Il paternalismo interessato di Grillo condanna il M5s alla minorità

23/08/2016 di Edoardo O. Canavese

L’eterno ritorno dell’ex comico, sempre in procinto di lasciare e sempre pronto a riapparire da protagonista, racconta le difficoltà del M5S a farne a meno, in balia di un Direttorio inesperto, esposto alla immaturità dei suoi eletti, ma pure ostaggio del progetto della diarchia Grillo-Casaleggio.

M5s

Il caso Raggi si sta sgonfiando, adombrato nelle cronache dai battibecchi nel Pd e dalle vicende europee. Il M5S può così tirare un gran sospiro di sollievo e rituffarsi nell’agone politico armato della sua fiocina più acuminata, la propaganda populista. Tema è il referendum costituzionale, su cui Renzi sta imbarcando molta acqua a causa delle viscide sponde di un partito (e di un universo di sinistra) niente affatto solidale sulla riforma del Senato. Approfittando di un centrodestra quasi assente, invischiato nei molteplici affari di Berlusconi, i grillini sono riusciti a monopolizzare l’attenzione dell’opinione pubblica circa la propria opposizione nei confronti del referendum. Tale risultato è anche frutto dell’abilità della macchina propagandistica pentastellata che, messo Alessandro Di Battista su di uno scooter, ha saputo attirare l’attenzione di giornali e cittadini. Il ritorno in scena di Grillo tuttavia racconta di un Movimento che attraversa un frangente abbastanza tempestoso da necessitare il soccorso del suo padre-padrone.

Eppure Grillo sembrava in procinto di lasciar nuotare da sola la sua creatura. A luglio aveva promesso il lancio del voto sulla piattaforma decisionale del Movimento, “Rousseau”, per superare il non statuto su cui i grillini sono cresciuti sostituendolo con nuove regole, atte in particolare a risolvere il problema dei dissidenti interni; inoltre sembrava chiara la volontà dell’ex comico di cedere la proprietà del simbolo al Movimento stesso. Oggi tutto è congelato. Grillo, preoccupato dalla brutta piega che stava prendendo la vicenda dell’amministrazione romana, e più in generale dalla sensazione che il M5S non fosse ancora pronto per un suo disimpegno, ha ripreso tastiera e microfono e ha ricominciato a far parlare di sé e a far parlare il Movimento. I “ragazzi meravigliosi” già pronti a ricevere la gravosa (ma succulenta) eredità del loro padrino politico han di nuovo rimandato l’appuntamento con la maturità.

I prediletti di Grillo erano Roberto Fico, Luigi Di Maio e Di Battista. Membri del Direttorio, primo (e fallito) tentativo del M5S di fare a meno del leader genovese dopo il mezzo flop delle Europee ‘14, erano destinati a svolgere i ruoli che fino ad allora aveva ricoperto più o meno Grillo. Fico, uomo di fiducia della Casaleggio Associati, avrebbe dovuto ereditare il ruolo di garante del Movimento; Di Maio era pronto ad indossare ufficialmente i panni di candidato premier in pectore; Di Battista invece sarebbe stato il volto mediatico, telegenico e abile al soliloquio polemico di fronte alle telecamere qual è. I tre continuano ad essere i punti di riferimento dei grillini ma, complici i continui inciampi di membri eletti del Movimento e la censurabile gestione dei problemi interni da parte dei primi due in particolare, Grillo ha dovuto e voluto rivendicare una leadership, la sua, ancora non sostituibile. Da qui la difesa di Virginia Raggi e la denuncia di un sabotaggio contro di lei. Da qui la sponsorizzazione e l’impegno personale per la kermesse siciliana di “Italia 5 Stelle”. Da qui l’arrivo in scooter a Termoli, per il comizio di Di Battista e Di Maio; il pubblico lo ha accolto al coro di “onestà”.

La vena paternalista esibita in questi anni da Grillo nei confronti del M5S nasconde in realtà due problemi personali e politici spinosi. Il primo riguarda l’assenza di retroterra culturale che svilisce la classe dirigente del Movimento. Questo tema, affrontato da queste colonne per tutti i partiti, è più accentuato tra i grillini, che sbandierano orgogliosi l’indirizzo post ideologico (o anti ideologico) impresso da Gianroberto Casaleggio. Tuttavia la povertà culturale e politica degli eletti pentastellati sta favorendo l’ascesa di personaggi inadatti all’amministrazione e al governo; pensando solo al caso Raggi, come si può immaginare che possa controllare in modo disinteressato una città chi non riesce nemmeno a liberarsi dalla longa manus del Movimento romano? Ma il soccorso prestato da Grillo ad ogni inciampo dei suoi ragazzi non aiuta una crescita che necessiterebbe anni ma soprattutto presa di coscienza; è stato l’ex comico ad aver rincorso fin dai suoi VaffaDay un’impronta esclusivamente populistica, sacrificando il significato delle 5 stelle in nome della dea “Onestà”. La crescita febbrile del consenso grillino ha impedito ogni maturazione ideologica e costringe oggi il Movimento alla fruttifera propaganda qualunquista per raggiungere posizioni per cui non è ancora pronto.

La seconda questione è legata alla commistione di interessi che coinvolge Grillo nel M5S. In uno dei suoi ultimi interventi Grillo ha fatto un appello ai militanti affinché, in vista dell’appuntamento “Italia 5 Stelle” convincessero conoscenti a donare anche 30-40 euro per il Movimento e il suo sviluppo. Un messaggio che spalanca il tema degli affari della diarchia Grillo-Casaleggio nel M5S, portavoce politico di quei temi ma soprattutto toni che vengono strillati sulle piattaforme online come il Blog del genovese, Tze-Tze (creatura di Davide Casaleggio), la Fucina, ma soprattutto la neonata Associazione Rousseau, elaborata dalla Casaleggio Associati e da essa gestita. Il blog e i siti d’informazione online generano soprattutto guadagno, attraverso banner pubblicitari anche di prodotti della Casaleggio Associati: un guadagno enorme di cui non è dato sapere il fruitore. La piattaforma Rousseau invece ha sostituito il blog di Grillo come luogo della democrazia diretta del M5S, ma tuttavia è affidata a poche mani (un vero e proprio Direttorio dove compaiono tra gli altri Di Battista e Fico) e dal punto di vista dei ricavi (e degli eventuali remuneri dei suoi membri) solleva perplessità. L’impressione è che la rete di interessi che lega Grillo – ma anche Casaleggio – al M5S renderà inevitabilmente i pentastellati, i militanti, gli eletti, il suo destino politico sempre più ostaggio di una oligarchia per cui sarà difficile scindere tra gli affari del Movimento e quelli personali.

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Edoardo O. Canavese

Classe '91, milanese. Diplomato al liceo classico Giovanni Berchet, laureato in Storia presso l'Università degli Studi di Milano. Ossessionato dalla politica italiana dalla sfiducia al secondo governo Prodi, ne fa oggetto privilegiato della sua grande passione, la scrittura. E' ottocentista, saudosista, floydiano.
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