Il Papa, i gay e l’immobilismo politico: manuale del cambiamento possibile

30/07/2013 di Giacomo Bandini

Le dichiarazioni di Papa Francesco sui gay e la situazione nel nostro Paese

La semplice libertà – Papa Francesco non finisce mai di sorprendere. È legittimo pensare che a fine luglio col caldo torrido  e la gente in vacanza anche lui possa prendersi un piccolo periodo di riposo. E invece no, c’è la giornata mondiale della gioventù (cattolica) e Bergoglio non mostra il minimo cedimento. Non si stanca mai, tantomeno di stupirci. A partire dal modo in cui fa apparire tutto semplice, quasi scontato, anche quando non lo è affatto. E le parole riversate a 70 giornalisti dimostrano una chiara visione della libertà da cui ognuno, cattolico o non, religioso o meno, potrebbe ricavare un prezioso insegnamento da custodire e condividere.

Nella lunga intervista si parla di tutto. Dall’attesissima canonizzazione dei due Giovanni alla riforma dello Ior, dalla vita privata a Vatileaks, alla figura di Benedetto XVI. Niente di così nuovo in realtà. Il pensiero a riguardo Francesco l’ha esposto svariate volte. Ma i concetti più importanti del discorso egli li ha inseriti nei ragionamenti più complessi, facendoli risaltare come solo i grandi oratori sanno fare.

Gay, fratelli – Affrontando lo spinoso tema della lobby gay in vaticano infatti egli parte da lontano nel rispondere, dal diritto canonico e dagli abusi sui minori, ma è nel finale che Francesco esprime tutto sé stesso e il suo modo di concepire la Chiesa come comunità di individui. “Si scrive tanto della lobby gay. Io ancora non ho trovato nessuno che mi dia la carta d’identità, in Vaticano. Dicono che ce ne siano. Ma si deve distinguere il fatto che una persona è gay dal fatto di fare una lobby. Se è lobby, non tutte sono buone. Se una persona è gay e cerca il Signore e ha buona volontà, chi sono io per giudicarla? Il catechismo della Chiesa cattolica dice che queste persone non devono essere discriminate ma accolte.” Prosegue definendo l’omosessualità una tendenza, non una malattia da correggere. Alla faccia di tutti i conservatori della Chiesa cattolica Francesco, i gay, li chiama fratelli.

La politica bigotta – E nella lista dei diseredati da Sua Santità va inserito anche un blocco piuttosto pesante di politici italiani. Quelli che del servilismo al Vaticano hanno fatto una ragion d’essere e che grazie ad un sapiente uso del bigottismo e dell’immobilismo civile sono riusciti a conservare la propria esistenza all’interno del sistema politico italiano. Sono loro il vero marcio dei partiti. Silenziosi, spesso poco attivi, ma pronti a tutto pur di difendere gli antichi valori ai quali devono tutto.

Una legge impossibile – La loro ultima mossa si chiama “moratoria sui temi etici” ed è passata in secondo piano rispetto ai macroproblemi economici del Paese. I principali promotori sono gli onorevoli Lupi, Carfagna, Gelmini e Sacconi, i più disposti alle dichiarazioni di facciata, ma il sospetto è che molti altri appoggino di nascosto la proposta. Meglio evitare un dibattito così scomodo, dichiarano i sostenitori della proposta. Meglio pensare all’economia e al lavoro. Il rischio, per loro, è infatti che si faccia davvero questa volta una legge che dichiari reato l’omofobia. Una legge che ci riporterebbe agli standard di civiltà degli altri paesi occidentali.

L’Italia omofoba – A onor del vero a Sassari, nel weekend, una coppia gay è stata insultata e picchiata in mezzo ad una strada. Uno dei due ragazzi è stato colpito da una cinghiata in faccia. Con la legge attuale gli aggressori probabilmente si farebbero (forse) pochi mesi di carcere e sarebbero rimessi in circolazione con le solite frasi “eh, ma sono ragazzi. L’omofobia non c’entra”. Ora, se rileggiamo o riascoltiamo le parole del Papa sarebbe opportuno vergognarci di essere più arretrati di una Monarchia Assoluta, il Vaticano, dove vigono ancora regole millenarie. Il diritto non è solamente prescrizione, è soprattutto interpretazione e Francesco ce l’ha dimostrato, reinterpretando i rigidi dogmi della Chiesa. Noialtri, cosa stiamo aspettando?

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Giacomo Bandini

Nasce a Ravenna il 1/9/1989 e si trasferisce a Udine nel 2003. Ivi si diploma col punteggio di 78 al Regio Liceo Classico Statale “Jacopo Stellini”. Consegue la Laurea Triennale all’Università degli Studi di Trieste in “Scienze Politiche”. Attualmente laureando presso la facoltà di Scienze Politiche, ramo “Scienze di Governo e della Comunicazione Pubblica - profilo Istituzioni Politiche e Amministrative” all’Università LUISS Guido Carli.
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