Partito democratico, l’insostenibile leggerezza del (non) essere

09/04/2018 di Andrea Viscardi

Il rischio per il Partito democratico potrebbe essere quello di perdere l’ennesima occasione per lasciarsi alle spalle un “partito amalgama”, e divenire la realtà unitaria a cui i padri fondatori e suoi elettori aspiravano nel 2007. La situazione odierna sembra infatti la logica risultante di un peccato originale, di un’idea di partito che non è mai stata in grado di trasformarsi in realtà, se non solo parzialmente.

Da Salvati a Romano Prodi, da Veltroni a Bersani, da Renzi a… ? Il rischio per il Partito democratico potrebbe essere quello di perdere l’ennesima occasione per lasciarsi alle spalle un “partito amalgama”, e divenire la realtà unitaria a cui i padri fondatori e suoi elettori aspiravano nel 2007. La situazione odierna sembra infatti la logica risultante di un peccato originale, di un’idea di partito che non è mai stata in grado di divenire concreta, se non solo parzialmente.

Walter Veltroni, nell’aprile del 2007, parlò di un viaggio – quello della nascita del Partito democratico – da farsi nel rispetto della storia e dell’identità di ciascuno, con lo sguardo rivolto al futuro. Una visione sulla quale, sino ad oggi, ha pesato soprattutto la prima parte, la rimarcazione cioè delle appartenenze identitarie e storiche delle componenti del partito, le antiche (e anacronistiche, soprattutto per i più giovani) e nuove rivalità, le differenze.  Totalmente tralasciata, invece, la convergenza su un qualche tipo di futuro, su un progetto politico realmente comune e condiviso, al servizio di un partito. L’esistenza stessa del Pd è stata occupata, per gran parte, da un’interminabile mediazione interna, che ha visto più volte scomporsi e ricomporsi gli equilibri, all’insegna della precarietà, degli interessi particolari e dell’opportunità dei singoli gruppi contrapposti.

Chi sostenne, undici anni fa, la necessità di un azzeramento delle correnti non aveva tutti i torti. Certo, non sarebbe servito, ma il problema era, grossomodo, stato centrato. In questo decennio di esistenza, il Partito democratico non è mai stato in grado di superare, realmente, gli schemi e le contrapposizioni proprie, per molti versi, di una coalizione. Ancor prima che fosse in grado di divenire partito, abbiamo assistito a guerre e attentati intestini capaci di spazzare via, nell’arco di un biennio, i garanti di quello stesso progetto unitario, per riaffermare al suo posto blocchi dirigistici che hanno lavorato, evidentemente, più per una non rottura di un’amalgama non riuscita (cit. D’Alema) che per un suo superamento; per un mantenimento delle posizioni piuttosto che per un confronto serio, aperto, leale e teso a dare vita ad un nuovo tipo di unità e di azione di Partito. Non si è mai riusciti, cioè, a raggiungere veramente quel famoso intero che avrebbe dovuto superare le sue parti originarie.

Non è forse un caso che la rottamazione, l’affermazione del nuovo, di un cambiamento, rappresentata da Matteo Renzi, avesse riacceso l’entusiasmo soprattutto delle generazioni più giovani. Di chi, negli scontri tra cattolici, liberali, socialisti, partitisti o ulivisti, dei continui giochi di potere interni, aveva non solo poco interesse, ma un naturale rigetto. Come affidare un futuro incerto e un presente di difficoltà reali a una forza politica che non ha ancora trovato una propria identità comune, se non basandola sulla precarietà degli equilibri?

Nei territori la mancanza di questa identità, di un metodo, di una prospettiva comune è esplosa in tutta la sua negatività, configurandosi come una lotta fratricida. I circoli sono divenuti terreno di guerra su cui mettere la bandiera. Un correntismo sfrenato, all’insegna della frammentazione su cui hanno conquistato sempre più terreno capi bastone preoccupati di giostrarsi nel controllo del proprio feudo, pronti a portare battaglia ai rivali in ogni occasione, con il Pd preso nel mezzo. Laddove circoli e sezioni siano riuscite a rimanere esterne a tali dinamiche, grazie allo sforzo e al lavoro di (sempre meno) militanti in difficoltà, hanno visto anno dopo anno le loro sedi calare nelle presenze, un maggiore distacco dei cittadini, il disinteresse delle classi dirigenti locale ad affermare l’idea di un partito aperto e partecipato, perché troppo occupate a rintanarsi nelle roccaforti e a difendere, ognuno, le proprie posizioni. Quello che doveva essere un partito aperto, partecipato e soprattutto partecipabile,  si è trasformato in una realtà ben diversa, se non per certe, ritualistiche, occasioni.

Ogni tentativo di andare oltre l’affermazione di questi modelli è stato ucciso sul nascere, per il semplice motivo che non esistevano le basi per poter cercare una loro rottura. Per quanto concerne il fallimento della trasformazione del Partito democratico (tralascio qui ogni giudizio di merito), Matteo Renzi non ha certamente tutte le colpe. Ha creduto, ingenuamente (questa sì, è una colpa), che un radicale cambiamento dall’interno sarebbe stato possibile solo grazie ai voti degli elettori, anche senza la condivisione di tutte le componenti. Ha pagato tale errore osservando i partiti nel partito riorganizzarsi con il preciso obiettivo di far fallire la sua azione, anche a costo di fare il male del Pd. Una lauta dose di arroganza e di egocentrismo ha fatto il resto. Quella che doveva essere una rivoluzione interna, chiesta prima di tutto dall’elettorato, è rimasta quindi a metà, e si è diffusa sempre più l’idea di una gestione dittatoriale, esattamente il messaggio che voleva essere fatto percepire dai suoi antagonisti. L’ambizione di Governo (che ha portato a scelte discutibili), e forse la paura di essere ricordato come colui che aveva totalmente disintegrato il Pd e la sua (finta) unità, hanno fatto mancare il coraggio di andare sino in fondo, trasformando ciò che poteva essere una stagione positiva in una negativa: ma se un partito non ha la maturità per essere tale, è legittimo chiedersi se non sia necessario, guardando in prospettiva, superarne le logiche.

Perché il timore diffuso è che, anche questa volta, la strada sia segnata. Che quanto accaduto nelle elezioni sia visto semplicemente come la chiusura della parentesi renziana (sarà poi vero?). Che si riprenda un percorso di totale continuità con il passato, dopo una breve riorganizzazione dei ranghi atta a superare la parentesi dell’ultimo triennio.

Ci sarebbe invece da chiedersi come superare il partito amalgama, ma forse in pochi hanno davvero l’interesse che ciò avvenga. Troppa l’ambizione delle parti, troppe le differenze storiche, troppa la presunzione, le rivalità e gli antagonismi personali, troppo alto il rischio di un gioco a perdere per chi sulle logiche dell’ultimo decennio ha costruito le proprie posizioni di potere. Occorre dunque farsi una domanda: esistono realmente gli spazi per mettere da parte tutto ciò? Per guardare, dopo dieci anni, alla nascita di un Partito dove l’unitarietà e il metodo non siano solo elementi di facciata a uso e consumo per il mantenimento di uno status quo o per le lotte di potere? Nel quale il confronto tra le parti non debba essere scusa per il sabotaggio interno, per interminabili guerre basate sulla preservazione dei poteri? Una realtà che abbia finalmente la responsabilità di guardare al futuro, e sappia condannare, isolare con forza e, se necessario, rinunciare a chi è ancorato alle logiche del passato e ha sempre lavorato per preservarle. Un partito non chiuso su se stesso, più popolare e aperto, che ritrovi il tempo per essere presente nel territorio, per dialogare e coinvolgere, per ascoltare i bisogni dei cittadini, degli elettori, dei militanti.

Perché ciò sia possibile è necessario più di un semplice Congresso. Serve una vera e propria fase di rifondazione aperta, che affronti con coraggio e determinazione quanto di irrisolto esiste sin dalle origini, anche a costo di perdere dei pezzi. Quel 18 per cento che ha scelto il Partito democratico deve essere in grado di rivendicare, con forza, questa esigenza. Con la consapevolezza che, qualora la nuova fase costituente riuscisse nell’obiettivo, il recupero del consenso di centro sinistra sarà solo una questione di tempo. Ma in politica, pazienza e coerenza, se esiste un’idea e un progetto forte, nel lungo termine sono due elementi fondamentali. Se invece si guarderà alla solita scappatoia, all’ennesimo patto interno all’insegna della sopravvivenza, avremo la definitiva dimostrazione di una totale mancanza di prospettiva, che allungherà solamente l’agonia del centrosinistra (aggravata ulteriormente dalle tendenze europee) e dei suoi elettori. In tal caso l’unica domanda – per la delusione di chi ha creduto nel progetto unitario – sarà non se, ma quando si andrà nella direzione di un superamento del Partito democratico stesso.

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Nasce a Torino il 13/09/1988, appassionato di politica, dopo essersi diplomato al Liceo Classico Beccaria di Milano, si iscrive al corso di Studi Internazionali all’Università degli Studi di Torino, dove si laurea nel 2011. Completa il suo percorso di studi laureandosi con lode al corso specialistico in Relazioni Internazionali dell'università LUISS Guido Carli.
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