Par condicio, questa sconosciuta

03/01/2013 di Luca Andrea Palmieri

agcom

Il 28 dicembre l’Agcom ha pubblicato il regolamento sulla par condicio per le reti private. In realtà sarebbe dovuto entrare in vigore già dal 24, data la convocazione dei comizi elettorali in seguito alle dimissioni del governo Monti. Ad oggi manca ancora il regolamento della Vigilanza Rai: dovrebbe essere varato nelle prossime ore, sulla base della bozza impostata dal presidente Zavoli, dopo la discussione degli emendamenti (oltre 100) presentati da tutte le forze politiche. Ma cos’è la par condicio? E’ uno dei momenti più contraddittori del nostro sistema, difeso a spada tratta da alcuni, che vorrebbero persino estenderlo, ed inviso ad altri.

Si parta da una premessa importante:  la par condicio serve a garantire a tutte le forze politiche una giusta  visibilità. In realtà è inappropriato dire che sia presente solo in caso di elezioni, in quanto il meccanismo funziona sempre: tocca infatti all’Agcom, l’Agenzia Garante delle Comunicazioni, controllare che all’interno dei telegiornali e dei programmi di informazione delle reti televisive nazionali vi sia un’equa rappresentanza di tutti gli schieramenti. A regolarla oggi è la legge 28/2000, approvata dal governo D’Alema per limitare la straripante visibilità mediatica di Silvio Berlusconi.

Il problema è che spesso non funziona. Colpa di sanzioni mediamente miti, che non spaventano certo le reti televisive più grandi. Senza contare che un meccanismo del genere funziona solo attraverso la presenza diretta nel palinsesto televisivo di candidati o rappresentanti di schieramenti politici. Ma vi sono molti modi indiretti per portare acqua al proprio mulino. Uno di questi, molto utilizzato in passato, consiste nel far campagna elettorale su di un dato argomento, per poi fare in modo che sia presente il più possibile tra le notizie del giorno: situazione possibile in un sistema come il nostro, dove manca una legge chiara sul conflitto di interessi. Va tenuto conto anche che a vigilare sulla par condicio è l’Agcom, i cui vertici sono di nomina politica: si può parlare davvero di ente autonomo? Situazione che vale anche per la Vigilanza Rai: altro non è infatti che una Commissione bicamerale.

Insomma, un meccanismo pieno di difetti e di problematiche, che ad ogni tornata elettorale fanno fioccare copiose polemiche. L’ultima in ordine di tempo è proprio di queste ore, innescata dal presidente della Vigilanza Rai Sergio Zavoli sulla presenza del senatore Monti nel programma Rai “Uno Mattina” per due volte in 23 giorni, in risposta alle proteste del Pdl. Si noti che Zavoli non è certo un rappresentante del centro-destra.

In questi giorni anche il Partito Democratico si è lamentato molto della presenza costante di Berlusconi sulle reti televisive nazionali. Il partito di Bersani ha fatto notare come Berlusconi stesso si sia auto-invitato nelle trasmissioni televisive; un sistema che il Pd ritiene un’erosione di fatto degli spazi concessi al Pdl. La risposta del centro-destra è stata piccata: è stato fatto notare come, nel periodo delle primarie, la presenza di esponenti politici della sola sinistra era altrettanto costante. Anche Daniela Santanché è intervenuta: la “pasionaria” del Pdl ha parlato di una “pre-par condicio” messa in atto perché il suo leader “fa paura”.

Intanto anche i partiti più piccoli si lamentano della poca presenza loro concessa, a partire dall’Italia dei Valori di Di Pietro, che ha già presentato un esposto all’Agcom; lamentele sono giunte anche  da Fermare il Declino, il giovane movimento di Oscar Giannino, che ha presentato la sua candidatura a Presidente del Consiglio nel silenzio più assoluto dei media.

E’ caos, insomma. Si aggiungano le polemiche sulla norma presentata nel regolamento Agcom per permettere a Mario Monti di partecipare al periodo di propaganda politica regolata. Questi, non essendo membro ufficiale di alcun partito, potrà fare campagna elettorale in quanto “riconducibile” ad una lista: una norma che includerà personaggi di ampia visibilità come Grillo e Montezemolo, ma che ovviamente funziona anche al contrario, impedendo, per esempio, la presenza dei suddetti in programmi di intrattenimento.

C’è modo di risolvere le contraddizioni di questa vituperata par condicio? Il problema di fondo, già citato, è che in Italia manca da sempre una norma chiara sul conflitto di interessi, che determini l’incompatibilità tra cariche pubbliche ed il ruolo di imprenditore, in particolare nel caso di presenza di concessioni pubbliche. Già questo permetterebbe una gestione più equilibrata di situazioni intricate. Senza contare il problema, anch’esso citato, dell’assenza di un’autorità di controllo che sia effettivamente indipendente, il cui meccanismo di nomina dei vertici sia scisso dagli interessi dei partiti. Cosa che l’Agcom allo stato attuale non è. Senza queste basi sarebbe difficile una riforma credibile della legge 28/2000, che elimini tutti i suoi problemi e debolezze.

Un altro dubbio, in ottica futura, è se una riforma del genere potrebbe avere vita lunga. Non dimentichiamo che il web è un terreno di scontro politico sempre più fertile. Se le norme dell’Autorità ad oggi fanno riferimento a soggetti facilmente individuabili, quali televisioni, radio e stampa, internet, al contrario, è ben più difficile da controllare. Ad avviso di chi scrive è ancora presto per parlare del web come del principale terreno di scontro elettorale: ampie ed importanti fasce di popolazione non hanno ancora un accesso totale al web, o comunque non lo utilizzano come primo mezzo di informazione, primato che rimane appannaggio della televisione.

Eppure è facilmente intuibile come in futuro sarà la rete ad essere sempre più arena di confronto. Si tratta, per sua stessa natura, di uno strumento aperto. Sarà necessaria una legge per permettere che vi si svolga un libero confronto di idee? Se si, questa legge sarà in grado di funzionare adeguatamente? Queste domande aprono molti scenari che riguardano il ruolo del web nella formazione dell’opinione pubblica. Si prospettano situazioni che prevedranno scenari nuovi: per esempio, i singoli utenti in rete seguiranno davvero tutti i candidati? O si limiteranno ad ascoltare la voce che più interessa, isolando le altre?

Domande come queste concernono il futuro della Democrazia. I prossimi governi dovranno senza dubbio tener conto di questi dubbi, per far si che il sistema informazione funzioni, soprattutto in un periodo delicato come quello elettorale. Ma i partiti presenti in futuro in Parlamento vorranno davvero una cosa del genere? Il sottoscritto si augura di si. Intanto il confronto politico continua ad esser regolato da una par condicio che non funziona e che diventa ogni giorno più vecchia; ma che rimane l’unico modo che il nostro paese ha trovato per cercar di dare equo spazio alle rappresentanze politiche.

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Luca Andrea Palmieri

Nasce a Napoli il 3/11/1984 e decide a 7 anni di voler diventare giornalista, ma è troppo curioso per non svariare tra gli interessi più diversi lungo tutto il suo periodo di formazione. Dopo varie fluttuazioni tra lavoro, studi ed esperienze all’estero si laurea presso la LUISS Guido Carli in Scienze di Governo e della Comunicazione Pubblica, indirizzo Istituzioni Politiche e Amministrative. Continua ad avere problemi col fatto di essere interessato più o meno a tutto lo scibile umano.
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