Patologie mentali: lo stigma da combattere

03/05/2015 di Pasquale Cacciatore

Un intero mondo, quello delle malattie mentali, che viene alla luce occasionalmente, destando scalpore, e che torna velocemente nel dimenticatoio. Parlare di malattie mentali, infatti, rimane ancora oggi elemento di grandissimo stigma.

Patologie mentali

Nel corso del tempo numerosi eventi, essenzialmente casi di cronaca nera, hanno portato alla ribalta la triste realtà della patologia mentale (si consideri l’ultimo, terribile caso del pilota tedesco); depressione, dipendenza da sostanze, idee suicide. Un intero mondo che viene alla luce occasionalmente, destando scalpore, e che torna velocemente nel dimenticatoio. Parlare di malattie mentali, infatti, rimane ancora oggi elemento di grandissimo stigma.

Il terrore di divenire vittima di pregiudizio comporta per molti pazienti con patologie mentali lo sforzo di nascondere la condizione e di evitare di chiedere aiuto, nonostante queste persone fragili sappiano perfettamente che tali malattie non sono intrattabili, o che magari chi ne soffre sfocia facilmente in condizioni più gravi in assenza di supporto. Sono ancora in molti a credere che persone affette da malattie mentali non possano lavorare, eppure solo poche mansioni sono ad esse impedite, e fra l’altro solo in condizioni severe (ancora: un pilota con ideazioni suicide, ad esempio, non può guidare aeromobili).

Qualcosa, però, si sta muovendo nei Paesi occidentali, soprattutto grazie al supporto ed alla pressione di numerosi gruppi di sostegno per pazienti psichiatrici. Grazie a campagne governative ed impegni concreti son state lanciate iniziative virtuose con l’obiettivo di sconfiggere l’ignoranza e rompere lo stigma che pervade ancora questo gruppo di malattie.

Un’apertura che si accompagna ad una maggiore comprensione di come funziona il delicato iter patogenetico delle malattie mentali. In Occidente, una persona maggiorenne su cinque soffre ogni anno di una patologia mentale; un quarto di questi pazienti soffrono di gravi condizioni, come disturbo bipolare o schizofrenia, mentre la restante parte di disturbi più lievi ma non meno disabilitanti, come ansia o depressione. Tre quarti dei pazienti con disturbi lievi-moderati, però, risultano sotto consulto di medici non specialisti o addirittura privi di terapia. In più, formazione errata porta spesso a non diagnosticare, da parte dei medici generici, condizioni che necessiterebbero di supporto medico.

Il risultato è tragico. Messe insieme, le patologie mentali comportano più morbilità e mortalità nei Paesi ricchi che malattie cardiovascolari o addirittura tumorali. Uno studio stima che il tasso di disabilità della depressione sia 50% maggiore di quello dell’asma, artrite o angina, in termini di mobilità ridotta o dolore. La British Medical Association ha stimato che uomini con problemi mentali muoiono 20 anni prima di chi non ne risulta affetto, soprattutto per cause estranee al suicidio. Ciò è dovuto essenzialmente al fatto che tali pazienti vivono in modo meno sano (metà dei Finlandesi che chiedono aiuto per dipendenze, ad esempio, ha una patologia mentale).

Un problema anche economico, considerando che stime fanno ammontare al 3-4% il peso sul PIL di questo tipo di malattie: un terzo per trattamento, due terzi per conseguenze di perdita di produttività da disabilità. Un’analisi olandese ha per esempio stimato che per un euro di trattamento speso se ne guadagno più di quattro in termini di produttività e diminuzione dei costi di assistenza. Questo indica quanto importante sia l’argomento per le politiche sanitarie.

Ed è così che nel 2013 quasi 200 Paesi hanno approvato il Piano d’Azione per le Malattie Mentali della OMS, impegnandosi ad aumentare e migliorare i trattamenti da quella data al 2020. Piccoli passi son così stati fatti nei vari sistemi sanitari nazionali: negli Stati Uniti è diminuita la morsa delle assicurazioni riguardo queste patologie, ad esempio, mentre nello NHS britannico è stato sottolineato il valore della “pari dignità” di patologie mentali e fisiche.

La domanda, però, è ancora troppo elevata rispetto alla risposta. Nel corso degli ultimi decenni numerosi passi avanti sono stati fatti, con l’abbandono dei ricoveri psichiatrici a favore di terapie ambulatoriali e domiciliari, meno invasive e degradanti per i pazienti. Alcuni Stati non si sono però dimostrati capaci di supportare questo passaggio: così negli Stati Uniti le strutture per malati mentali rimangono ancora spesso delle prigioni, e la polizia inglese trascorre quasi un quarto del tempo su casi che coinvolgono persone con patologie psichiatriche (senza specifico addestramento). In tutta Europa, quasi la metà dei detenuti in media risulta mentalmente malata.

Non mancano, però, gli esempi virtuosi, dove la lotta alla stigmatizzazione della patologia mentale è particolarmente tenace. In Australia lo scorso anno la più grande televisione nazionale raccolse più di un milione di dollari con programmi su questo tipo di patologie; i medici di medicina generale sono addestrati a gestire pazienti problematici e globalmente è garantito un rapido accesso alle cure psichiatriche.

Mosse che molti altri Stati tenteranno nel futuro di emulare, cercando prospettive economiche supportate dalla letteratura scientifica (ad esempio, sul Lancet ultimamente è apparso un articolo che ha dimostrato l’efficacia della terapia cognitiva di gruppo per evitare il ricorrere della depressione). Le aziende hanno iniziato a fare la loro parte, con programmi specifici per evitare o combattere lo stress dei lavoratori – che potrebbe avere serie conseguenze sulla produttività, come si scriveva prima.

Il guadagno maggiore, però, arriverà quando si riuscirà a migliorare l’assistenza mentale per i giovani. Metà dei pazienti che soffrono cronicamente di tali patologie mostrano i primi sintomi, infatti, prima dei 14 anni. Patologie che spesso conducono a disturbi scolastici d’apprendimento o di relazione, con pesanti conseguenze socio-economiche. Gli adolescenti sono però i pazienti più fragili, in cui è certamente maggiore il timore di essere etichettati negativamente. Anche in questo caso Paesi virtuosi (ancora una volta, ad esempio, l’Australia) stanno creando servizi appositi che evitino a ragazzi dai 12 ai 25 anni l’imbarazzo nel rivolgersi ad assistenza psichiatrica, col fine di anticipare la diagnosi, il trattamento e la stabilizzazione di questi giovani pazienti.

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Pasquale Cacciatore

Nato a Gallipoli nel 1991, entusiasmato da scienza e tecnologia sin dalla tenera età. Laureato in Medicina e Chirurgia ed ex-borsista presso il Collegio Universitario “Lamaro-Pozzani” della Federazione Nazionale dei Cavalieri del Lavoro, attualmente è Resident Doctor in Igiene e Medicina Preventiva presso l'Istituto di Sanità Pubblica dell'Università Cattolica del Sacro Cuore (Roma). È un appassionato delle tematiche di salute globale, politica sanitaria ed health technology.
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