Pari opportunità: a che punto siamo?

08/03/2013 di Falda Torino

Come ogni anno, alla vigilia dell’8 marzo, gli incentivi alla consacrazione consumistica di questa ricorrenza si sprecano e in pochi si fermano a riflettere su quale sia effettivamente il senso di questa celebrazione, analizzando le lacune che, al netto di oltre un secolo di storia del movimento femminista, continuano a caratterizzare il percorso verso la concreta realizzazione delle cosiddette “pari opportunità”.

Prima di tutto, un po’ di storia. Le radici del femminismo si potrebbero rinvenire già nella Francia pre-rivoluzionaria, ma è soprattutto agli albori del XX secolo che il movimento comincia la sua graduale e difficile strutturazione, a partire da due principali matrici: una d’ispirazione socialista e una d’ispirazione borghese, liberale.

Donne e pari opportunitàPer Marx la donna proletaria era sottoposto ad una duplice oppressione: quella di classe, condivisa con tutti gli altri operai, e quella di genere, dovuta all’impostazione di stampo patriarcale della società. Questa (a primo acchito) inedita sfaccettatura del pensiero marxista confluì nell’impianto dottrinario del socialismo rivoluzionario, che fece della parità di trattamento tra uomo e donna una delle sue bandiere. Tant’è che, già molto prima che in Inghilterra fosse sancito il suffragio universale, il neo-instaurato regime bolscevico decretò il diritto di voto attivo e passivo per tutte le donne. La stessa “giornata internazionale della donna”, comunemente considerata celebrativa di una strage di operaie avvenuta in una fabbrica di New York nel 1908, è stata in realtà istituita su iniziativa del partito socialista americano, benché inizialmente fissata all’ultima domenica di febbraio.

Il femminismo di stampo liberale muoveva, invece, da esigenze completamente diverse: tenute lontane dal lavoro per mere convenzioni sociali, le donne borghesi non saldarono mai le loro rivendicazioni con quelle della classe operaia e scelsero di battersi per la piena realizzazione dei diritti civili e politici e per la libertà di disporre autonomamente della propria vita e del proprio destino.

Accanto a questi due diversi modi di intendere il processo di emancipazione femminile, a partire dagli anni Settanta se ne sviluppò uno a carattere radicale. Partendo dalla considerazione che, nonostante le numerose conquiste fino ad allora registrate, le donne erano ancora oggetto di pesanti discriminazioni, tale movimento sosteneva che fosse finalmente giunto il momento di realizzare una vera e propria sovversione culturale, in modo tale da modificare nettamente l’impianto sessista di una società che continuava ad etichettare le donne come esseri inferiori ed incapaci.

Da allora sono passati svariati anni, sono state portate avanti diverse battaglie e sono stati registrati numerosi successi. Tuttavia, molti sono ancora i contesti in cui si stenta a parlare di pari dignità tra uomo e donna. A che punto siamo, dunque?

Pur senza alcuna pretesa di esaustività, analizzare la questione non è agevole: il problema del riconoscimento e della promozione dei diritti delle donne tocca vari ambiti e, spesso, si innesca su problematiche di tipo culturale e psicologico difficilmente inquadrabili in modo univoco. Senza contare le divergenze di fatto esistenti su quanto realizzato sul piano giuridico e quanto effettivamente trasposto sul piano sociale.

Come stimato da fonti Eurostat, sebbene il tasso di occupazione femminile sia sensibilmente aumentato a partire dal 1997, il gap fra occupazione maschile e femminile continua ad essere alquanto elevato: si parla di oltre 12 punti percentuali; senza contare gli effetti negativi dell’attuale crisi economica, la quale si stima che, con riferimento alla sola categoria delle donne lavoratrici, abbia distrutto almeno 13 milioni di posti di lavoro. Sfortunatamente, la situazione non cambia nemmeno se si considerano altre variabili come, ad esempio, l’accesso al credito, il salario medio o l’occupazione di posizioni di responsabilità in ambito politico e manageriale. Il neoeletto Parlamento italiano, con il 30% e il 32% di donne elette rispettivamente al Senato e alla Camera, è stato definito come il Parlamento più “giovane” e più “rosa” della storia repubblicana; un gran bel primato se paragonato alle precedenti legislature, ma un risultato per niente eccezionale se confrontato con il trend degli altri Stati membri dell’Unione Europea.

Prospettive in rosa tutt’altro che rosee, insomma; corroborate dall’ultimo rapporto redatto dal WTO sullo stato dell’occupazione femminile, rapporto in cui si afferma che il «gender gaps in labour markets remain pervasive around the world, with women continuing to suffer from the fallout of the global economic crisis. Current projections indicate that women’s employment opportunities are likely to remain limited, with female unemployment rates projected to remain elevated until 2017 or beyond». Decisamente più preoccupanti risultano essere i dati relativi alle violenze: solo in Italia viene uccisa una donna ogni due giorni, mentre niente di certo si sa delle centinaia di donne vittime di reati che temono di denunciare o dei fondamentalismi radicali tipici dell’estremismo religioso.

Ancora, benché siano ormai state sdoganate tutte le remore circa l’opportunità dell’accesso del “gentil sesso” a determinate professioni, è fin troppo esiguo il numero di donne che ricoprono incarichi di prestigi nei vari ambiti della vita politica, sociale ed economica; mentre altissimo è il numero di donne che subiscono violenze perché entrate a far parte di un mondo considerato di esclusiva pertinenza maschile. Recentissime, a questo proposito, sono le indiscrezioni trapelate sugli abusi sessuali perpetrati da alcuni militari americani a danno delle donne-soldato in Afghanistan e Iraq.

Tenuto conto di tutti questi limiti, molto potrebbero fare un efficiente sistema giuridico ed una efficace implementazione del dettato normativo. Gli strumenti sono leggi e pene certe. Gli obiettivi sono l’eliminazione di stereotipi sessisti, l’autosufficienza che possa alleviare il cappio di una società fondata sulla dipendenza economica dall’uomo, l’alleviamento della povertà per limitare i casi di sfruttamento nei Paesi più arretrati, la diffusione di una cultura basata sul rispetto dell’altro. Punti, questi, individuati anche dalla Commissione Europea nell’ambito della “Strategia per la parità tra donne e uomini per il periodo 2013-2015”.

Proprio l’Unione Europea è uno degli organismi maggiormente attivi sulla scena internazionale per la salvaguardia dei diritti delle donne. La normativa è particolarmente ricca: si va dal congedo per maternità ai programmi di costituzione di strat-up a direzione femminile, passando per iniziative volte a facilitare proprio alle donne l’accesso al credito. Al pari, di notevole importanza è stata la creazione dell’ ”Istituto europeo per l’uguaglianza di genere”, il cui compito è quello di garantire e facilitare all’interno degli Stati membri il recepimento delle normative legate al tema dell’uguaglianza di genere, del “Comitato consultivo per le pari opportunità”, organo di raccordo tra istituzioni europee ed enti che si occupano di pari opportunità, e del “Programma Daphne”, un’iniziativa volta a garantire la salute fisica e psichica delle donne e dei bambini vittime di violenza.

Almeno a livello comunitario, l’impegno, dunque, c’è. Resta da vedere quanto i singoli Stati saranno disposti a spingersi avanti nella lotta alle discriminazioni e quanto, soprattutto, le persone stesse “vorranno” spingersi avanti. Nella lotta per il riconoscimento dei diritti delle donne, infatti, il nemico numero uno resta sempre e comunque l’atteggiamento culturale. Un atteggiamento culturale che, da un lato, spinge alcuni uomini a considerare le proprie compagne come oggetti di proprietà; ma che, dall’altro lato, porta alcune donne a scegliere autonomamente di diventare un semplice “oggetto” del sollazzo maschile. Ora, posto che nei limiti del rispetto della libertà altrui (principio cardine del vivere sociale, fin troppo bistrattato) ciascuno può fare di sé ciò che vuole, troppo spesso il dolore straziante delle donne vittime  di violenze, soprusi e discriminazioni viene offuscato da chi fa della mercificazione del proprio corpo e di una opinabile libertà sessuale il proprio credo. Ridurre le conquiste del femminismo ad una impudica esibizione dei propri requisiti fisici non solo appare come un insulto ai sacrifici fatti da chi ha combattuto per l’ottenimento dei propri sacrosanti diritti, ma sminuisce il senso stesso dell’essere donna.

The following two tabs change content below.
blog comments powered by Disqus