Ossitocina: nuovo traguardo per autismo?

28/06/2015 di Pasquale Cacciatore

Le applicazioni concrete dell’ossitocina potrebbero essere numerose ed importantissime. Tra queste, quella nel campo dell'autismo sembra una delle più promettenti

Autismo e ossitocina

L’ossitocina è un ormone che stimola la curiosità dei neuroscienziati e dei chimici da più di trent’anni. Risale al 2011 il celebre esperimento che coinvolgeva topi vergini in presenza di topolini appena nati. Analizzando i pattern cerebrali degli animali che ascoltavano i pianti dei topolini, si otteneva uno scherma molto disordinato; quando, però, ai topi veniva iniettata ossitocina, il pattern in corrispondenza dei suoni si regolarizzava ed i topi assumevano un atteggiamento più materno e protettivo. Insomma, l’ossitocina sembrava modificare proprio la risposta neuronale nei confronti dell’ambiente circostante, in modo potente ed efficace.

Sin dai primi anni dalla sua scoperta fu evidente come l’ossitocina fosse un modulatore dei comportamenti ambientali e rapporti sociali in molte specie animali, tra cui la monogamia nei topi, il legame madre-figlio nelle pecore fino alla fiducia tra gli umani (tanto che qualcuno lo ha poco scientificamente definito l’ormone “degli abbracci”). Circa dieci anni fa ci fu un studio basato sulla somministrazione umana come spray intranasale per studiarne gli effetti comportamentali; le persone che inalavano ossitocina erano più propensi a fidarsi di estranei in investimenti e passavano più tempo ad analizzare i volti delle persone, riuscendo a cogliere meglio espressioni facciali nascoste.

Un filone di ricerca che nel corso del tempo ha portato alla considerazione – scientifica e non – della molecola in un’ottica “amorevole” e sentimentale, influenzandone anche le applicazioni.  Ora, però, i ricercatori vogliono fare un passo in avanti, scardinando l’ossitocina dal meccanismo classico individuato, studiandone  le applicazioni in un range molto più vasto, tra cui compare l’autismo.

La storia dell’ossitocina è molto lunga: la sua scoperta all’inizio del 1900 come sostanza prodotta durante il parto, capace di accelerare il travaglio – da cui il nome in greco, “nascita veloce” -, l’individuazione dell’ipotalamo come suo principale produttore, la conclusione negli anni ‘70 che i neuroni influenzati dall’ossitocina fossero in grado di modulare il comportamento globale derivante dall’intera corteccia. A partire da questa data si moltiplicarono gli studi sugli effetti dell’ormone in numerose specie, dimostrando proprio gli effetti sul legame madre-figlio, sul riconoscimento degli altri individui della specie, nella creazione di legami indissolubili tra due animali. A quanto pare, l’ossitocina è un composto presente nella vita biologica da moltissimo tempo (lo si ritrova anche in alcuni vermi), e chiunque abbia intrapreso ricerche sul comportamento sociale influenzato da questo ormone ha trovato qualcosa da pubblicare.

L’analisi sui mammiferi rimane comunque complessa. È ancora difficile riuscire a stimare esattamente quantità dell’ormone in circolo in condizioni specifiche, né i suoi effetti sono stati ancora scoperti completamente. L’esperimento del 2011 ha dimostrato quanto l’ormone sia capace di modellare un cervello “vergine” sopprimendo o aumentando stimoli, tanto che probabilmente uno degli effetti è proprio quello di amplificare i segnali in arrivo (visivi, sonori e di altro tipo) e permettere di riconoscerli come socialmente importanti. L’ossitocina non lavora comunque da sola: altri neurotrasmettitori si associano in sinergia, come dimostrato da altri studi. Uno dei principali è la serotonina, coinvolta nei “centri della ricompensa” responsabili di tanti comportamenti (come, ad esempio, la dipendenza da sostanze o la gratificazione personale per alcuni comportamenti).

Per la sua capacità di modulare il riconoscimento sociale, l’ossitocina è stata analizzata come potenziale farmaco per il disturbo di disordini psichiatrici tra cui l’autismo. I pazienti autistici, che dimostrano spesso problemi di interazione sociale e comunicazione, non sono in grado di processare correttamente gli stimoli sociali. I primi risultati degli ultimi anni sembrano dar ragione: l’ossitocina intranasale può migliorare temporaneamente l’empatia e la cooperazione sociale di queste persone. Il legame tra ossitocina ed autismo, comunque, rimane confermato anche da analisi su animali. Ad esempio, topi privi del gene Cntnap2 (coinvolto in un limitato tipo di autismo genetico anche nell’uomo) presentavano un livello minore di ossitocina; i sintomi di questi topi miglioravano però dopo la somministrazione per due settimane dell’ormone.

Tuttavia, è emersa sin da subito la necessità di procedere in modo cauto su questo fronte, dato che gli studi sono pochi e nessuno ha ancora confermato in modo specifico una correlazione tra dose ed effetti. Anzi, uno studio del 2010 ha dimostrato che la somministrazione di una dose doppia di ossitocina rispetto a quella capace di migliorare i sintomi in pazienti autistici risultava in un peggioramento sostanziale dei rapporti sociali.

Ora la corsa per gli studi coinvolgenti l’ossitocina come terapia per autismo si è avviata; un trial americano sta per partire, prevedendo la somministrazione per sei mesi di ossitocina a bambini autistici dai 3 ai 17 anni, studiandone poi gli effetti prettamente biomolecolari (i livelli nel sangue o i recettori) così come quelli sociali.

Il mondo scientifico mette però già in guardia dal pericolo di utilizzo off-label di ossitocina; non solo perché risultati unanimi e definitivi ancora mancano, ma soprattutto perché il rapporto con la dose ed il comportamento rimane imprevedibile. Non è impossibile che individui possano diventare aggressivi se in determinate condizioni viene somministrata loro ossitocina, così come proprio la molecola ha dimostrato di ostacolare fiducia e cooperazione nei pazienti con disturbo borderline di personalità.

Insomma, quel che serve adesso è una sinergia fra le ricerche fisiopatologiche sui meccanismi di funzionamento e attivazione dei circuiti neuronali attivati da ossitocina con l’applicazione conseguente delle ricerche su trial di vasta scala. Le applicazioni concrete dell’ossitocina potrebbero, soprattutto in psichiatria, essere tantissime: basta non farsi prendere dall’euforia della ricerca e procedere su un binario adeguatamente stabilito.

The following two tabs change content below.

Pasquale Cacciatore

Nato a Gallipoli nel 1991, entusiasmato da scienza e tecnologia sin dalla tenera età. Laureato in Medicina e Chirurgia ed ex-borsista presso il Collegio Universitario “Lamaro-Pozzani” della Federazione Nazionale dei Cavalieri del Lavoro, attualmente è Resident Doctor in Igiene e Medicina Preventiva presso l'Istituto di Sanità Pubblica dell'Università Cattolica del Sacro Cuore (Roma). È un appassionato delle tematiche di salute globale, politica sanitaria ed health technology.
blog comments powered by Disqus