guido Carli.
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