Parigi, Stato Islamico ed Europa. Errori di una guerra considerata terrorismo

14/11/2015 di Andrea Viscardi

Perché riconsiderare in toto una strategia europea che si è rivelata fallimentare. Dalla sbagliata lettura dello scenario reale, al convincimento di continuare a considerare un fenomeno come terrorismo, quando è qualcosa di ben più complesso.

IS, Europa e Parigi

L’attentato accaduto a Parigi non era imprevedibile, ma ciò non significa che sarebbe potuto essere anticipato e sventato. Credere che l’azione dell’IS o di soggetti a lei ricollegabili si sarebbe fermata a Charlie Hebdo sarebbe stato superficiale e sciocco anche per chi non si intendesse minimamente di terrorismo. Non dimentichiamo, tra l’altro, che un’ennesima strage è stata probabilmente evitata, pochi mesi fa, su un TGV francese, grazie all’azione coraggiosa di due militari in permesso.

La questione della prevenzione di atti di questo tipo dal punto di vista della sicurezza è troppo complessa e utopica perché si possa pensare ad una sua efficacia a trecentosessanta gradi. Le democrazie europee si sono dimostrate fragili, in passato, innanzi a gruppi terroristici classici, strutturati e interamente endogeni agli stati colpiti. L’ETA, l’IRA, gli anni di piombo si sono superati con difficoltà, e spesso con risposte provenienti non solo grazie all’azione delle forze di sicurezza, ma anche e soprattutto grazie a risposte di stampo politico.

Innanzi ad un fenomeno come quello del terrorismo 2.0 di matrice radicale islamica, inaugurato dall’IS come evoluzione della più rigida – e quindi contrastabile – struttura passata di gruppi semiclandestini come Al Qaeda, l’azione di messa in sicurezza si rivela più complessa, per non dire impossibile. Basti pensare a come, nell’ultimo anno, siano stati circa 1500 i cittadini francesi che hanno deciso di volare in Siria per combattere al fianco dell’IS.

Lo Stato Islamico non è più un gruppo terroristico – grave errore da parte di media e politica continuare a considerarlo in questo modo – ma è senza ombra di dubbio un’entità, un qualcosa ancora in trasformazione ma che si presenta oggi a metà tra l’essere un’organizzazione territoriale e un soggetto statale di riferimento. Un qualcosa di concreto, di esistente. Un soggetto che è stato capace di divenire un faro, una calamita per gran parte dell’islam radicale presente nel globo. Perché non parla più come un profeta, nascosto tra le montagne. Non è più un’ideologia utopica. Parla con la voce concreta, forte, autoritaria di uno stato vero e proprio. Il “sogno” non è più un sogno. Una realtà che è stata in grado di fare propria un’ideologia totalizzante in un’epoca in cui le ideologie non esistono più, e che quindi ha avuto accesso ad uno sterminato bacino potenziale di “fedeli”. Da chi è veramente un seguace dell’islam radicale, a chi lo fa proprio come pretesto per esprimere la propria rabbia, il proprio disagio sociale – come è avvenuto in passato per qualsiasi altra ideologia della storia.

Oggi l’IS è uno Stato ideologico che ha dichiarato guerra utilizzando – semplicemente – un metodo di attacco diverso dal solito. Per essere ancora più precisi, ha dichiarato una guerra subordinata ad una strategia che non è quella di conquista, ma di aumento della propria legittimazione all’interno dell’altra guerra, quella vera – che media e politica continuano ad ignorare -, che è deflagrata definitivamente tra le diverse realtà dell’islam in medio oriente.

Già mesi fa, scrivevo sulle pagine di questo sito che il primo e più grande errore degli stati europei sarebbe stato un’errata valutazione della strategia di ingaggio del “nemico” che si affacciava ai propri confini. Continuare a combattere l’IS solo dal punto di vista della prevenzione e della messa in sicurezza, facendo proprie le regole di ingaggio classiche portate contro il terrorismo non può che essere, innanzi ad un tale scenario, limitativo. Significa tentare di arginare una situazione il cui cuore del problema non potrà essere debellato agendo solamente all’interno, e che anzi trova terreno fertile in tale tentativi, perché gli permette di fortificarsi – da un punto di vista propagandistico – semi indisturbato, a migliaia di chilometri di distanza.

L’Europa, in tutto questo, ha colpe enormi. Ha colpe per non essere stata in grado – in oltre un anno – di trovare una linea comune, forte e coerente per fronteggiare lo stato islamico. Ha la responsabilità, insieme al resto dell’Occidente, di non aver cambiato minimamente la propria politica estera nell’area, elemento che era già ben evidente dal momento in cui, dopo Charlie Hebdo, sfilava insieme agli altri leader europei a Parigi anche il rappresentante del Qatar, uno dei principali stati finanziatori del terrorismo islamico.

Occorre oggi ripensare completamente alla strategia di azione in Siria e Iraq, partendo dal presupposto che oggi, la mano tesa della Russia non può e non deve più essere ignorata. Perché mettere da parte momentaneamente quanto accaduto in Ucraina non significa dimenticarlo, significa semplicemente ispirarsi ad un principio di Realpolitik da troppo tempo dimenticato dai leader europei in politica estera. Partendo dal presupposto che oggi non si sta più parlando di una guerra civile siriana in cui l’elemento di discordia possa essere ancora considerato Assad, ma di una guerra aperta dichiarata da uno stato verso tutti gli stati occidentali. E in quanto tale va trattata.

Solamente estirpando il virus dello Stato Islamico sarà possibile iniziare a cercare di debellare il virus ideologico estremista che rappresenta la vera epidemia capace di mettere in ginocchio la società occidentale. E sia ben chiaro a tutti, che dopo aver risolto il problema in Siria ed Iraq non si sarà curato il virus. Si sarà semplicemente debellata la sua fonte primaria di propagazione. E solo allora, in quel momento, intervenire con forza sulla sicurezza interna e sul debellamento degli “infetti” potrà portare alla vera messa in sicurezza di tutti i cittadini europei ed occidentali. Perché si sarà perso il punto di riferimento, il motore  ideologico. Si sarà distrutta quell’utopia trasformata in realtà, dimostrando come, nel mondo odierno, non vi sia spazio per essa.

Il tutto senza dimenticare, ovviamente, che il vaccino per prevenire nuove e future epidemie sarà rappresentato in parte anche e in modo incisivo da come gli stati europei sapranno rivedere le proprie politiche di inclusione sociale. Appare troppo chiaro, oggi, come non si possa parlare di invasione del radicalismo islamico. Non si tratta di frontiere aperte o chiuse, ma di una realtà che attecchisce dall’interno. Un virus, per diffondersi, ha bisogno di condizioni adatte, e le migliaia di giovani occidentali partiti come foreign fighters ne rappresentano, senza dubbio, la dimostrazione migliore.

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Nasce a Torino il 13/09/1988, appassionato di politica, dopo essersi diplomato al Liceo Classico Beccaria di Milano, si iscrive al corso di Studi Internazionali all’Università degli Studi di Torino, dove si laurea nel 2011. Completa il suo percorso di studi laureandosi con lode al corso specialistico in Relazioni Internazionali dell'università LUISS Guido Carli.
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