PD senza base, è davvero “effetto Renzi”?

04/10/2014 di Luca Andrea Palmieri

I 400 mila iscritti in meno sembrano parlare di un cambio di DNA nei democratici, ma il crollo ha origini lontane

Mentre minoranza e maggioranza si scannano intorno al nodo del lavoro, si è aperta una nuova polemica all’interno del PD: la questione tessere. Ieri La Repubblica ha pubblicato un’anticipazione sui dati del 2014 del tesseramento del principale partito di centro-sinistra, che avrebbe a malapena toccato quota 100 mila, con un’impressionante riduzione di 400 mila iscritti rispetto allo scorso anno.

I numeri sembrano parlare della sparizione della base del Partito Democratico: un evento storico, parlando qui degli eredi dei Democratici di Sinistra, a sua volta emanazione del PCI, il partito con più grande partecipazione della base che la storia italiana ricordi. Un dato che ad occhio stona, soprattutto se avvicinato al risultato delle elezioni europee di maggio: quel 40,8% tradotto in 11 milioni di voti, molti più che alle disgraziate politiche del 2013 (quando il PD, da solo, ne fece poco più di 8,5 milioni), in cui il contesto di affluenza era ben più alto.

Insomma, a una prima analisi sembrerebbe che si vada profilando un partito sempre più di elettori e sempre meno di iscritti: non troppo lontano insomma, dall’esempio dei Democratici americani, anche se il contesto politico è completamente diverso. La situazione preoccupa soprattutto la vecchia dirigenza, non a caso proveniente da quella tradizione fatta di circoli e tessere: Pierluigi Bersani ha dichiarato che “un partito fatto solo di elettori e non più di iscritti, non è più un partito”. Ha poi continuato affermando che “se diventasse solo un partito di elettori diventerebbe un’altra cosa… uno spazio politico e non un soggetto politico. Ma non siamo a questo e non finiremo lì”. Riflessioni riprese, con più preoccupazione, da Alfredo D’Attore e da Stefano Fassina.

Alfredo D'Attorre, deputato del Pd di area bersaniana
Alfredo D’Attorre, deputato del Pd di area bersaniana

Insomma, una parte del PD teme a tutti gli effetti che al calo delle tessere corrisponda una perdita di identità che già sta mettendo in crisi la loro stessa posizione, come ci insegna il dibattito politico giornaliero (che in questo periodo si è ridotto quasi a un totale “Pd vs. Pd”). Ma quanto pesa le leadership di Renzi? Ci sono infatti una serie di considerazioni da fare prima di considerare questa l’ultima vittoria del leaderismo nel nostro paese.

La prima è di carattere pratico: quand’è che crescono i dati sulle tessere nel Partito Democratico? Soprattutto quando ci sono importanti processi decisionali interni – il congresso, le primarie per sindaci, presidenti di regione, parlamentari: cose che è sostanzialmente mancata nell’ultimo anno (si ricordi che le Europee, vista la presenza delle preferenze, non hanno portato primarie). Lo scorso invece è stato l’anno del congresso, in cui non solo è stata sancita la nuova leadership di Matteo Renzi, ma anche la composizione delle delegazioni regionali nell’assemblea nazionale: una questione su cui gli iscritti hanno molta voce in capitolo, e che inevitabilmente sposta tessere.

Torna così il discorso sui “signori delle tessere” che storicamente hanno dominato la vita politica locale dei partiti di centro-sinistra. A voler essere maliziosi la questione pare questa: non c’è bisogno di mostrare i muscoli sul territorio? Non c’è bisogno di tesserare gente. Volendo essere ancora più malpensanti c’è da pensare alla crisi economica che ha colpito anche i partiti, Pd compreso: senza più soldi per qualche prebenda diventa difficile convincere una certa “base” a confermare un appoggio che comunque ha un costo.

Una seconda considerazione riguarda invece la stessa storia dei tesseramenti del Pd: sono anni che il numero di iscritti è in calo: nel 2009 gli iscritti erano ben 831 mila, nel 2010 620 mila e tra il 2012 e il 2013 si erano stabilizzati intorno ai 500 mila (qui torna il discorso sul valore del congresso). Un calo che di sicuro non si può imputare solo alla nuova leadership, anzi: dice bene D’Attore quando afferma che ormai vi è un sistema “per cui l’iscritto ha la sensazione di non contare nulla, non c’è alcuna discussione alla base che preceda la scelta della leadership”. Ma questo non è un processo nuovo, seppur forse oggi acuito dal leaderismo renziano. La critica più ficcante al Pd pre-2013 era proprio quella a un partito che aveva perso il contatto con la base, e che decideva nei salotti sulla base dei consigli di tre o quattro stakeholder privilegiati: insomma, chi è causa del suo mal pianga sé stesso.

Un’ultima riflessione riguarda proprio i dati arrivati a Repubblica e le dichiarazioni susseguenti del vicesegretario Guerini. Si parla infatti del tesseramento non partito in Sicilia, Puglia, Sardegna e Campania: decine di migliaia di potenziali iscritti. Ed il fatto che il tesseramento non sia nemmeno iniziato porta l’occhio alle difficoltà della politica locale – legata a schemi difficili da smuovere – ad adeguarsi alla nuova situazione nazionale: non c’è dubbio che prima o poi i nodi debbano venire al pettine, e chi di dovere lavorerà sulla base. Guerini ha parlato di una previsione di 300 mila tessere: comunque il dato prevedrebbe un crollo, che da un lato pare endemico – visto anche tutto quel che si è detto – dall’altro pare certificare la difficoltà di riposizionamento dei molti leader storici locali. E’ una questione che meriterebbe, più delle semplici cifre, un ulteriore approfondimento.

The following two tabs change content below.

Luca Andrea Palmieri

Nasce a Napoli il 3/11/1984 e decide a 7 anni di voler diventare giornalista, ma è troppo curioso per non svariare tra gli interessi più diversi lungo tutto il suo periodo di formazione. Dopo varie fluttuazioni tra lavoro, studi ed esperienze all’estero si laurea presso la LUISS Guido Carli in Scienze di Governo e della Comunicazione Pubblica, indirizzo Istituzioni Politiche e Amministrative. Continua ad avere problemi col fatto di essere interessato più o meno a tutto lo scibile umano.
blog comments powered by Disqus