Strappo su strappo: guida galattica per masochisti

23/10/2013 di Andrea Viscardi

Guida Galattica per masochisti

Se qualcuno dovesse girare un film sulla situazione italiana e del suo governo, credo il titolo più appropriato sarebbe proprio questo. Parafrasando la nota canzone scritta da Paolo Conte e il divertentissimo libro di Douglas Adams, uscirebbe un ritratto perfetto della situazione interna alla grande coalizione. Intuitivamente si può comprendere come non vi sia nulla da festeggiare. Letta resiste, è vero, ma il voto di fiducia di inizio ottobre, che sembrava la svolta, ha lasciato il governo in una posizione molto simile a quella di Saigon nel 1975. Allora, le promesse americane non furono mantenute, e gli accordi di pace tra le forze in gioco si rivelarono solo come un trampolino, per il nord, utile a conquistare e far cadere la capitale nemica. Ecco, Letta e il suo governo, in questo momento, non hanno ancora compreso se, quegli accordi di pace, saranno mantenuti o se, dall’altra parte, un tifone è pronto a colpire Palazzo Chigi.

Partito Democratico, strappoI comportamenti del PD stesso ne sono i primi responsabili e non aiutano certo la compagine guidata dal povero Enrico, che già nei prossimi giorni dovrà avere il delicato compito di rimodellare la legge di stabilità davanti a sindacati e al Pdl. Una corda, a furia di essere tirata, si spezza; e se proprio vogliamo vedere, negli ultimi mesi, lo spago si accumula quasi unicamente a sinistra. Il rifiuto di rimandare il giudizio sulla Severino alla Corte Costituzionale, il voler, a tutti i costi, forzare il regolamento ed utilizzare il voto palese durante la votazione per la decadenza di Silvio Berlusconi e, per ultima, la nomina di Rosy Bindi alla Commissione Antimafia, ne sono solo alcune testimonianze. Senza fare commenti di merito – sulla ripugnante vicenda dell’istituzione della bicamerale avevamo già parlato qui – ciò che è certa è la propensione, del Partito Democratico, a porre la fiamma di un accendino sotto la mano (per usare un certo aplomb) e a spegnerla all’ultimo, poco prima di bruciarsi.

Una cosa, soprattutto, non è chiara. Se nel Partito Democratico in molti sostengono la linea Civati (riforma della legge elettorale e elezioni immediate) forse è il momento di dirlo con schiettezza. Non solo al Pdl, ma anche al Presidente del Consiglio, che assomiglia sempre più ad un sarto di alto livello che ad un politico. Ne va, a questo punto, non solo dell’interesse di un Paese oramai allo strenuo delle sue forze, ma anche della stessa sinistra italiana che, clamorosamente, rischia di far ricompattare, per cause di forza maggiore e solo momentaneamente, un centro destra il cui count-down all’implosione era arrivato vicino allo zero. Non sarebbe la prima volta che le forze guidate da Silvio Berlusconi riacquistano vigore a causa degli errori della sinistra. Certo, ma qualcuno obietterà come, dopo il disastro di febbraio, la lezione sarebbe dovuta essere compresa. Senza parlare, poi, di quanti, tra gli stessi elettori del PD, inizino a guardare spazientiti ai comportamenti di molti eletti del partito: una sorta di guerriglia messa in atto per giustificare il fatto che, a distanza di mesi, qualcuno non ha mai accettato il governo di larghe intese, e qualcun altro non ha ancora avuto epifanie in alcun senso, stando in una terra di mezzo di tolkeniana memoria. Insomma, il modo migliore per scontentare, tra gli elettori, sia chi voleva il governo di coalizione, sia chi ha sostenuto, dal principio, la sua inutilità.

Ciò che non è stato ben compreso è una questione basilare a fondamenta di un governo di coalizione: il compromesso. Può piacere o meno, ma è un dato di fatto. Ora, già di per sè, questo rappresenta un ostacolo alla realizzazione di un programma concreto, coraggioso e deciso per la ripresa di un Paese in crisi. Soprattutto in una coalizione in cui, le idee politiche, sono così distanti. Chi scrive, in realtà, credeva fosse comunque la soluzione migliore (e probabilmente lo era) dopo il blocco totale di febbraio. Ma se tale patto di governo viene inteso come un’opportunità per una revanche verso l’altra forza politica, storica rivale, fatta di dispetti e di porte sbattute in faccia, allora, tanto vale tornare a scannarsi come degli animali ognuno dalla propria parte della barricata. Il presente sarà divertente per qualcuno, forse, ma dubitiamo fortemente che 60 milioni di cittadini la possano pensare allo stesso modo.

Il Partito Democratico, quindi, deve decidere, e sarebbe bene lo facesse in fretta. Perché se il governo Letta dovesse cadere a causa di uno strappo, lo farebbe, soprattutto, a causa di fuoco amico, per quanto indiretto. Chiudendo con un’altra metafora storica, alcune mosse del Partito potrebbero essere paragonate alla strategia messa in atto da Cavour, nel 1859, con l’obbiettivo di provocare un attacco austriaco e di costringere la Francia all’intervento, come deciso dagli accordi di Plombieres. Allora, però, l’Italia aveva, appunto, le spalle coperte dai francesi, e in gioco c’era la liberazione del Nord Italia. Oggi, tutto quello che si potrebbe ottenere, oltre alla possibilità di partire con il divertentissimo reality del j’accuse riguardante le responsabilità, sarebbe il rischio di andare alle elezioni, di nuovo, sotto la costellazione del porcellum. Perché anche le colombe di Alfano, prima o poi, rischieranno di stufarsi di un gioco di questo tipo, e, una volta volate via, ai cacciatori non resterà in mano che un fucile da puntare alla testa.

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Nasce a Torino il 13/09/1988, appassionato di politica, dopo essersi diplomato al Liceo Classico Beccaria di Milano, si iscrive al corso di Studi Internazionali all’Università degli Studi di Torino, dove si laurea nel 2011. Completa il suo percorso di studi laureandosi con lode al corso specialistico in Relazioni Internazionali dell'università LUISS Guido Carli.
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