Paolo Diacono, alla ricerca dell’identità longobarda

15/11/2015 di Davide Del Gusto

Alla fine del Regno Longobardo, l’erudito Paolo Diacono cercò di fare il possibile per salvaguardare la cultura del suo popolo e tramandarla ai posteri. Così, mentre l’Italia finiva sotto il controllo franco di Carlo Magno, egli scrisse il suo capolavoro storiografico: la Historia Langobardorum

Paolo Diacono

La stagione longobarda in Italia fu compresa nello spazio di due secoli. Dalla calata nella Penisola guidata da Alboino attraverso i passi alpini orientali alla fine del regno per mano dei Franchi di Carlo Magno nel 774, i Longobardi ebbero modo di imprimere indelebilmente il loro segno nella storia italiana. Gli aspetti della cultura barbarica che portarono con sé nel corso della lunga peregrinazione dallo Jutland alla Pianura Padana e al Mezzogiorno furono con il tempo coniugati con le istituzioni e la sensibilità di un cristianesimo in piena ascesa. La stessa cultura latina ereditata dalle élite, ormai perlopiù ecclesiastiche, sarebbe stata raccolta e portata avanti in un modo del tutto inedito, utilizzandone gli stilemi ma rigettando quell’aura di paganesimo che ancora poteva trasparire dagli scritti dei classici. La corte regia di Pavia e quella ducale di Benevento furono così i luoghi in cui l’identità del popolo longobardo venne conservata e tramandata nel corso dei secoli: il passato di questa gente emergeva continuamente, esaltato dall’incontro con la fede in Cristo e con un tipo particolare di romanizzazione e, di conseguenza, rivendicato come segno distintivo nei confronti di altri popoli. L’VIII secolo fu proprio il momento culminante di questo programma politico, specialmente durante il regno di Liutprando (712-744), quando tutte le migliori energie vennero raccolte a tale scopo. I primi segnali di un interesse particolare dei Longobardi per la formazione di una nuova civiltà cristiano-barbarica si erano manifestati già nel 643 con la scrittura di una propria legge, l’Editto di Rotari, segnale di abbandono delle forme di giustizia consuetudinarie tramandate oralmente e per prassi e, al contempo, di volontà di consegnare alle generazioni future la propria identità anche attraverso il diritto. Lo spazio delle corti pavese e beneventana divenne così funzionale alla strutturazione anche di una storia della gens longobarda, portatrice di quiete dopo il buio delle devastazioni del V e del VI secolo. Alfiere di questo programma sarebbe stato uno dei personaggi più celebri della cultura altomedievale, se non altro per l’importanza capitale delle sue opere per la ricostruzione storica di un periodo chiave della storia italiana: Paolo Diacono.

Moneta di Liutprando
Moneta di Liutprando

È principalmente lui stesso a fornire nei suoi testi i dati essenziali riguardanti la sua vita. Nacque a Cividale tra il 720 e il 730 da Warnefrit e Teodolinda, membri della nobiltà longobarda friulana, ed ebbe un fratello, Arechi, e una sorella presto consacrata. Grazie alla sua condizione familiare, Paolo poté godere di una raffinata educazione e di un’istruzione erudita: pur avendoli rimossi in gran parte con l’avanzare dell’età, oltre all’indispensabile latino studiò anche il greco e l’ebraico, lingue di cui si aveva ancora conoscenza diretta nelle aree venete. Lasciò abbastanza presto Cividale per recarsi a Pavia nel 744, anno di incoronazione di Ratchis. L’eredità culturale di Liutprando era stata benaccolta dal suo successore, il quale non tardò ad accorgersi delle spiccate qualità e competenze del giovane friulano che, nell’ambito della corte, raffinò le sue competenze in campo giuridico: Paolo studiò il Corpus Iuris Civilis di Giustiniano, a quel tempo la summa del diritto ereditato da Roma, oltre ovviamente alle leggi longobarde; non altrettanto profondo fu lo studio della dottrina e della teologia, discipline per le quali non sembra nutrisse particolare interesse. Nonostante ciò, a Pavia divenne diacono poco prima che Ratchis, deposto da Astolfo, si fosse ritirato penitente nell’abbazia di Montecassino nel 749.

L’esuberanza del nuovo sovrano portò i Longobardi ad occupare l’Istria e ad assediare Ravenna e la Pentapoli, divenendo così una seria minaccia per l’incolumità e l’autonomia della Chiesa romana: Stefano II non esitò a correre ai ripari, facendo appello al re dei Franchi Pipino il Breve, premendo sulla reciproca preoccupazione di un pericoloso allargamento del regno longobardo. Per ben due volte, nel 754 e nel 756, il sovrano franco scese in Italia e assediò Astolfo, sconfiggendolo e riportando lo status quo nella Penisola; Ratchis stesso tentò di riprendere il potere, dovendo però soccombere alle forze di Desiderio, re dal 757, e tornando mestamente a Montecassino.

Paolo dichiarò immediatamente la sua fedeltà al nuovo sovrano e a lui venne affidata l’educazione della principessa Adelperga, futura moglie del duca Arechi II di Benevento; nello stesso periodo si spostò a Monza, dove ammirò l’eredità monumentale della regina Teodolinda, e presso il lago di Como, rimanendone tanto affascinato da dedicarvi un carme. Probabilmente fu negli anni ’70 che abbandonò la carriera civile nella corte per vivere da monaco, consacrando così all’ordine di San Benedetto il resto della sua vita. Nel 773, però, a seguito di una risoluta campagna militare contro Roma, Desiderio fu costretto a fronteggiare la calata in Italia di Carlo, invocata a gran voce da Adriano I: i Franchi sbaragliarono ben presto le milizie longobarde e assediarono Pavia. Pochi mesi dopo, nel giugno 774, la capitale longobarda cadde e il re fu costretto all’esilio mentre il sovrano franco cingeva la corona di Rex Langobardorum (vedi Desiderio, il tramonto del Regno Longobardo).

Carlo Magno
Busto-reliquiario raffigurante Carlo Magno;

Come prima azione, Carlo pretese la fiducia da parte dei duchi longobardi; tra i tanti, Arechi da Benevento non lo riconobbe come re, autoproclamandosi princeps gentis Langobardorum e facendo del suo ducato l’ultima ridotta del popolo sconfitto: tra gli esuli figurava anche Paolo, che preferì seguire la sua pupilla Adelperga e avvicinarsi ai monaci cassinesi. Nel ducato meridionale, il monaco scrisse un epitaffio per l’ex regina Ansa, moglie di Desiderio, morta esule con il consorte: in esso non esitò a manifestare la speranza riposta in Adelchi, loro figlio, e nell’auspicata continuità del regno. Furono peraltro gli stessi anni in cui Paolo iniziò a comporre dei testi storici: già nel 763 aveva dedicato ad Adelperga il carme A principio saeculorum, al quale seguì il progetto di riprendere il Breviarium di Eutropio e continuarlo alla luce degli avvenimenti degli ultimi secoli. L’opera venne sospesa al momento della vittoria giustinianea nella Guerra greco-gotica nel 553, ma Paolo decise di continuarla almeno fino ai suoi tempi non appena trovate le fonti; in un’ottica in cui la gens longobarda si sarebbe posta come continuatrice dell’eredità romana in Italia, pur mantenendo la propria identità culturale, fu quindi concepito il primo nucleo narrativo della sua opera-testamento, realizzata negli ultimi anni della sua vita.

Nel frattempo, i nobili longobardi vicini ad Arechi entrarono in conflitto perché non concordi tra loro sul dare la corona reale ad Adelchi una volta estromesso Carlo dall’Italia; scoperta la congiura, il sovrano franco fu nuovamente nella Penisola nel 776 e, sanati i tafferugli locali, sconfisse le milizie di Rotcauso del Friuli, occupando la regione e facendo prigionieri: tra questi vi fu Arechi, fratello di Paolo. La notizia della sua cattura sconvolse enormemente il monaco, che decise di spendere tutte le sue energie per la scarcerazione del parente: nel 781, grazie al permesso dell’abate di Montecassino Teudemaro, egli lasciò l’abbazia e partì per la Francia; con sé recava un carme di supplica, Verba tui famuli, con cui sperava di muovere a compassione Carlo e di ottenere la libertà di Arechi. Ma fu proprio Oltralpe che Paolo prese una strada differente da quanto si aspettava.

Dalla presa del potere nel Regnum Francorum, Carlo aveva dato avvio, con l’intenzione di riallacciare i fili con la Roma classica, ad una serie di provvedimenti istituzionali, amministrativi e culturali che sarebbero passati alla storia con l’evocativo nome di “rinascita carolingia”. In particolare, nella sua corte itinerante entrarono i migliori esponenti del mondo intellettuale dell’VIII secolo, provenienti da tutta l’Europa: Alcuino da York, Teodulfo d’Orleans, Pietro da Pisa e lo stesso Paolo Diacono furono alcuni dei membri dell’élite cui Carlo affidò la cura delle arti e della dottrina. Accortosi delle dotte competenze del monaco friulano, il suo collega pisano lo convinse a rimanere in Francia, facendogli curare l’insegnamento della grammatica ai chierici e, possibilmente, di quel po’ di greco appreso in gioventù. Pur rifiutando tale proposta, Paolo approfittò del suo lungo soggiorno transalpino per leggere Beda, Gregorio di Tours e Plinio il Vecchio, componendo epitaffi per varie occasioni e un Liber de episcopis Mettensibus per la chiesa di Metz.

Historia
Pagina da un’edizione dell’XI secolo della Historia Langobardorum.

Liberato Arechi, nel 786 Paolo lasciò la Francia e tornò a Montecassino, dove poté finalmente rimettere le mani al suo progetto per una storia dei Longobardi in Italia, grazie anche ai molti testi consultati all’estero. Grazie ad un vero e proprio atto d’amore verso il proprio popolo e un’epoca ormai tramontata, nell’arco di una decina d’anni il monaco consegnò ai posteri la più importante fonte sulle vicende longobarde fino all’età di Liutprando, nella quale egli riconobbe il raggiungimento l’apice culturale e istituzionale del regno, da allora caduto in disgrazia: l’Historia Langobardorum. Dopo quest’ultimo appassionato sforzo, Paolo terminò i suoi giorni nella tranquillità di Montecassino probabilmente tra aprile e luglio 799; un anno dopo Carlo avrebbe definitivamente chiuso ogni sogno di rinascita longobarda, venendo incoronato Imperatore da Leone III in San Pietro.

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Davide Del Gusto

È nato ad Avezzano il 31 ottobre 1991. Nel luglio 2013 si è laureato con lode in Scienze Storiche presso l’Università Europea di Roma ed ha conseguito una Laurea Magistrale in Storia della Civiltà Cristiana presso il medesimo ateneo. I suoi interessi di studio riguardano la storia tardoantica, medievale e della prima modernità, nonché il contesto geopolitico mediterraneo e i processi di territorializzazione. Nel 2014, in occasione delle celebrazioni per il centenario del terremoto della Marsica, ha curato le ricerche storiche per la pubblicazione del libro di Giampiero Nicoli “Le radici ritrovate”.
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