Papa Francesco contro la mafia, nel nome di Don Pino Puglisi

29/05/2013 di Luca Tritto

Preghiamo perchè questi mafiosi e mafiose si convertano“. È una frase storica, quella pronunciata dal Santo Padre in Piazza San Pietro, domenica scorsa. Una frase, un monito, una condanna e una preghiera. La semplicità disarmante delle parole, a volte, arriva più vicina al cuore della gente di quanto non facciano i proclami elaborati. Ed è un forte messaggio, chiaro e deciso, contro il cancro che avvolge non solo il nostro Paese, ma anche le anime, le vite, l’intera esistenza di chi subisce le ingiustizie, le angherie e i soprusi. Un cancro chiamato Mafia.

Ricordando Don Pino – Il messaggio di Papa Francesco si collega alla Beatificazione di Don Giuseppe Puglisi, Don Pino per tutti, il parroco di Brancaccio, a Palermo, ucciso da Cosa Nostra il giorno del suo 56° compleanno, il 15 Settembre 1993. Sabato 25, si è celebrata al Foro Italico di Palermo la cerimonia di beatificazione del sacerdote, primo martire di mafia della Chiesa Cattolica. In nome di Papa Francesco, hanno officiato il Cardinale Salvatore de Giorgi, nunzio del Santo Padre, e l’Arcivescovo di Palermo, il Cardinale Paolo Romeo. Il ricordo di Padre Puglisi è forte nei cuori dei fedeli siciliani. La sua attività pastorale fu sempre diretta ai giovani, ai bambini, per salvarli dalla strada e da un futuro delinquenziale. Parroco a Brancaccio, il mandamento dei fratelli Graviano, coinvolti nelle stragi del 1992-93 e alleati dei Corleonesi, Don Pino cercò tramite il suo centro, il  Padre Nostro, di portare il Vangelo in un quartiere estremamente difficile, dove povertà e mafia erano dominanti. Nonostante gli attacchi, le diffidenze e l’indifferenza di molti, poco a poco il progetto prese piede, raccogliendo decine e decine di giovani decisi a vivere la vita in un modo diverso. Proprio questa alternativa di vita, toglieva gente alla manovalanza del crimine. Decisi a stroncare il progetto, i fratelli Graviano ordinarono l’eliminazione di Don Pino. A sparare fu Salvatore Grigoli, in compagnia di Gaspare Spatuzza, poi entrambi divenuti collaboratori di giustizia, e grazie ai quali i boss di Brancaccio sono stati condannati all’ergastolo. L’opera di Padre Puglisi è sopravvissuta a lui. I giovani sono cresciuti, sono diventati uomini. Uomini veri. E il Santo Padre ci ha tenuto a sottolinearlo: “La Mafia ha cercato di sconfiggerlo uccidendolo. In realtà però è lui che ha vinto con Cristo risorto”.

Papa Giovanni Paolo II ad Agrigento.
Papa Giovanni Paolo II ad Agrigento.

Bergoglio come Wojtyla – Dalla finestra del suo ufficio, Papa Francesco ha continuato il suo discorso contro la mafia, rivolgendo il Suo pensiero a chi ne è schiavo, chi ne soffre, perché “dietro a tanti mali, ci sono le mafie”. Da qui la preghiera per la conversione di queste persone. Non è la prima volta che la Chiesa si schiera apertamente contro la criminalità organizzata. L’esempio più importante è l’anatema lanciato ad Agrigento, nella Valle dei Templi, da Papa Giovanni Paolo II. Correva l’anno 1993, e il Santo Padre aveva appena incontrato i genitori del giudice Rosario Livatino, barbaramente trucidato dalla Stidda, altra organizzazione criminale siciliana. “Dio ha detto una volta: non uccidere! Non può l’uomo, qualsiasi uomo, qualsiasi umana agglomerazione… mafia, non può cambiare e calpestare questo diritto santissimo di Dio!”. E ancora: “Nel nome di questo Cristo crocifisso e risorto, di questo Cristo che è vita, via, verità e vita. Lo dico ai responsabili: convertitevi! Una volta, un giorno, verrà il giudizio di Dio!”. In quel periodo, tali parole ebbero un effetto devastante. Veniva decisamente sancita la distinzione tra l’essere cristiano e l’essere mafioso. Perché, si sa, la religione occupa un ruolo fondamentale nella criminalità organizzata, sebbene sia un ruolo distorto.

Mafia e religione, commistione e controversie – Nei rituali di affiliazione di Cosa Nostra e ‘Ndrangheta, come fu in passato anche per la Sacra Corona Unita pugliese e la Nuova Camorra Organizzata di Raffaele Cutolo, l’aspetto religioso è sempre stato enfatizzato. I giuramenti si tengono sulle immagini dei Santi, si pronunciano parole arcane, legate a figure cristiane. Non dimentichiamo, poi, l’importanza per la malavita calabrese del Santuario della Madonna di Polsi, in Aspromonte. La Madonna della Montagna, a San Luca, è sempre il luogo di ritrovo annuale dei capibastone, il tribunale. San Luca è la “mamma” della ‘Ndrangheta. La Chiesa, oggi, ha finalmente ribadito la posizione assunta in quel lontano 1993. Paradossalmente, il monito di Wojtyla, “non uccidere”, fu strumentalizzato addirittura da Bernardo Provenzano, per giustificare la sua strategia dell’immersione dopo le stragi e la guerra allo Stato, che aveva sconquassato Cosa Nostra. La stessa figura di Provenzano fu radicalmente modificata in nome della religione. Da killer e boss, a santo eremita. La religione continua ad essere un aspetto fondamentale nella morale mafiosa. Andando oltre i casi di commistione vera e propria tra clero e malavita, come la storia di Don Agostino Coppola di Carini ci insegna, non solo il Santo Padre, ma anche i Vescovi del Sud Italia hanno iniziato a denunciare questa strumentalizzazione della religione. C’è chi si impegna attivamente, chi lotta contro la mafia, in ogni sua forma. Eroi come Don Pino, ma anche come Don Peppe Diana, ucciso dai Casalesi, e Monsignor Giancarlo Bregantini, ex Vescovo di Locri, al quale fecero trovare una bomba sotto l’altare. Questa è la Chiesa che Papa Francesco vuole ricordare. Ed è questa la Chiesa attiva, necessaria per combattere un fenomeno il quale, prima ancora della sopraffazione fisica, è sopraffazione morale, sociale e soprattutto spirituale.

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Luca Tritto

Calabrese di Paola (CS), è nato il 7/11/1988. Dopo il liceo linguistico, si laurea nel 2011 in Studi internazionali alla “Cesare Alfieri” di Firenze, con una tesi sull’UE e la criminalità organizzata. Sin dai tempi della scuola si interessa di analisi politica e si appassiona allo studio di realtà criminali. Amante di storia e attualità della Chiesa Cattolica, si è laureato con 110/110 e lode in studi in Relazioni Internazionali presso la Luiss Guido Carli, con una tesi sulle normative antimafia di Italia e U.S.A. Collabora con "Redazione UniCal" , rivista del Centro di documentazione e ricerca sul fenomeno mafioso dell'Università della Calabria ed è responsabile dell'area Giustizia e Antimafia del think tank Cultura Democratica.
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