I Paesi emergenti alle prese con il super dollaro

12/11/2014 di Alessandro Mauri

Il continuo aumento della forza della valuta americana rischia di mettere in seria difficoltà i Paesi emergenti, specialmente i più esposti in titoli finanziari espressi in dollari. Guerre, instabilità politiche e crollo del petrolio rischiano di dare il colpo di grazia

Crisi dei mercati emergenti?

Il mercato valutario – Innanzitutto occorre analizzare le cause che spingono verso l’alto la valutazione del dollaro e, analogamente, quelle che portano a forti svalutazioni delle monete dei Paesi emergenti. Da quando la Fed ha annunciato la fine delle operazioni di Quantitative Easing infatti, gli investitori, spinti anche dal consolidarsi dei dati macroeconomici USA, hanno ripreso a puntare forte su Washington, contribuendo ad aumentare la valutazione del dollaro. Allo stesso tempo i paesi emergenti sono costretti ad affrontare diverse difficoltà, sia economiche che sociali: sia l’economia cinese che quella coreana sono in rallentamento (date le difficoltà ad esportare nei Paesi colpiti dalla crisi e ad aumentare in maniera soddisfacente la domanda interna), mentre il Brasile è entrato addirittura in recessione; peggio sta andando alla Russia, colpita dalle sanzioni, e all’Ucraina, la cui economia è ormai stremata dopo lunghi mesi di guerra. Tutto questo comporta notevoli deflussi di investimenti da questi Paesi, contribuendo alla svalutazione delle monete locali.

Emergenti esposti – A causa della politica super espansionista adottata dalla Fed (e da altre banche centrali), i mercati sono stati inondati negli scorsi anni da una quantità sempre crescente di liquidità, che ha schiacciato verso il basso i rendimenti di quasi tutte le attività finanziarie, spingendo gli investitori a cercare tassi più elevati a cui investire i propri capitali. Per approfittare di questa situazione, molti Paesi emergenti (tra cui Russia, Cina, Brasile, Turchia, etc.) hanno iniziato ad emettere quantità crescenti di titoli denominati in dollari, tanto che l’esposizione complessiva in valuta americana arriva a superare i 5000 miliardi di dollari (dati 2013, gli ultimi disponibili). Fintanto che il mercato è stato sostenuto dagli stimoli monetari della Fed non ci sono stati problemi, ma dal momento dell’annuncio della riduzione graduale del QE, nel maggio 2013, le valute dei paesi emergenti si sono svalutate da un minimo del 10% della rupia indiana fino al 43% della valuta Ucraina (su cui pesano anche le instabilità e la guerra con i filorussi).

Tassi di cambio del Dollaro statunitense (USD) rispetto al Rublo russo (RUB) – fonte: exchange-rates.org

La Russia rischia grosso – Il Paese che apparentemente rischia di più è la Russia che deve affrontare, oltre alle sanzioni economiche imposte da USA e UE, una svalutazione del rublo superiore al 30% da inizio anno, che sembra compromettere totalmente la possibilità di ripagare i 134 miliardi di dollari di debiti contratti in scadenza entro il 2015. E’ evidente il motivo: con la svalutazione, oggi ripagare i debiti in valuta costa alla Russia il 30% in più rispetto ad inizio anno, dal momento che con i rubli si dovranno acquistare dollari con cui ripagare i creditori. Se si guarda l’esposizione complessiva e le riserve in valuta, l’autonomia stimata è di 13 mesi, ancora piuttosto rassicurante, ma in costante peggioramento. Situazioni analoghe si hanno in Turchia (che sta perdendo gran parte della propria capacità di attrarre capitali, anche in relazione alle tensioni al confine iraqeno) e in Brasile, dove la banca centrale ha dovuto alzare i tassi all’ 11,25% per cercare di continuare ad attirare capitale ed arginare la svalutazione del real. Tutto questo potrebbe portare allo scoppio di una vera e propria bolla sui debiti in valuta dei paesi emergenti qualora questi non riuscissero ad onorare i propri impegni. La responsabilità è da attribuire all’eccessivo peso delle operazioni monetarie della Fed, che ha prima spinto gli investitori a puntare sugli emergenti per poi, una volta superate le difficoltà negli USA, lasciarli al loro destino.

Cina a parte – Situazione molto diversa in Cina, il più avanzato dei Paesi emergenti, che, seppure alle prese con un rallentamento generale dell’economia, è ben lontana dalla recessione, e il costante flusso di capitali consente di mantenere stabile la quotazione dello yuan. La moneta del dragone inoltre sta scalando la classifica delle valute più usate nelle transazioni internazionali anche grazie agli accordi commerciali che Pechino sta stringendo con Russia, India e Iran, che dovrebbero permettergli di pagare le forniture di materie prime proprio in yuan. Questo potrebbe portare, nel medio periodo, ad una sempre crescente emancipazione dalle fluttuazioni del dollaro, cui la Cina è sempre stata particolarmente esposta, e ad un ruolo molto più importante dello yuan negli scambi valutari globali.

Quanto detto fin qui dimostra come l’economia mondiale sia sempre più interconnessa e come le decisioni di politica monetaria, specie se intraprese dai player più importanti dello scenario globale, possono avere delle ripercussioni molto gravi e difficilmente prevedibili.

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Alessandro Mauri

Nato a Como nel 1991, studente universitario. Laureato in Economia e Management presso l'università degli studi dell'Insubria di Varese, studia Finanza, Mercati e Intermediari Finanziari presso la stessa università. Vincitore di diverse borse di studio della CCIAA di Varese. Nel 2013 ha partecipato al salone europeo della ricerca scientifica di Trieste per il progetto studenti.
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