Patto di stabilità, otto paesi chiedono una revisione

05/04/2016 di Alessandro Mauri

Una lettera di 8 paesi europei alla Commissione chiede di rivedere il patto di stabilità, in particolare alcuni metodi di calcolo dei parametri per la flessibilità. Per alcuni, è l’ennesimo tentativo di avere margini per non affrontare le riforme, per altri, invece, una giusta battaglia per avere maggiore possibilità di spesa e rimettere in moto l'economia

Europa

La lettera alla Commissione – Nei giorni scorsi, alcuni Paesi europei, tra cui l’Italia, hanno inviato una lettera alla Commissione europea, nella quale si chiede di rivedere le modalità di calcolo dell’output gap, uno dei pilastri del patto di stabilità. In particolare, esso rappresenta la differenza fra la crescita potenziale di un’economia e quanto effettivamente essa cresca, al di là di considerazioni riguardanti elementi straordinari come la crisi economica ed eventuali entrate o uscite eccezionali. Esso rappresenta, inoltre -ed è il vero motivo per cui viene criticato -il punto di partenza per determinare i margini di flessibilità e l’equilibrio strutturale di bilancio: uno scostamento anche di pochi decimali può determinare la necessità di manovre correttive, ed è per questo che Italia, Spagna, Portogallo, Lettonia, Lituania, Lussemburgo, Slovenia e Slovacchia chiedono un allineamento tra le modalità di calcolo della Commissione, particolarmente stringenti, e quelle adottate di prassi dai Paesi, nonché la possibilità di affiancare altri indicatori.

L’intervento di Padoan – Solo qualche giorno prima il ministro dell’economia Pier Carlo Padoan aveva parlato, rilasciando un’intervista al giornale francese Le Figaro, di regole riguardanti il patto di stabilità che danneggiano l’Italia. Secondo Padoan, infatti, il calcolo dei parametri di bilancio è distorto dalle modalità di calcolo e di valutazione dei parametri stessi, che spesso comportano ulteriori interventi per limare decimali di deficit o di debito quando questo non sarebbe in realtà necessario. Nonostante la posizione critica su alcuni elementi del patto di stabilità, l’Italia, sempre secondo lo stesso Ministro, rispetterà i limiti imposti dall’Unione Europea.

Differenza di vedute – L’Italia è da tempo in prima linea nel cercare di modificare il patto di stabilità, e in particolare di modificare il calcolo del Pil potenziale: già nel 2014 si era evidenziato come le previsioni dell’Unione Europea fossero eccessivamente negative, anche rispetto ai dati poi empiricamente verificati, e che un calcolo ritenuto più equo avrebbe determinato un bilancio strutturale in regola con i parametri europei già dal 2012. In questo caso non sarebbero stati necessari diversi interventi di austerity, quali tagli alla spesa o aumenti delle tasse, che hanno avuto effetti ancora più depressivi su un’economia già in crisi. Già allora l’Unione Europea aveva però seccamente risposto che la metodologia di calcolo dei parametri e della flessibilità era stata concordata da tutti gli Stati dell’Unione, e non richiedeva pertanto ulteriori interventi. Sembrano esserci dunque ben pochi spazi di manovra anche oggi, benché altri Stati si siano affiancati all’Italia.

Austerity contro buon senso – A questo punto riemerge l’eterna polemica tra sostenitori del rigore e sostenitori della flessibilità, anche se in questo caso forse occorrerebbe partire dal buon senso. Se da un lato è evidente quanto, al giorno d’oggi, sia impensabile continuare sulla strada della strutturale spesa in deficit, che in realtà nasconde inefficienze e clientelismi, spostandone i costi sulle generazioni successive, è altrettanto vero che determinare il destino economico di un Paese sulla base di arbitrari calcoli statistici è altrettanto insensato. Purtroppo a scontrarsi è la volontà politica di non prendere decisioni impopolari, che spinge quindi per maggiore flessibilità nella speranza che basti a risollevare l’economia, e l’ottusa visione per cui alcuni parametri vengono considerati insuperabili senza che vi sia un fondato motivo economico.

Una profonda ulteriore riflessione andrebbe inoltre fatta sull’estrema soggettività della concessione della flessibilità, che, come troppo spesso accade in Europa, è governata da considerazioni di carattere politico (e del peso di alcuni paesi rispetto ad altri) più che a considerazioni di carattere economico.

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Alessandro Mauri

Nato a Como nel 1991, studente universitario. Laureato in Economia e Management presso l'università degli studi dell'Insubria di Varese, studia Finanza, Mercati e Intermediari Finanziari presso la stessa università. Vincitore di diverse borse di studio della CCIAA di Varese. Nel 2013 ha partecipato al salone europeo della ricerca scientifica di Trieste per il progetto studenti.
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