Le ovvie raccomandazioni UE all’Italia

03/06/2014 di Federico Nascimben

Niente di nuovo, niente che non ci si potesse già aspettare. Ora che la campagna elettorale è finita occorre tornare alla realtà

Europa e Italia, le raccomandazioni UE

Il Consiglio dell’Unione Europea ha reso note ieri le sue raccomandazioni sul programma nazionale di riforma e sul programma di stabilità per il 2014 dell’Italia, così come stabilito dalle nuove procedure, che a partire da quest’anno sono molto più stringenti e vedono una forte integrazione tra istituzioni nazionali e comunitarie.

Dopo aver messo in discussione, a parole, la soglia del 3%, e dopo aver ricevuto il monito della UE a causa dei nostri squilibri macroeconomici eccessivi, è ora il turno delle considerazioni di questa sui documenti e sulle previsioni messe finora in atto dal Governo Renzi, e su come questo intenda portare avanti un piano di riforme nel rispetto degli obiettivi già fissati.

Herman Van Rompuy, attuale Presidente del Consiglio europeo. Fonte: Wikipedia.
Herman Van Rompuy, attuale Presidente del Consiglio europeo.
Fonte: Wikipedia.

In particolare, le motivazioni che spingono il Consiglio a dire che “servono sforzi aggiuntivi, anche nel 2014, per rispettare i requisiti del Patto di stabilità” sono sempre quelle, già individuate il 5 marzo e ribadite oggi. E cioè, come ampiamente noto: “il persistere di un debito pubblico elevato, associato a una competitività esterna debole, entrambi ascrivibili al protrarsi di una crescita fiacca della produttività e ulteriormente acuiti dai persistenti pessimi risultati di crescita, richiedono attenzione e un’azione politica risoluta”. In seguito a trattative notturne, invece, è stata eliminata la frase contenente il “niet” alla deviazione dal percorso di riforma: l’Italia potrà rimandare il pareggio strutturale di bilancio (cioè corretto per l’andamento del ciclo economico) di un anno, al 2016.

Provando ad andare oltre al sapiente e mediato uso delle parole tipico della “burocrazia” di Bruxelles, quanto emerge – in realtà e come al solito – non è né nulla di nuovo né nulla che non si sia già visto/sentito, se ovviamente si trascende dalla narrazione propostaci da media e politica. In sostanza – si legge -, “l’aggiustamento strutturale (ricalcolato) previsto nel programma è di 0,2 punti percentuali del PIL nel 2014 e di 0,4 punti percentuali nel 2015. Nel programma questo modesto aggiustamento verso l’obiettivo a medio termine è giustificato dalle gravi condizioni economiche e dagli sforzi necessari per attuare un ambizioso programma di riforme strutturali. In particolare, sono previste numerose riforme strutturali che avrebbero un impatto positivo sulla crescita economica potenziale, riducendo eventualmente il rapporto debito pubblico/PIL nei prossimi anni”.

Quello che si contesta sono le previsioni “leggermente ottimistiche” – nonostante il piano di privatizzazioni previsto -, e il fatto che da queste derivino “deviazioni dal percorso di aggiustamento verso l’obiettivo a medio termine” che possono divenire anche “significative”. Inoltre, il raggiungimento degli obiettivi di bilancio – si legge -, “non è totalmente suffragato da misure sufficientemente dettagliate, soprattutto a partire dal 2015″. Per questi motivi, di fatto, il nostro Governo è rimandato all’autunno, in cui scatterà l’ora della verità con l’approvazione della nuova legge di stabilità – che si spera essere meno traumatica della precedente, aggiungiamo noi.

Ulteriori non novità sono rappresentante dalle raccomandazioni che:

– Ritengono “piuttosto limitati” i “recenti interventi volti ad alleggerire la pressione fiscale sui fattori di produzione“, e che consigliano di spostare il carico fiscale verso consumi, beni immobili e ambiente. Una posizione nota da tempo da parte delle istituzioni di Bruxelles che confidano nella (ormai salvifica) legge delega di riforma fiscale. A questo viene aggiunta la necessità di “misure aggiuntive che migliorino l’amministrazione fiscale e il rispetto dell’obbligo tributario, nonché a misure risolute contro l’evasione fiscale, l’economia sommersa e il lavoro irregolare che continuano a gravare sia sulle finanze pubbliche che sugli oneri fiscali a carico dei contribuenti diligenti”;

– Richiamano l’attuazione di provvedimenti con il fine di “evitare l’accumulo di ulteriori ritardi“. In questo si fa riferimento ai noti problemi di ripartizione delle materie e alla necessità di un maggior coordinamento fra i diversi livelli di governo. Da ciò ne potrebbe trarre giovamento un migliore utilizzo dei fondi europei, la cui gestione è segnata da “l’inadeguatezza della capacità amministrativa e la mancanza di trasparenza, valutazione e controllo della qualità”, soprattutto nelle regioni meridionali. Inoltre si richiamano i noti problemi relativi alla qualità del servizio pubblico e alla corruzione, nonché le inefficienze presenti nella giustizia civile;

– Ritengono necessario lo “sviluppo di strumenti di finanziamento diversi dal prestito bancario, in particolare per le piccole e medie imprese”. Anche se vengono apprezzate “le iniziative relative al settore del governo societario delle banche” promosse dalla Banca d’Italia per cercare di risolvere antichi problemi interni, il nostro sistema rimane eccessivamente bancocentrico.

– Richiamano ad una corretta attuazione e ad un attento monitoraggio degli effetti delle riforme in relazione al mercato del lavoro, in un contesto caratterizzato dal peggioramento dei tassi di disoccupazione. Perciò viene fatto riferimento alla necessità di superare i noti problemi che caratterizzano flessibilità in entrata ed in uscita, sussidi di disoccupazione, allineamento tra salari e produttività, sistema di collocamento pubblico, scarsa partecipazione di donne e giovani e, infine, la spesa sociale “destinata in gran parte agli anziani e poco orientata all’attivazione [che] non riesce a contenere i rischi di esclusione sociale e di povertà”.

– Ritengono necessario “compiere sforzi per migliorare la qualità dell’insegnamento e la dotazione di capitale umano a tutti i livelli di istruzione: primario, secondario e terziario. L’insegnamento è una professione caratterizzata da un percorso di carriera unico e attualmente da prospettive limitate di sviluppo professionale”.

– Richiamano alla necessità di stimolare la “concorrenza (riserve di attività, regimi di concessione/licenza, ecc.) nei servizi professionali, nelle assicurazioni, nella distribuzione dei carburanti, nel commercio al dettaglio e nei servizi postali”. Richiedono, inoltre di “affrontare una serie di debolezze del sistema degli appalti pubblici [..], così come rappresenta una priorità aumentare la concorrenza nel settore dei servizi pubblici locali”.

In definitiva, provando a guardare le cose in maniera oggettiva, le raccomandazioni UE all’Italia non devono sorprendere perché la realtà è piuttosto diversa da come ci viene quotidianamente narrata. Innanzitutto, l’andamento del PIL nel primo trimestre dell’anno ci ricorda che la crisi è tutt’altro che passata, e che le stime di crescita del nostro Paese per l’anno in corso sono calanti. Ma le aspettative (secondo le stime dell’OCSE) sono calanti anche per l’andamento dell’economia internazionale e del commercio mondiale, traino del nostro export che finora ha consentito un appiglio sia per il Paese che per il nostro sistema imprenditoriale. Inoltre, proprio quel contesto internazionale che aveva favorito un abbassamento del nostro spread (in assenza di riforme strutturali di sistema) sta venendo meno e si prevedono rialzi sugli interessi per la seconda metà dell’anno. Infine, coperture una tantum e dall’esito incerto per il c.d. “dl IRPEF”, assieme ai recenti aumenti di tassazione previsti negli emendamenti in sede di conversione del citato decreto e assieme alla questione casa e TASI che con ogni probabilità si trasformerà in un “segno più” sul versante delle maggiori entrate, oltre a favorire un clima di incertezza (sia per i conti pubblici che per imprese e famiglie) fanno in modo che si renda necessario coprire buchi di bilancio con ulteriori aumenti di pressione fiscale senza quell’azione compensativa a cui mira la legge delega.

Aggiornamento: a questo link è possibile vedere il documento tecnico dei servizi della Commissione che accompagna le raccomandazioni del Consiglio.

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Nasce a Pordenone nel 1989 il giorno della Santa Pasqua. Dopo aver terminato gli studi ragionieristici si iscrive alla facoltà di Scienze Politiche a Trieste. Conclude il suo percorso laureandosi con il massimo dei voti in Scienze di Governo e della Comunicazione Pubblica alla LUISS "Guido Carli" con una tesi in diritto del lavoro dell'Unione Europea. In accordo col Maestro, pensa che sia "difficile restare calmi e indifferenti mentre tutti intorno fanno rumore". Mail: federico.nascimben@europinione.it
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