Leone Magno, la cristianizzazione nel nome di Pietro e Paolo

14/06/2014 di Davide Del Gusto

Papa Leone Magno

Nel corso del V secolo, Roma, di pari passo con la parte occidentale del suo Impero, iniziò rapidamente a collassare su se stessa. Uscita da un lungo periodo di carestia, nel 410 l’Urbe venne inaspettatamente saccheggiata dai Visigoti di Alarico. L’impatto fu drammatico: tutti dovettero rendersi conto che l’antica capitale del Mondo, la più grande e ricca città del Mediterraneo, era stata presa e devastata dai barbari invasori dopo essere stata lasciata allo sbando da un governo sempre più debole e distante, il cui stesso imperatore, Onorio, aveva ricevuto la tragica notizia del sacco al sicuro, nel suo palazzo di Ravenna.

La popolazione di Roma poté però confidare nell’unica vera autorità rimasta: il papa. I vescovi locali, infatti, in virtù della loro alta missione, non fecero mai mancare le proprie attenzioni ad una città ormai completamente sfiduciata e in totale balia degli eventi. Già nel 410 Innocenzo I ebbe modo di contrattare con Alarico e di vedere risparmiata la vita dei suoi fedeli, che in massa chiesero asilo nella basilica di San Pietro. Ma le piaghe della fame, della violenza e della continua fuga degli abitanti verso zone più sicure avrebbero continuato ad affliggere l’Urbe nei decenni successivi.

Quando, nel 440 venne eletto vescovo di Roma, il diacono Leone dovette impegnare al massimo le proprie energie per poter traghettare la sua comunità verso tempi migliori, dimostrandosi negli anni un eccellente pastore e amministratore. Al momento dell’elezione non si trovava in città: in virtù del grande prestigio di cui godeva, Leone era stato inviato da Galla Placidia, reggente in nome del figlio Valentiniano III, in Gallia per risolvere una questione tra il generale vandalo Ezio e il governatore Albino. Proprio lì, in agosto, ricevette la duplice notizia della morte di Sisto III e, conseguentemente, della sua nomina in contumacia a successore di Pietro. Finalmente consacrato il 29 settembre, nei mesi successivi Leone si adoperò per collegare la celebrazione della sua intronizzazione con la festadei santi Pietro e Paolo del 29 giugno: sin da subito egli volle far risaltare la forte valenza simbolica del primato petrino e della successione apostolica dei vescovi di Roma.

Leone Magno e Attila (XIV secolo)
Leone Magno e Attila (XIV secolo)

Rivolgendosi allo stesso Pietro, in un sermone tenuto nel 441, Leone ebbe modo di affermare: «Tu dunque, beatissimo apostolo, non hai avuto paura di venire in questa città e, mentre l’apostolo Paolo, che condivide con te la gloria era ancora impegnato nell’organizzazione delle altre chiese, hai fatto il tuo ingresso in questa selva di animali ruggenti, in questo profondo oceano di empia superstizione, con più coraggio di quando camminasti sulle acque. […] Tu portavi nella roccaforte romana il trofeo della croce di Cristo; in quel segno, per disposizione divina, ti precedevano l’onore del potere ricevuto e la gloria della passione. Alla stessa meta si fece incontro anche san Paolo, apostolo insieme con te, vaso di elezione e in modo del tutto speciale maestro delle genti».

Nel nome dei due santi, Leone intraprese la sua opera pastorale in una Roma ormai depauperata della sua gloria e delle sue ricchezze. Grazie alla redazione dei Sermoni pronunciati in varie occasioni, si può percepire il gravissimo disagio sociale che dilagava nel suo gregge: per Leone la cura dei poveri e dei bisognosi, attanagliati dalle continue carestie, fu una missione quotidiana da compiere. Nell’azione leonina tutti i cristiani vennero sollecitati a non chiudere gli occhi e ad organizzare collette, articolate in quattro momenti di digiuno nel corso dell’anno liturgico, raccolte e inviate al papa stesso, il quale si sarebbe premurato di farle ridistribuire in nome della Chiesa. Leone creò anche delle istituzioni per l’assistenza dei poveri e coloro i quali avessero le disponibilità non mancarono di fare dei lasciti al vescovo per il bene della comunità. Sostituendosi così alla pratica analoga dei pagani Ludi Apollinares, la carità andò caratterizzandosi non tanto come calmiere sociale, ma anche e soprattutto come atto di cristianizzazione.

Questo processo si radicò sempre più nel popolo per via della precisa volontà di Leone di introdurre consapevolmente i cristiani nella prospettiva del cambiamento nel tempo, con la codificazione dell’anno liturgico e l’addio definitivo alle “superstiziose” feste pagane. Ogni singola celebrazione della liturgia rese così presenti gli eventi della vita di Cristo: il tempo del cristiano divenne il tempo dell’Assoluto, di ciò che è fuori dalla Storia, proiettando l’umanità stessa nel tempo della Salvezza.

Ispirato dagli Apostoli e con questa percezione del mondo, Leone ribadì con forza per tutta la durata del suo ventennale pontificato la centralità della Chiesa di Roma e la supremazia del suo vescovo nei confronti delle altre sedi patriarcali del Mediterraneo, lottando in prima linea in nome dell’ortodossia: i manichei vennero duramente osteggiati e condannati pubblicamente, prima a Roma e poi in ogni diocesi d’Italia; i monofisiti, che rifiutavano la natura sia umana che divina di Cristo, anche grazie all’azione del papa, vennero condannati nel Concilio di Calcedonia del 451.

Ma dopo la guerra ai nemici della fede, Leone si ritrovò, solo, a gestire due nuove crisi di carattere politico. Dopo essere stati duramente sconfitti da Ezio in Gallia, gli Unni, guidati da

Leone Magno prega Genserico di astenersi dal massacro degli abitanti di Roma (XV secolo)
Leone Magno prega Genserico di astenersi dal massacro degli abitanti di Roma (XV secolo)

Attila, scesero minacciosamente in Italia. Nel 452 l’imperatore Valentiniano III inviò una legazione al cospetto del condottiero unno, alla quale partecipò lo stesso Leone: lo storico incontro avvenne nei pressi di Mantova, sul Mincio, e ad esso seguì l’immediata ritirata degli invasori dall’Italia. Probabilmente Attila preferì non rischiare un’altra disfatta, ma certamente il ruolo giocato dalla figura di Leone, summus sacerdos, fu di un certo peso: il suo prestigio divenne immenso e l’episodio stesso dimostrò a tutti che l’atteggiamento del papa verso i barbari non fosse di totale belligeranza ma di incontro, nell’ottica della protezione dellaChiesa. In pieno Medioevo l’ambasceria di Leone sarebbe stata ammantata da un’aura di eccezionalità, specialmente nel racconto duecentesco della Legenda aurea di Jacopo da Varagine: l’incontro del papa con Attila fuori Roma venne interrotto dall’apparizione degli Apostoli Pietro e Paolo, che seminarono il terrore tra gli Unni. E la fortuna di questa versione miracolistica dei fatti sarebbe stata ripresa nel XVI secolo dalla committenza di Leone X per le sue stanze in Vaticano: ne è formidabile esempio la raffigurazione celeberrima di Raffaello, che contrappose agli invasori scomposti sui loro cavalli la serena ieraticità del pontefice sovrastato dai due santi.

Nel 455 Valentiniano III venne ucciso e Petronio Massimo divenne imperatore: Roma precipitò nuovamente nel caos. Genserico, capo dei Vandali, pensò rapidamente di approfittare della ghiotta occasione per prendere l’Urbe e rapidamente guidò l’avanzata dei suoi soldati dall’Africa fin sotto le Mura Aureliane. Il nuovo imperatore, nella fuga, venne catturato dal popolo e ucciso, lasciando la città nuovamente a se stessa. In questo frangente Leone decise di intervenire: uscito dalla Porta Portuensis si diresse verso l’accampamento vandalo e parlamentò con Genserico. Il sacco non fu evitato, ma il papa riuscì comunque ad ottenere il rispetto per la vita degli abitanti, che Roma non venisse data alle fiamme e che dalla razzia venissero escluse le basiliche di San Pietro, San Paolo e San Giovanni in Laterano, nelle quali la popolazione trovò rifugio per quattordici tragici ed interminabili giorni.

Nonostante questa ennesima, terribile prova che la comunità romana dovette subire, grazie al suo carisma politico e alla quotidiana e sentita attenzione verso il gregge, ben presto Leone iniziò a vedersi attribuito l’appellativo di Magno dai suoi stessi contemporanei. Morì nel 461, dopo una missione intensamente esercitata nelle parole e nelle opere, e venne elevato ben presto alla gloria degli altari.

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Davide Del Gusto

È nato ad Avezzano il 31 ottobre 1991. Nel luglio 2013 si è laureato con lode in Scienze Storiche presso l’Università Europea di Roma ed ha conseguito una Laurea Magistrale in Storia della Civiltà Cristiana presso il medesimo ateneo. I suoi interessi di studio riguardano la storia tardoantica, medievale e della prima modernità, nonché il contesto geopolitico mediterraneo e i processi di territorializzazione. Nel 2014, in occasione delle celebrazioni per il centenario del terremoto della Marsica, ha curato le ricerche storiche per la pubblicazione del libro di Giampiero Nicoli “Le radici ritrovate”.
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