I Paesi emergenti e la nuova bolla del debito

22/11/2016 di Alessandro Mauri

I paesi emergenti potrebbero rappresentare l’anello debole dell’economia mondiale dei prossimi anni. Il possibile cambio di rotta delle politiche economiche e monetarie negli USA potrebbero infatti mettere in difficoltà numerose imprese che si sono finanziate in dollari.

I paesi emergenti potrebbero rappresentare l’anello debole dell’economia mondiale dei prossimi anni. Il possibile cambio di rotta delle politiche economiche e monetarie negli USA potrebbero infatti mettere in difficoltà numerose imprese che si sono finanziate in dollari.

Un allarme già lanciato – In questi giorni si è tornati a parlare con insistenza di una possibile crisi del debito dei paesi emergenti, o quantomeno delle loro imprese, a causa del più che probabile cambio di politica economica negli USA, in seguito all’elezione di Donald Trump alla presidenza. A ben vedere quello delle possibili difficoltà dei paesi emergenti a causa dell’eccessivo debito delle proprie imprese, è un allarme che ciclicamente torna alla ribalta. L’ultima volta se ne era parlato lo scorso anno, quando il rallentamento dell’economia cinese e i ripetuti crolli della borsa di Shangai e di Shenzen facevano temere ripercussioni su tutti i paesi emergenti. Prima di allora se ne era parlato nel 2013, quando a tenere banco era stata la riduzione del Quantitative Easing da parte della Federal Reserve, e anche in quel caso sembrava che gli effetti sui paesi emergenti sarebbero stati estremamente negativi. In tutte queste occasioni l’allarmismo si è rivelato eccessivo, sarà così anche questa volta, o le cose sono diverse?

Il problema del debito privato – In realtà oggi sembra che alcuni fattori su cui poggia il fragile sistema dei paesi emergenti possano effettivamente subire sostanziali variazioni, causando una probabile crisi. E’ utile ribadire che il tema non è legato tanto alla tenuta dei paesi in sé, che hanno comunque un debito non eccessivamente elevato e/o oneroso, bensì delle singole imprese, estremamente indebitate. In particolare, secondo uno studio della Banca dei regolamenti internazionali (Bri), che ha sollevato la questione in tempi non sospetti, le società non finanziarie dei paesi emergenti hanno raddoppiato il proprio debito negli ultimi 10 anni, passando da un livello aggregato del 60% sul Pil nel 2006 al 110% a giugno 2015. Questa dinamica non è stata osservata nei paesi sviluppati. Nonostante negli ultimi anni il sistema ha sostanzialmente tenuto, il fatto che nei prossimi anni le imprese dei paesi emergenti dovranno rifinanziare oltre 400 miliardi di debiti, uniti alle possibili pressioni su valuta e inflazione, potrebbero mutare la situazione.

Dollaro e tassi – La sorte delle imprese dei paesi emergenti è infatti legato a doppio filo con l’andamento del dollaro e con i tassi dei titoli USA. Le possibili spinte inflattive delle politiche economiche promesse da Trump, unite all’ormai certo rialzo dei tassi di riferimento da parte della Fed, dovrebbe spingere il dollaro ad apprezzarsi. L’apprezzamento del dollaro provocherebbe maggiori difficoltà a rimborsare le obbligazioni in valuta, che costituiscono una fetta significativa del debito delle imprese dei paesi emergenti, mentre il rialzo dei tassi dei titoli di Stato USA spingerebbe gli investitori verso questi strumenti, piuttosto che sui più rischiosi bond emergenti. Il mercato sta già scontando questo scenario, come dimostrato dagli ingenti deflussi di capitali da paesi quali Cina, India, Brasile e così via. Nonostante i primi mesi dell’anno positivi, infatti, la settimana che ha seguito l’elezione di Trump ha fatto segnare il peggior deflusso di capitali di sempre, oltre 6,5 miliardi di dollari in soli 7 giorni.

Sebbene, come detto, non è la prima volta che vengono lanciati allarmi sulle economie emergenti, e spesso si rivelino infondati, i timori sono giustificati. I paesi emergenti si basano su equilibri molto fragili, e sono in gran parte dipendenti dalle politiche economiche dei paesi sviluppati. E’ evidente che il giorno in cui i paesi occidentali cederanno il passo ad altre economie è molto lontano: non c’è da temere un improbabile sorpasso, ma piuttosto una crisi ancor più significativa dei paesi emergenti, che potrebbe bloccare, di nuovo, la crescita globale.

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Alessandro Mauri

Nato a Como nel 1991, studente universitario. Laureato in Economia e Management presso l'università degli studi dell'Insubria di Varese, studia Finanza, Mercati e Intermediari Finanziari presso la stessa università. Vincitore di diverse borse di studio della CCIAA di Varese. Nel 2013 ha partecipato al salone europeo della ricerca scientifica di Trieste per il progetto studenti.
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