Parolazze vastase – La concessione del telefono

28/11/2015 di Nicolò Di Girolamo

Oggi parliamo di un romanzo del maestro Camilleri, "La concessione del telefono pubblico". Una piccola perla all'interno della caratteristica produzione dello scrittore siculo

Camilleri

A causa della sua incredibilmente prolifica produzione letteraria, è possibile scordare alcuni dei titoli più divertenti e significativi nati dalla sconfinata fantasia di Andrea Camilleri. Sarebbe davvero un peccato se ciò accadesse con il romanzo di cui parleremo oggi, ovvero: La concessione del telefono, pubblicato per la prima volta da Sellerio nel 1998. Questo poiché tale libro è semplicemente una perla all’interno della caratteristica produzione dello scrittore siculo.

Com’è noto, Camilleri si dedicò esclusivamente alla narrativa solo in età relativamente avanzata, mentre stava abbandonando la precedente attività di regista e sceneggiatore. Per tale motivo il libro in questione, pur scritto negli anni ’90, appartiene alla prima generazione – per così dir e- dei suoi romanzi ma ciononostante, pur non vedendo come protagonista l’ormai iconico commissario Montalbano, contiene in sé tutti gli elementi principali della scrittura di Camilleri.

La vicenda si svolge nella Vigata di fine ‘800, lo stesso (fittizio) paesino in cui si sarebbero state ambientate in futuro le indagini di Montalbano, e ha come protagonista più che un personaggio in particolare, un intreccio di complesse e fragili connessioni sociali attraverso le quali si muove l’esistenza di questo piccolo paese.

Difatti, se anche potrebbe sembrare che Filippo Genuardi, mercante di falegnami border-line della nullafacenza, sia al centro della questione, in realtà esso è solo un perno attorno al quale si muovono le vicende, ed è utile solo a tenere coeso il corpus narrativo. È questo forse, insieme all’esilarante e caustico umorismo, l’aspetto più brillante di questo romanzo.

Infatti, alternando un capitolo di dialoghi ad uno di lettere o documenti (Camilleri li intitola cose scritte e cose dette), l’autore fornisce una certa credibilità alla vicenda, come se fosse stata desunta da una indagine effettuata da articoli di giornale, missive private dossier e così via. Le ‘cose scritte’ fanno intuire al lettore cosa sia in realtà successo, rendendolo così partecipe alla formazione della storia.

All’origine della vicenda vi è un fatto in teoria banalissimo. Tale Filippo Genuardi richiede una concessione per una linea telefonica privata. A complicare le cose risulterà in seguito che per ottenere una risposta dalla prefettura sarà meglio avvalersi delle conoscenze del boss mafioso locale, Don Longhitano, il quale, da parte sua, non ci pensa nemmeno ad elargire favori senza ottenere qualcosa in cambio. Si aggiunga poi il fatto che la ragnatela di raccomandazioni mette in luce il caos amministrativo che regna nella Trinacria, causato perlopiù dai funzionari sabaudi, benintenzionati sì, ma troppo poco avvezzi ai costumi siculi, che credendo di avere a che fare con una popolazione qualsiasi prendono costantemente fischi per fiaschi.

Questo infatti è uno degli elementi comici principali del libro. La totale incomunicabilità tra la gente autoctona, carica di un complesso sistema di leggi e tradizioni rigorosamente non scritte e persino taciute, e i cosiddetti ‘continentali’. Qualunque funzionario continentale, mandato per disgrazia ad adempiere al suo mandato in quest’isola è destinato ad impazzire. Vi è un prefetto napoletano, ad esempio, che comincia a vedere socialisti dappertutto e ad esprimersi con i numeri della smorfia: 12, 72, 49! (Rivolta, incendi, omicidi!), oppure un magistrato lombardo che preso dall’esaurimento nervoso si da’ all’alcol e si convince di dover condannare un ladro a trecent’anni di galera, cent’anni per ogni patata rubata.

In sintesi questo piccolo capolavoro, così tipico di Camilleri di certo non vi deluderà e non mancherà di riempire qualche vostra ora di incontenibili risate.

 

‘Lo sa che Filippo Genuardi ha fatto domanda per una linea telefonica privata tra lui e il suocero?’

‘Nonsi non lo sapevo’.

‘Pare che una parte dei pali per tenere il filo dovrebbe essere allocata sui suoi terreni.’

‘Ma non c’è nisciun problema! Io sono amico del suocero, Schilirò, e poi a Pippo Genuardi l’ho visto nàsciri e crisciri! Ripeto: nisciun problema. Piantino tutti i pali che gli servono’

‘Invece il problema c’è’.

‘Ah sì?’.

‘Sì’.

‘E sarebbe?’

‘Che questi pali, sui suoi terreni, non ci si devono mettere.’

‘Ah no?’

‘No’

‘Nisciun problema, commendatore! Manco sparato farò chiantare un palo che sia un palo! Filippo Genuardi vada a rasparsi le corna da qualche altra parte.’

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Nicolò Di Girolamo

Nasce a Trieste nel 1993 e consegue la maturità classica alla Scuola Navale Militare Francesco Morosini di Venezia. In seguito si iscrive al corso di lettere moderne all'università di Firenze. Lettore accanito fin dalla tenera età, divide le proprie passioni tra vela, cinema e, naturalmente, libri di vario genere.
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