Patrimonio storico e culturale, il gap italiano passa anche da qui

07/07/2013 di Iris De Stefano

Carla Fracci una volta ha detto: “un paese senza cultura e arte, senza i mezzi per fare cultura e arte, è un paese che non si rinnova, che si ferma e non ha accesso a ciò che succede in paesi più importanti, negandosi così ad un futuro vero, autentico e soprattutto libero.” Nel caso dell’Italia, ha più ragione che mai.

Crollo, Pompei

I dati – Leggere i numeri che riguardano il Belpaese ha un che di inquietante. Dei 981 siti patrimonio mondiale, la Commissione dell’UNESCO ne riconosce all’Italia ben 49, rendendola il paese nel mondo con il maggior numero di siti detenuti. Nel 2012, secondo dati del Ministero, venivano contati 46.025 beni architettonici sottoposti a vincolo e più di 5.668 beni immobili archeologici a cui si devono aggiungere musei, monumenti, aree archeologiche, biblioteche e archivi; considerando che il numero dei comuni italiani si attesta a 8.093, i numeri sono enormi. La quantità di musei e strutture simili è parimenti impressionante: 4.739 musei ( circa 400 statali ed il resto dipendenti da altri soggetti pubblici o privati ), 110 Archivi di Stato, 8.224 di enti pubblici territoriali e 12.388  Biblioteche, senza contare poi i beni ecclesiastici e quelli privati.

I lati negativi – Se ci troviamo dinanzi ad un vero e proprio patrimonio, l’effettivo utilizzo e valorizzazione dello stesso lasciano a desiderare. Se Francia e Germania, ad esempio, ci guadagnano circa 70 miliardi di euro annui ( in Pil ), l’Italia si attesta –secondo dati dell’anno scorso e riportati dal Sole 24 Ore- a circa 36 con circa 450mila impiegati nel settore contro il milione dei nostri colleghi europei. Le motivazioni per un così grave sotto-sfruttamento del patrimonio possono essere moltissime ed è bene dirlo. Un paio di giorni fa, ad esempio, sono stati diffusi i dati da parte del Ministero dei Beni Culturali sui fondi a sua disposizione: circa 10 milioni di euro sono stati tagliati dal suo budget rispetto all’anno scorso con la disponibilità per il “programma ordinario dei lavori pubblici” che è passato dai 201 milioni di euro del 2004 ai 47,6 del 2013 e si prevede scenda ancora nel 2014. Il bilancio delle previsioni spese inviato dal neo Ministro alle camere risente quindi dei tagli: 1.546.779.172 euro quasi un quinto in meno di quanto era nel 2008, quando superava abbondantemente i due miliardi. Sono tagli che porterebbero conseguenze gravissime in qualsiasi settore, figuriamoci ad uno tanto delicato e dalle necessità così continue come quello dei beni culturali. È però anche vero che se in Campania non pagano il biglietto un visitatore su due e in Friuli 9 su 10, le colpe non sono tutte imputabili agli organi centrali, ma forse ad una mancata responsabilizzazione della popolazione nei confronti del proprio patrimonio.

I risultati – Nello svilupparsi della cultura del pressappochismo e dando per scontato i beni con chi siamo nati e cresciuti i risultati del dissento cominciano a vedersi. Senza voler neanche aprire il capitolo Pompei ( che già nel 1816 veniva definita da Goethe come “un posto mirabile, degno di sereni pensieri” ) ogni giorno sentiamo parlare di teatri a rischio chiusura, di proteste nel settore cinema, di opere che altrove sarebbero centro nevralgico per un indotto e da noi lasciate a prender polvere nei magazzini e di sale chiuse per la scarsa manutenzione. La scena della fila di turisti che aspettavano fuori al Colosseo, mentre questo era chiuso causa protesta dei custodi ha un che di indecente: chi ritornerebbe in una città in cui ha avuto così tanti problemi?

Siamo coscienti della crisi economica che attanaglia il nostro paese e buona parte dell’Occidente, però non si capisce per quale motivo gli altri paesi europei investano tra il 2 e il 3 per cento del proprio Pil nel patrimonio artistico e culturale mentre noi solo lo 0.20. Urgono quindi provvedimenti importanti e in tempo breve. L’Italia si vanta –e a ragione- della sua storia millenaria, ma non ci potrà essere futuro se continueremo a lasciare a se stessi alcuni dei motivi che ci hanno resi grandi.

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Iris De Stefano

Nata a Napoli il 02/10/90 dopo la maturità classica ha studiato Relazioni Internazionali a "L'Orientale" di Napoli e alla LUISS Guido Carli di Roma. Esperienze in Belgio e in Spagna.
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