Pacemaker e autonomia, se il profitto vince sul paziente

08/02/2016 di Pasquale Cacciatore

Due medici inglesi denunciano, attraverso il British Medical Journal, gli interessi economici dietro a pacemaker e defibrillatori impiantabili, il cui sviluppo in termini di autonomia e longevità sembra essere radicalmente frenato dalla necessità di far cassa dei produttori.

Pacemaker

Può essere difficile pensare che anche dietro ad un apparecchio salvavita possano esserci strategie di costruzione finalizzate a massimizzare i profitti, anche a scapito della salute del paziente. Eppure succede, almeno secondo quanto hanno recentemente denunciato due cardiologi britannici su una prestigiosa rivista come il British Medical Journal: lo scandalo dei pacemaker, dunque, sarebbe realtà registrata.

Un apparecchio elettrico impiantato come pacemaker o defibrillatore, nonostante abbia un’autonomia dichiarata di circa dieci anni, dopo sei-sette anni segnala improvvisamente che è necessaria una sostituzione. Un apparecchio che potrebbe continuare a funzionare per altri anni, ed invece costringe il paziente ad affrontare un intervento con tutti i rischi annessi (infettivi, anestesiologici e così via). Oggi – secondo i dati – circa metà dei pazienti richiede la sostituzione del pacemaker, il 15% plurime sostituzioni; una situazione che peggiora per i defibrillatori impiantati, che oltre ad avere batterie di autonomia minore sono anche più soggetti ad infettarsi.

Il problema è tutto economico. Questioni facilmente comprensibili, al momento, scoraggiano produttori ed operatori a promuovere lo sviluppo di device con maggiore autonomia: i profitti per i soggetti che ruotano attorno a questi dispositivi (pazienti a parte, ovviamente) diminuirebbero. Così, nonostante quanto si possa immaginare, nel 90% dei casi i pazienti si ritrovano a preferire apparecchi più grandi perché dotati di maggiore autonomia rispetto a device più piccolo che potrebbero comportare procedure meno invasive.

Quello che i cardiologi inglesi hanno sottolineato nella loro denuncia l’importanza di iniziare a fare qualcosa per ottimizzare l’utilizzo di questi prodotti. Se è vero, infatti, che una sostituzione immediata rimane comunque scelta imprescindibile in pazienti ad alto rischio, dove qualsiasi minimo funzionamento del pacemaker potrebbe comportare gravissimi rischi per la vita, è pur vero che le batterie non sono oggi gestite in modo ottimale. In pazienti a basso rischio, dunque, si potrebbero utilizzare dispositivi che “spremano” al massimo l’autonomia, anche col supporto di strumenti di monitoraggio domestici del pacemaker come ne esistono già in commercio. Lo stesso vale per i defibrillatori impiantabili, che segnalano perdita di autonomia quando sono in grado di indurre meno di sei scariche elettriche. Ogni scarica riduce l’autonomia della batteria di trenta giorni, quindi in pazienti che non sono soggetti a scariche frequenti si rischia di gettar via un apparecchio in grado di funzionare ancora per almeno sei mesi.

Stime degli addetti al settore affermano che già oggi potrebbero essere sviluppati pacemaker con autonomia di 25 anni semplicemente aumentando le dimensioni del 40%. Altri obiettivi dovrebbero essere una miglior programmazione dei consumi energetici, un’accurata valutazione dei pazienti (stratificandoli in alto e basso rischio, così da valutare precisamente quando bisogna intervenire con la sostituzione) ed investimenti nella realizzazione di batterie più piccole e funzionali. Il tutto al fine di migliorare la qualità di vita dei pazienti, che potrebbero evitare così numerosi interventi inutili, ed evitare il grande spreco di risorse: basti pensare che un defibrillatore elettrico può costare fino a 50 000 euro.

The following two tabs change content below.

Pasquale Cacciatore

Nato a Gallipoli nel 1991, entusiasmato da scienza e tecnologia sin dalla tenera età. Laureato in Medicina e Chirurgia ed ex-borsista presso il Collegio Universitario “Lamaro-Pozzani” della Federazione Nazionale dei Cavalieri del Lavoro, attualmente è Resident Doctor in Igiene e Medicina Preventiva presso l'Istituto di Sanità Pubblica dell'Università Cattolica del Sacro Cuore (Roma). È un appassionato delle tematiche di salute globale, politica sanitaria ed health technology.
blog comments powered by Disqus