Parlamento: una partita a scacchi tra Bersani, M5S e Grillo

18/03/2013 di Federico Nascimben

Il peso delle riforme mai attuate. Mentre la partita a scacchi in Parlamento prosegue, il Paese continua a rimanere senza un Governo solido e soprattutto senza alcuna certezza futura. È il prezzo dell’instabilità, è il prezzo di anni e anni di riforme solo abbozzate, poi prorogate ed infine mai attuate. L’Italia ha anzitutto bisogno di una riforma istituzionale organica e seria che garantisca la governabilità, in un quadro maggiormente federalista che sappia responsabilizzare regioni ed enti locali. È questo il prerequisito essenziale per procedere a qualsivoglia riforma futura, è un aspetto imprescindibile.

La situazione parlamentare. Ma questi sono solo “buoni auspici”. Il mondo che traspare in questi convulsi giorni – che seguono all’insediamento delle nuove Camere – è assolutamente lontano dai problemi del Paese reale, ma è dettato dai tempi istituzionali. Quello che sembra venirne fuori è da un lato la “radicalizzazione” della via scelta dal PD, una scelta non troppo chiara che porterà a stringere ancor di più una strada già di per sé era molto stretta; e dall’altro la manifesta impossibilità di Grillo nel riuscire a controllare le sue truppe a Montecitorio e Palazzo Madama (forse, come suggeritogli da più di qualcuno, avrebbe fatto bene a candidarsi). Tutto questo viene condito dall’ulteriore – e continua – radicalizzazione della battaglia solitaria del PDL e del suo leader contro la magistratura, mentre la Scelta Civica di Monti è pressoché scomparsa dalla scena politica e parlamentare per miopia ed incapacità proprie.

I “vasi” non sono comunicanti. Il PD ha agito bene, presentando candidati alle presidenze delle Camere molto appetibili ai grillini, continuando nella sua lenta ma costante opera di seduzione esplicitata sin dal giorno seguente le elezioni. Nelle giornate di sabato e domenica questa strategia ha pagato: infatti, soprattutto nel caso di Grasso, l’intento di dividere il M5S è riuscito. Rimangono, però, due scogli al momento insuperabili: il PDL si è più volte dichiarato disponibile ad un Governo di larghe intese in cambio di un nome appetibile alla presidenza della Repubblica, ma il PD ha sempre declinato l’offerta; Grillo e il M5S si sono sempre dichiarati contrari a votare la fiducia a qualsiasi Governo guidato o formato dai partiti. Continuano quindi a mancare i numeri necessari. Anche nel caso più improbabile in cui Bersani ottenga il lasciapassare da Napolitano per la formazione di un Governo di minoranza che vada a cercare i voti dei grillini al Senato – sulla base dei famosi otto punti -, e ci riesca, grazie a qualche (molto poco probabile) strappo di qualcuno di questi, rimane il problema dell’approvazione dei singoli provvedimenti. Un Governo del genere non avrebbe vita lunga, e il Capo dello Stato lo sa benissimo: troppe mediazioni sarebbero necessarie per replicare il noto modello siciliano (che proprio su queste si basa).

La strategia scelta dal PD. Come ho sottolineato anche in altri articoli, il fine ultimo del tentativo di Bersani sembra essere quello di “responsabilizzare” il M5S, cioè cercare di mettere quella che è stata la forza politica più votata per la Camera di fronte alle proprie responsabilità istituzionali, soprattutto con la speranza che i grillini crollino sotto il peso di queste. Come dire: un conto è la Piazza, un conto è il Palazzo. Tutto questo anche a costo di collaborare con un movimento “non” europeista, con una linea di politica economica ambigua che mescola un po’ di tutto al suo interno. La strategia scelta dal PD ha portato il PDL ad irrigidire le proprie posizioni “antigiustizialiste” e di isolamento: è il segno di un partito che meno di tutti ha saputo (e voluto) rinnovarsi e che continua a vivere e rimanere compatto solamente grazie alla figura del proprio leader. Monti, invece, andando avanti con questa linea sarà destinato sempre più all’ininfluenza.

…E sul M5S. Infine, i fatti di questi giorni hanno dimostrato come sia sempre più difficile tenere unito su ogni tema (come vorrebbe Grillo con il suo “codice di comportamento per il parlamentari del M5S”) un insieme di persone all’interno di un movimento così eterogeneo – votato dai cittadini in segno di protesta anticasta e anticrisi in maniera omogena in tutta Italia- ma i cui parlamentari sembrano avere idee abbastanza diverse su come affrontare la situazione politica (anche perché buona parte di questi provengono da movimenti e associazioni di sinistra). Le versione forniteci dagli eletti a seguito della scelta di Grasso sembrano non coincidere, ma è un sintomo che probabilmente abbiamo già visto proprio nel centrosinistra: tutti uniti contro qualcosa o qualcuno in un contenitore che tiene dentro un po’ di tutto, con l’aggiunta che nel caso M5S c’è (anzi, ci sono) una sorta di Berlusconi che vorrebbe controllare tutto dall’esterno per permettere la realizzazione di una democrazia diretta, senza intermediari, grazie all’uso della Rete. Ma è difficile che una ricetta così varia, contenente gusti fra i più disparati al proprio interno riesca a trovare sempre una sintesi comune, applicando formule pienamente democratiche dove “uno vale uno”. Il rischio che si corre è che a lungo andare, oltre al M5S, vada fuori controllo anche il Paese.

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Nasce a Pordenone nel 1989 il giorno della Santa Pasqua. Dopo aver terminato gli studi ragionieristici si iscrive alla facoltà di Scienze Politiche a Trieste. Conclude il suo percorso laureandosi con il massimo dei voti in Scienze di Governo e della Comunicazione Pubblica alla LUISS "Guido Carli" con una tesi in diritto del lavoro dell'Unione Europea. In accordo col Maestro, pensa che sia "difficile restare calmi e indifferenti mentre tutti intorno fanno rumore". Mail: federico.nascimben@europinione.it
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