PD: aria di secessione?

05/04/2013 di Andrea Viscardi

Point Break – Ci siamo. Dopo mesi di speculazioni sul futuro, le strade percorribili dal PD nei prossimi mesi sembrano sempre più delineate. Poco prima delle elezioni, a metà febbraio, avevo cercato di fare un’analisi dei possibili scenari in caso di sconfitta della creatura di Bersani e, in ogni proiezione considerabile, la parola scissione era quella probabilmente più significativa. Il partito non è uscito sconfitto, ma neanche vincitore. La realtà dei fatti, in ogni caso, ci racconta quanto le scelte del Segretario siano state perdenti, visto il risultato previsto sino alla vigilia.

Il can che dorme – Matteo Renzi – dopo la sconfitta alle primarie – aveva assunto un basso profilo, dichiarandosi sempre a sostegno di quanto sostenuto dal legittimo vincitore, e collaborando con il Partito durante la campagna elettorale. Ora, però, a distanza di 40 giorni dalle elezioni più fallimentari della storia italiana, innanzi alla confusione che ha preso sopravvento nel Partito e all’almeno apparente immobilismo di Bersani, il giovane sindaco di Firenze ha detto basta. Tutti i partiti stanno perdendo tempo. Bersani deve cercare di aprire a una grande coalizione, altrimenti bisogna tornare al voto, inutile allungare l’agonia. Un attacco diretto, anche se non così sorprendente. Perché in fondo Renzi ha richiamato all’ordine tutti i suoi colleghi, esprimendo semplicemente il pensiero – come ha voluto poi specificare – della maggioranza della popolazione. Forse, diciamocelo, anche di qualche esponente del PD, vista l’insofferenza sempre più evidente per le scelte del Segretario.Matteo Renzi

Bersani, sul serio? – Il problema, in un momento in cui i nervi dei dirigenti del Partito Democratico sono a fior di pelle, è che una qualsiasi dichiarazione può essere presa a pretesto per concentrare l’attenzione  su argomenti marginali rispetto alla crisi di governabilità italiana. Ecco, allora, la corrente bersaniana del Partito condannare le parole del Sindaco, accusandolo – parole pronunciate da Bersani – di voler portare avanti il progetto berlusconiano. Oggi, poi, rincara la dose: “Renzi inizia ad avere paura che io riesca a fare un governo che possa durare, magari, un paio di anni. Così si brucerebbe e perderebbe l’occasione” . Dichiarazione al quanto avventata. Perché in realtà, se proprio vogliamo dirla tutta, la situazione era questa sino a Gennaio. Ci ha pensato poi il Segretario a permettere al toscano di tornare in gioco. Inoltre, vista la situazione e il morale degli italiani, fare una dichiarazione del genere dopo un periodo di stallo di oltre un mese, causato anche dall’ostinazione di Bersani di portare avanti un progetto sempre meno realizabile, appare, diciamocelo, un poco avventata. Anzi, sembra – tolto eventuali assi nella manica del leader del PD – quasi delirante.

Scontri interni – Quella del Segretario, infatti, non è più una barca sulla quale i marinai remano nella stessa direzione. L’insofferenza è tanta e palese. Ogni decisione presa da Bersani, sino ad oggi, si è rivelata quasi sempre fallimentare. Se aggiungiamo quanto il Partito non abbia praticamente avuto voce in capitolo nelle decisioni prese da un mese a questa parte, è evidente il tasso di rarefazione dell’aria negli uffici romani del Partito. In primis, tra gli altri, D’Alema e Veltroni, oramai stufi dell’intransigenza ostracista di Bersani.

Ritorno alle urne – A prescindere dalla situazione governativa, oramai, il futuro sembra meno sfocato. Bersani sembra stia recitando l’ultimo canto del cigno, piuttosto che la danza di una fenicie capace di risorgere dalle ceneri. Salvo miracoli delle prossime ore, il suo futuro nel PD sembra segnato. Palese anche come, un ritorno alle urne, presenterebbe una situazione piuttosto imbarazzante per tutti i quadri dirigenziali di partito, largamente contrari a un Renzi al vertice.

Primarie ipotetiche – Il primo scenario sarebbe quello di tornare alle primarie: in un contesto come quello odierno, l’unico modo per arginare una probabile vittoria renziana sarebbe modificare nuovamente le regole del gioco. O escludere direttamente il sindaco dalla corsa. Perché, oggi, a votare alle primarie si recherebbero in massa anche elettori non propriamente del PD – dopo le mille difficoltà di Dicembre – sempre più affascinati dal’ipotesi Renzi. (Il PD, con lui alla guida, sarebbe al 36%). Innanzi ad un’ipotesi di questo tipo – per quanto continuino ad arrivare smentite – la creazione di un nuovo partito da parte del toscano sembrerebbe scontata.

Pierluigi BersaniFrammentazione? – Inutile dire come il PD andrebbe perdendo ulteriori consensi. Qualora venisse lasciato campo aperto a Renzi, però, il PD come lo conosciamo oggi cesserebbe, probabilmente, di esistere. L’unica corrente disposta ad accettare il fiorentino, infatti, sembra quella di Letta. La più moderata e cattolica. Per tutti gli altri, il clima nel partito diventerebbe troppo pesante. D’Alema perderebbe quasi completamente voce in capitolo, d’altronde lui è stato uno degli oppositori più forti alle idee renziane. Difficile una sua permanenza. A quel punto sarebbe molto più facile vederlo insieme a Vendola, magari in un nuovo partito prettamente di sinistra. Anche i bersaniani non starebbero a guardare: i loro ripetuti attacchi verso il sindaco di Firenze, portati cercando di sottolineare la sua vicinanza alle idee berlusconiane, sono eloquenti: difficile possano convivere.

Carta vincente? – Insomma, la situazione sembra delicata – anche drammatica per certi versi – ma sempre più nitida, le posizioni sempre più delineate, a prescindere dalle conseguenze per la compattezza della sinistra. Per Renzi, l’ipotesi frammentazione, rappresenterebbe forse la soluzione migliore. Una rottamazione spontanea, il rimodellamento di un Partito – già forte come base elettorale – su posizioni meno stagnanti, con un esodo volontario di chi, negli dieci anni, ha rappresentato la forza ma anche la debolezza del Partito, cioè gli ex DS. Il dado sembra tratto, uno scenario di questo tipo sempre meno improbabile. Se pochi dubbi esisterebbero sul consenso riscontrabile da un Partito rinnovato guidato da Renzi – nonostante una diaspora dei voti più legati al tradizionalismo di sinistra – i dubbi sono molti sul peso che eventuali creature scissioniste potrebbero riscuotere: gran parte dell’elettorato più intransigente è quello over 60: il futuro, insomma, giocherebbe a favore di Renzi.

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Nasce a Torino il 13/09/1988, appassionato di politica, dopo essersi diplomato al Liceo Classico Beccaria di Milano, si iscrive al corso di Studi Internazionali all’Università degli Studi di Torino, dove si laurea nel 2011. Completa il suo percorso di studi laureandosi con lode al corso specialistico in Relazioni Internazionali dell'università LUISS Guido Carli.
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