Il passato non deve ritornare

05/08/2013 di Federico Nascimben

La manifestazione di Berlusconi a Roma, il governo che traballa e una politica che non è in grado di riformarsi. Tutto questo non deve accadere più (ma accadrà ancora, purtroppo)

Probabilmente, la migliore lettura di quanto avvenuto a seguito della sentenza della Cassazione e della conseguente manifestazione di Berlusconi a Roma è stata data da Enrico Mentana il quale, dalla sua pagina Facebook – e con una non troppo sottile ironia -, ha scritto: “armiamoci e partite, per le spiagge. La guerra appena cominciata è già finita. Serviva solo a invertire il flusso emotivo, lo sfregio politico e il colpo sul consenso popolare della condanna in Cassazione. Come guerra è stata civile, indubbiamente. L’unica occupazione è stata quella del suolo pubblico per il palco non autorizzato. Il Cavaliere, la Marina e l’Esercito possono andare in licenza, gli altri in vacanza“.

La manifestazione di Roma – Volendo essere schematici – e volendo utilizzare le parole pronunciate dal Cavaliere -, i punti fermi, emersi dopo della manifestazione romana di Berlusconi, sono quattro: “Il governo deve andare avanti, il Parlamento deve andare avanti per approvare i provvedimenti economici adottati“; “io so-no in-no-cen-te. Io non ho mai fatto fatturazioni false. E non ho mai chiamato la mia azienda mentre ero Presidente del Consiglio, perché avrebbero sollevato la questione del conflitto d’interesse“; “una parte della magistratura appartiene a una corrente fortemente ideologizzata. Che nei suoi atti dichiara che i suoi aderenti devono usare il loro terribile potere di togliere la libertà di un cittadino, per aiutare il popolo ad avere la democrazia. E la democrazia – secondo la magistratura, ndr –si ha solo con la sinistra al governo“; “io resto qui, io non mollo, combatteremo tutti insieme questa battaglia di democrazia e di libertà“. Insomma, Berlusconi dice che il governo deve andare avanti, ma non accetta in alcun modo la condanna, non attacca il Quirinale, non chiede la grazia e dice che rimarrà in campo. Una linea che può apparire irrazionale ma non illogica: da tempo ci siamo abituati a dichiarazioni doppiogiochiste da parte del Cavaliere, seguite da repentine accelerate e da brusche frenate. Una sorta di logica e meditata schizofrenia.

Il ritorno a Forza Italia – A conferma della linea sopra descritta, vi sono due ulteriori fatti: l’assenza dei ministri del centrodestra alla manifestazione e il ritorno della bandiera di Forza Italia accanto a quella del PDL. La rinascita del partito che lanciò l’ascesa politica del Cavaliere nel lontano ’94 era stata annunciato da tempo, e la manifestazione di ieri è servita anche a testare il rilancio del vecchio marchio. Ma l'”old brand” non serve ad altro se non a tentare di ricreare quel clima intorno al partito di stampo leaderistico e personalistico. Un clima che non c’è più, vista la sfiducia generale nei confronti della politica, la crisi economica e, soprattutto, la mancata rivoluzione liberale e le promesse mai mantenute da parte di un partito che, negli ultimi 19 anni, ha fatto parte della maggioranza di governo per ben 12. Non c’è quindi scusa che regga. È bene ricordare, inoltre – cosa che non viene mai sottolineata abbastanza -, che soprattutto nel secondo e terzo Governo Berlusconi, ovvero quello che ha attraversato tutta la prima metà degli anni 2000, vi era un clima economico assolutamente favorevole per portare avanti quelle riforme che non sono mai state fatte (e che invece i tedeschi hanno fatto, ad esempio), visto anche che la maggioranza parlamentare – benché si trattasse di un governo di coalizione – era estremamente ampia. Il ritorno a Forza Italia è quindi un riconoscimento implicito dei propri errori in salsa gattopardesca: il più grave limite intrinseco del Cavaliere è stata l’incapacità di “coltivare il proprio orto” – il caso Alfano ne è la controprova -, vale a dire creare attorno a sé una squadra di nuovi leader credibili e capaci, stabilizzando e normalizzando in questo modo Forza Italia prima e il PDL poi, dando così la possibilità all’Italia di avere finalmente un vero partito di centrodestra pienamente liberale, strutturato e solido. Berlusconi, invece, come sappiamo, ha sempre scelto un’altra strada: quella del leader solitario che combatte, di volta in volta, il nemico che gli si presenta davanti e che, di volta in volta, rappresenta l’alibi attraverso il quale giustificarsi (comunisti, magistratura, Fini, Casini, Monti e via dicendo), circondato da fedelissimi cooptati all’interno del partito (e le cui sorti sono, inevitabilmente e indissolubilmente, ancorate a quelle del Cavaliere, vista la loro incapacità di brillare di luce propria). Ma il passare degli anni – e solo di questi, vista l’incompetenza della concorrenza – ha messo in crisi tale sistema: quanti anni ancora, politicamente parlando, può avere davanti un uomo prossimo al 77esimo compleanno? Senza contare, ovviamente, le conseguenze che tale sistema ha prodotto: la sentenza definitiva, e passata in giudicato, della Cassazione non ne è che la conseguenza. Gli effetti saranno visibili già nei prossimi mesi a venire: la discussione sulla decadenza da Senatore per via della Legge Severino e l’incandidabilità per le prossime elezioni, senza contare i processi che si apprestano a giungere a conclusione.

Il Partito Democratico – L’altra faccia della medaglia del sistema instauratosi è certamente il ruolo svolto dal principale partito di centrosinistra. Come più volte ribadito, l’incapacità di rappresentare un’alternativa politica valida e le eterne divisioni sono state sempre sopite e, allo stesso tempo, hanno trovato il proprio trait d’union nell’antiberlusconismo. A conferma di ciò, subito dopo la manifestazione romana, non si sono fatte attendere le dichiarazioni dell’ex segretario Bersani, il quale nel suo pur ovvio “non si può governare a tutti i costi” nasconde la volontà di riprovare la strada già percorsa prima della nascita dell’esecutivo Letta, quella cioè di un accordo di governo con SEL e, soprattutto, M5S. Come sempre in questi casi, le dichiarazioni di alcuni esponenti grillini si sono sprecate, aprendo a fantomatici esecutivi con all’interno i “soliti” Rodotà, Zagrebelsky e Strada. Ciò che più sorprende nel caso del PD è, infatti, l’assoluta costanza nel ripetere continuamente gli stessi errori, ripercorrendo assiduamente le stesse fallimentari strade del passato in un atteggiamento di totale chiusura verso alternative più laiche ed aperte. Anche dopo delle primarie chiuse e l’esito fallimentare delle elezioni di febbraio, nel momento in cui ci si trova a discutere delle regole per il nuovo congresso di quest’autunno vengono fortemente ventilate ipotesi che favorirebbero logiche di autoconservazione come, ad esempio, la “separazione delle carriere” tra segretario e candidato alla Presidenza del Consiglio.

La ricerca del passato: una chiave di lettura – Tempo fa, passeggiando per Prati, a Roma, si potevano notare molti manifesti recanti la dicitura: “ritorna il futuro“. Tralasciando il fatto che questi erano stati appesi da un gruppo di neofascisti, ciò che è interessante è il concetto di fondo. Viviamo in un Paese che, incapace di rinnovarsi, vive un continuo inseguimento del passato, quasi sempre descritto, edulcorandolo, come glorioso o comunque migliore del presente, proprio per questo occorre che ritorni nel futuro. Ma i fatti di ieri hanno conseguenze su quelli di oggi e di domani, altrimenti perché ci ritroveremmo (solo per portare alcuni macroscopici esempi) con un livello di debito pubblico, spesa e disoccupazione così elevato? È questa la bussola che l’Italia ha ormai perso, distratta com’è dal mito del passato. E i partiti non fanno altro che riflettere in politica tutto questo.

Il bipolarismo imperfetto della Seconda Repubblica – Per definire la strutturazione assunta da centrodestra e centrosinistra in quella che chiamiamo “Seconda Repubblica”, molti politologici hanno adottato il termine bipolarismo imperfetto che racchiude, grosso modo, ciò che sinteticamente abbiamo indicato prima nei paragrafi dedicati a PD e PDL. Entrambi i partiti non sono realmente strutturati sul modello di altre importanti democrazie occidentali: il primo è troppo diviso e rissoso, non avendo saputo trovare una soluzione al mai riuscito amalgama tra ex comunisti ed ex cattolici sociali; il secondo è ancora imperniato sulla figura del proprio leader. Ma parliamo di bipolarismo imperfetto anche perché, nonostante questi squilibri, attraverso modifiche della sola legge elettorale (e non attraverso delle vere riforme costituzionali), nelle elezioni susseguitesi dal 1994 al 2008, le coalizioni che si sono formate attorno a questi due partiti sono state sufficientemente inclusive, dando vita ad un quasi bipolarismo (che è, per l’appunto, imperfetto). Le elezioni del 2013, invece – come sappiamo -, a seguito dell’incapacità di trasformarsi degli attori politici e della crisi economica tuttora in atto, hanno visto una sostanziale parità tra centrodestra, centrosinistra e un nuovo soggetto che basa il proprio programma sulla protesta e sull’insoddisfazione generale: il M5S. Anche quest’ultimo presenta molti elementi che richiamano il passato (assieme ad una forte dose di antiberlusconismo). L’incapacità della politica tutta di modernizzarsi e di dare risposte ai problemi dei cittadini – visti i problemi strutturali del nostro Paese – hanno fatto sì che, di fatto, dal novembre 2011 ad oggi, con il governo tecnico di Monti prima e quello politico di Letta poi, si sia tornati ad un sistema parlamentare puro sullo stile della Prima Repubblica, in cui gli esecutivi non sono più “eletti dal popolo” (semplificando, perché così non può direttamente essere, vista la nostra Costituzione), ma eletti dal Parlamento sulla scorta di una lettura formale dell’art. 94 c.1 Cost. (“il Governo deve avere la fiducia delle due Camere“), che indica anche l’unico criterio costituzionalmente richiesto.

Perché il passato non ritorni – Tutto ciò serve a dimostrare quali conseguenze abbia la continua ricerca del passato – oltreché quali interconnessioni vi siano tra strutturazione del sistema partitico, Costituzione e legge elettorale – nel caso italiano, promuovendo l’incapacità di modernizzarsi e l’autoconservazione dell’esistente; rendendo impossibile lo strutturarsi di regole stabili e condivise (poiché la lettura che viene data del passato non è mai univoca); contribuendo ad aggravare lo stato di crisi economica. Il Cavaliere è riuscito a sfruttare meglio di altri questo sistema, congelando di fatto lo scontro politico attorno alla sua persona dopo le riforme avvenute a seguito di Tangentopoli, e riuscendo a rinchiudere il centrosinistra (sfruttandone le debolezze) in una posizione di pura e semplice rincorsa. Ma ora il cane, dopo essersi abbondantemente morso la coda, ha iniziato a perdere troppo sangue e rischia di morire di cancrena: è la metafora di un sistema incapace di riformarsi perché non lo vuole, ma che viene travolto dagli eventi e provoca a sé stesso conseguenze non volute perché è ormai fuori controllo. Abbiamo già perso troppo tempo, la situazione è quasi compromessa. Occorre cambiare per davvero: è tempo che, questa volta, il passato non ritorni.

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Nasce a Pordenone nel 1989 il giorno della Santa Pasqua. Dopo aver terminato gli studi ragionieristici si iscrive alla facoltà di Scienze Politiche a Trieste. Conclude il suo percorso laureandosi con il massimo dei voti in Scienze di Governo e della Comunicazione Pubblica alla LUISS "Guido Carli" con una tesi in diritto del lavoro dell'Unione Europea. In accordo col Maestro, pensa che sia "difficile restare calmi e indifferenti mentre tutti intorno fanno rumore". Mail: federico.nascimben@europinione.it
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