La ritrovata unità d’intenti (grazie alla crisi) fra Confindustria e sindacati

03/09/2013 di Federico Nascimben

Le parti sociali concordano un documento comune, denominato "una legge di stabilità per l'occupazione e la crescita", da proporre all'attuale governo

Mentre l’OCSE stima una decrescita dell’1,8% del PIL nel 2013 – ricordandoci che saremo l’unico Paese fra le maggiori economie ancora in recessione nel terzo e quarto trimestre di quest’anno -, Confindustria e sindacati (a sorpresa) stilano un documento comune, denominato “una legge di stabilità per l’occupazione e la crescita”, da proporre al governo Letta, affinché si verifichi il necessario cambio di rotta.

Il documento comune – Il “foglio” si apre con un appello alla governabilità, vista come un “valore da difendere, perché vuol dire stabilità, condizione determinante per riavviare un ciclo positivo della nostra società“; e con una critica verso l’abolizione dell’IMU (che però non viene menzionata) e verso le ultime misure economiche approvate in questi giorni dal governo, in quanto hanno sottratto “risorse che sarebbero state meglio impiegate per misure più efficaci per il rilancio delle imprese e il sostegno dei lavoratori“. Il punto fondamentale del documento – si legge – è “la centralità dell’industria e del lavoro quale snodo attorno al quale costruire il rilancio [che] deve passare per una nuova e più efficace articolazione delle politiche fiscali e industriali, con l’obiettivo della crescita e in un’ottica di redistribuzione del reddito, e per una riflessione sull’assetto istituzionale in chiave di maggiore efficienza della PA e di effettiva razionalizzazione della spesa pubblica”. Sono queste le priorità individuate, sulle quali verrà chiesto “un impegno preciso al Governo nei prossimi mesi, a partire dalla legge di stabilità, che andranno declinate attraverso un confronto permanente con le forze sociali“. Vediamole una ad una.

Camusso, Bonanni e Angeletti.
Camusso, Bonanni e Angeletti.

Politiche fiscali –Un fisco esoso, complesso e incerto, che non guarda alle attività lavorative e alla competitività delle imprese, soffoca la crescita. E poca crescita significa disoccupazione, scarsa produttività, povertà“. Occorre, quindi, “un sistema fiscale efficiente, semplice, trasparente e certo, con poche e stabili scadenze, non ostile all’attività di impresa e alla creazione di lavoro e che non scoraggi le scelte degli investitori. Un fisco stabile, che non complichi la vita ai contribuenti onesti, è il presupposto essenziale per restituire attrattività al Paese”. Per ridurre il carico fiscale su lavoro e imprese occorre: ridurre il prelievo sui redditi da lavoro, “attraverso le detrazioni per lavoratori e pensionati”; eliminare “la componente lavoro dalla base imponibile IRAP” e ripensare “la tassazione dei beni immobili dell’impresa che siano strumentali all’attività produttiva“; renderestrutturali le attuali misure sperimentali di detassazione e decontribuzione per l’incremento della produttività del lavoro”. Infine,bisogna continuare la lotta all’evasione fiscale e approvare un provvedimento legislativo che destini alla riduzione delle tasse quanto recuperato ogni anno”.

Politiche industriali – Vengono criticati i “numerosi” tavoli di confronto aperti presso il Ministero dello Sviluppo e si propone, invece, “una cabina di regia nazionale sulla crisi d’impresa che preveda la partecipazione del Governo, di tutte le forze sociali e degli altri soggetti coinvolti (principalmente il sistema delle banche e l’amministrazione fiscale)“. Per quanto attiene alle politiche industriali, il Governo dovrà porre al centro della propria azione quattro questioni strategiche:

1. Rafforzamento degli investimenti in innovazione attraverso: agevolazioni fiscali (anche tramite credito d’imposta) per gli investimenti in ricerca e sviluppo; una strategia coerente con Horizon 2020; “un meccanismo di garanzia pubblica per favorire la partecipazione del sistema finanziario al finanziamento di grandi progetti di innovazione industriale”; “l’attuazione dell’Agenda digitale“.

2. Sviluppo della green economy attraverso: “la definizione di un piano strutturale di sostegno all’efficienza energetica e allo sviluppo delle rinnovabili“; “la definizione di un piano nazionale di intervento sulle bonifiche dei siti di interesse nazionale nella  logica di favorire il riuso del territorio a fini industriali e produttivi”; “interventi per il consolidamento e lo sviluppo delle filiere produttive collegate al recupero e al riciclo di materie prime da rifiuti“.

3. Una nuova finanza per lo sviluppo, “per favorire una maggiore capitalizzazione delle imprese e il rilancio degli investimenti produttivi“, tramite: rafforzamento della detassazione degli utili reinvestiti; rafforzamento dei meccanismi che favoriscono l’accesso al credito delle imprese; “un nuovo fondo per la ristrutturazione industriale con la partecipazione della Cassa Depositi e Prestiti e di altre istituzioni finanziarie per la realizzazione di interventi temporanei nel capitale di rischio di imprese in difficoltà, ma con potenzialità di sviluppo“.

4. Riduzione del costo dell’energia per favorire la competitività delle nostre imprese tramite: “sviluppo delle infrastrutture energetiche con la razionalizzazione degli assetti decisionali” in ottica nazionale e di integrazione con i mercati europei e internazionali; “la riduzione delle componenti parafiscali della bolletta attraverso una rimodulazione temporale degli incentivi pagati dagli utenti”; “la resa strutturale della convergenza dei prezzi del gas italiani e internazionali attraverso lo  sbottigliamento delle principali infrastrutture di interconnessione”; “revisione delle modalità di funzionamento del mercato elettrico coordinando in modo efficiente la produzione di energia da fonti rinnovabili e da fonti termiche convenzionali che manterranno un ruolo essenziale per lo sviluppo manifatturiero”.

Revisione degli assetti istituzionali ed efficienza della spesa pubblica – Si sottolinea come le inefficienze, i ritardi e le complicazioni della Pubblica Amministrazione rappresentino un costo per cittadini e imprese, incidendo “negativamente sulla spesa pubblica, determinando sprechi di risorse, che potrebbero essere più utilmente impiegate in iniziative a favore della crescita”. Occorre perciò:

1. Una nuova revisione del Titolo V, dotando lo Stato di una “clausola di supremazia” per le questioni di interesse nazionale e, conseguentemente, rivedere livelli istituzionali e funzioni. Inoltre occorre “abolire le Province, aumentare la soglia dimensionale dei piccoli Comuni, istituire le Città metropolitane e, coerentemente, ridurre drasticamente il numero dei componenti degli Organi elettivi a tutti i livelli di Governo“.

2. “Una seria politica di revisione della spesa pubblica, per garantire servizi di qualità a cittadini e imprese“, non più basata su tagli lineari. Infine, “occorre ora svolgere un’analisi selettiva della spesa pubblica a tutti i livelli di governo, coinvolgendo la  revisione delle funzioni svolte dalle amministrazioni centrali e da quelle decentrate, riducendo i costi  impropri della politica e definendo i costi standard“.

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Nasce a Pordenone nel 1989 il giorno della Santa Pasqua. Dopo aver terminato gli studi ragionieristici si iscrive alla facoltà di Scienze Politiche a Trieste. Conclude il suo percorso laureandosi con il massimo dei voti in Scienze di Governo e della Comunicazione Pubblica alla LUISS "Guido Carli" con una tesi in diritto del lavoro dell'Unione Europea. In accordo col Maestro, pensa che sia "difficile restare calmi e indifferenti mentre tutti intorno fanno rumore". Mail: federico.nascimben@europinione.it
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