Oscar 2017: la rivincita dell’impegno?

27/02/2017 di Emanuele Bucci

La notte degli Oscar fa discutere per l’equivoco sul premio al miglior film, vinto da Moonlight a scapito di La La Land. Un episodio che conferma la dialettica fondamentale della cerimonia: tra intrattenimento e necessità di schierarsi politicamente.

Oscar 2015

Che cosa è successo? Se lo saranno domandato tutti al momento culminante di questa cerimonia degli Oscar. Tra vincitori e vinti, soddisfatti e delusi, l’ultimo atto, riservato all’annuncio del premio per il miglior film, avrebbe dovuto sancire non solo l’opera giudicata nel complesso più meritevole dall’Academy, ma in generale quale tendenza e chiave di lettura attribuire a questa ottantanovesima edizione. E così è stato, ma il risultato non poteva sorprendere più di così: la prima spia erano stati l’apparente disagio e la titubanza del co-presentatore Warren Beatty. Dopo aver presentato assieme a Faye Dunaway i nominati, con rispettivo scorrere delle inquadrature e scroscio di applausi per ciascun titolo annunciato, Beatty estrae dalla busta rossa il titolo del vincitore. E attende. E rilegge, e riguarda nella busta. E inizia a proclamare, «the Academy Award…». E si ferma di nuovo, e ricontrolla nella busta. E con un sorriso imbarazzato si rivolge all’altra, come se qualcosa non quadrasse. Pare tutto uno scherzoso escamotage per creare suspense.

Poi, dopo un divertito «Come on!», è la Dunaway a sancire: il vincitore è La La Land. Il film favorito, il più discusso e da molti più amato, il musical moderno che ha rievocato problematicamente il classico. Il film che alla vigilia della cerimonia vantava il record di nomination (14, al pari solo di Titanic ed Eva contro Eva) e che, nel corso della serata, come vedremo, si era aggiudicato già sei statuette. Applausi, soddisfazione dei (tanti) estimatori. I produttori salgono sul palco per i ringraziamenti. Poi, da uno di loro, la correzione: c’è un errore, c’è un errore. E non è uno scherzo. Il vincitore, finalmente estratto dalla busta corretta e mostrato agli occhi delle telecamere, è Moonlight. Nuova ondata di applausi ed esultanza. Warren Beatty si scusa e spiega finalmente la sua iniziale perplessità: aveva preso la busta sbagliata, dentro la quale c’era scritto «Emma Stone, La La Land». Ma quindi, insomma, che diamine è successo?

Gaffe? Scherzo? Provocazione? Si direbbe la prima, eppure un sottile dubbio resta, il dubbio che qualcosa sia stato organizzato, premeditato, se non dagli stessi autori ed attori della manifestazione, almeno da un beffardo e inconoscibile dio del glamour hollywoodiano. Già, perché c’è qualcosa di troppo geometricamente scenografico, addirittura di meta-cinematografico, insomma di troppo perfetto in questa incredibile imperfezione, in questo errore. Perché? Cerchiamo di capirlo ripercorrendo premi, premiati e momenti salienti di questa nottata, e in particolare naturalmente quelli che erano indicati da molti, che si sono poi rivelati e che resteranno impressi, come i due grandi rivali di questa edizione: Moonlight e La La Land, appunto.

Il secondo, come dicevamo, faceva ingresso alla fiera degli Academy Awards come “il” film del 2016, colmo di premi e, a nostro avviso, abbondante di pregi. E questa cerimonia gliene ha riconosciuti tanti, forse i più evidenti e meno discutibili: la regia a un tempo delicata e pirotecnica, vivace e malinconica, intima e fantasmagorica di Damien Chazelle, che esce da questa tornata come il più giovane vincitore del premio per la miglior regia. Poi, alla pari per importanza simbolica, e forse anche un gradino al di sopra per il fascino mediatico esercitato a vantaggio del film, la miglior attrice protagonista, Emma Stone: che ha ringraziato colleghe e colleghi (tra cui il partner per eccellenza di questa «folle avventura», Ryan Gosling) con la stessa, genuina e trasognata carica emotiva che traspare dal suo sempre romantico, spesso toccante e talvolta indimenticabile personaggio. E poi, ancora: la sgargiante fotografia di Linus Sandgren e le scenografie dei coniugi David Wasco e Sandy Reynolds; quindi, con ancor minore sorpresa, la colonna sonora di Justin Hurtwitz e la canzone City of Stars, eseguita nel corso della serata da una delle guest-star del film, il musicista e cantante John Legend. Qualche delusione, invece, era già arrivata per il mancato riconoscimento al montaggio di Tom Cross, che tra lo spettacolare piano-sequenza d’apertura e la vertiginosa e visionaria sequenza che anticipa l’epilogo contribuisce in modo determinante al fascino (audio)visivo, tra presente e passato, di questo musical dalla reinventata e (auto)riflessiva classicità. Premio, quello per il montaggio, aggiudicatosi da John Gilbert per La Battaglia di Hacksaw Ridge diretto da Mel Gibson; un film, quest’ultimo, considerato generalmente tra i meno favoriti della corsa, e che ha avuto comunque la soddisfazione di portarsi a casa un’altra e più unanimemente apprezzata vittoria, quella al sonoro di Kevin O’Connell, record di nomination (21, con quest’ultima) senza conquistare neanche un premio: fino ad ora.

Ma ecco che sopraggiunge l’altro volto di questa notte degli Oscar, e forse il più autentico, urgente, determinante: rappresentato, almeno nelle discussioni che vengono e verranno, dal best picture, quel Moonlight scritto e diretto dall’afroamericano Barry Jenkis; incentrato sul doloroso e contraddittorio percorso di formazione, dall’infanzia all’età adulta, di un giovane nero gay nel ghetto di Miami. Un film più piccolo e meno celebrato del suo vivace e musicale concorrente, col quale peraltro aveva già diviso i riconoscimenti agli ultimi Golden Globe. Un film, forse, addirittura sconosciuto a buona parte del pubblico che non aveva seguito la corsa ai premi cinematografici. Non unanimemente salutato come memorabile e, a nostro avviso, tra buone idee e un tema urgente e coraggioso, non privo di debolezze. Un dramma intimista e privato da cui però traspare quello pubblico di tante e troppe piaghe della società, americana e non solo: l’emarginazione di una minoranza, anzi di due minoranze, nel contesto di ulteriori piaghe come il bullismo, la radicata sottocultura violenta e machista, la delinquenza, l’assenza di uno Stato che sia prima di tutto integrazione e solidarietà. Ed è proprio questo risvolto sociale il tratto saliente che ha condizionato, se non il merito della scelta da parte dell’Academy, senz’altro la percezione che se ne è avuta. Il premio (a sorpresa) conferito a Moonlight è la ciliegina sulla torta di un’edizione dove la parola d’ordine da parte della comunità hollywoodiana, tra presentatori, candidati e premiati, sembra essere stata prima di tutto “impegno”. Quindi necessità di schierarsi, di lanciare input più o meno direttamente connessi alla situazione politica e sociale che stanno attraversando gli Stati (poco) Uniti sotto la guida del neopresidente Donald Trump.

La bestia nera (culturale prima che politica) di una gran parte del mondo hollywoodiano, e ancora di più i suoi primi provvedimenti, oltre che il suo stile di comunicazione, sono stati il vero filo conduttore di questa cerimonia: con frecciatine, messaggi e prese di posizione tutt’altro che condensati in pochi singoli interventi, ma disseminati dall’inizio alla fine della cerimonia. Non per nulla il conduttore della serata, Jimmy Kimmel, ha esordito riconoscendo l’assai poco leggera verità che «il Paese è diviso», ed evocando la prima, calorosa standing ovation, quella per Meryl Streep (candidata da protagonista per Florence): della quale non serve nemmeno esplicitare il nome, a Kimmel basta fare riferimento alle «performance mediocri e sopravvalutate» dell’attrice, rievocando la critica rivoltale all’indomani dei Golden Globe (e del duro discorso della Streep) da parte di Trump. Allora, e ancora, non stupisce che il primo riconoscimento della serata sia stato conferito a Mahershala Ali, lo spacciatore dal cuore sensibile di Moonlight. Nero e di origini musulmane, l’attore chiude il suo discorso di ringraziamento con un semplice quanto emblematico «Peace and blessing». E se l’altra afroamericana premiata come non protagonista, la Viola Davis di Barriere, nel suo commosso intervento ha toccato corde umane e personali piuttosto che questioni politiche e sociali, è inevitabilmente il contesto a connotarne politicamente la vittoria: già prima attrice afroamericana ad aggiudicarsi un Emmy, presenza intensa e sofferente di un’altra opera che parla di conflitti e incomprensioni interpersonali tra membri della comunità nera americana. Anche qui sembra fin troppo facile leggere una risposta dell’Academy alla sottocultura razzista che ha accompagnato e sostenuto la narrazione di Trump, nonché alla polemica dello scorso anno sugli interpreti bianchi privilegiati dalla selezione del premio. Come ha ironicamente sottolineato Kimmel, «Dobbiamo ringraziare il Presidente Trump. Vi ricordate l’anno scorso, dicevano che gli Oscar erano tutti razzisti?».

E sono veramente tanti, anche negli spazi riservati ai riconoscimenti di minor impatto mediatico, i momenti in cui i fabbricanti di sogni sembrano voler dire la loro (con le opere premiate e con le dichiarazioni) sui drammi e le controversie della realtà fuori dalle inquadrature. Dal premio per il miglior corto documentario, assegnato a The White Helmets di Orlando von Siedel, incentrato sui volontari dai «caschi bianchi» per il salvataggio dei civili in Siria; al premio per il miglior corto d’animazione, Piper, la piccola favola poetica zoomorfa diretta per gli studi Pixar da Alan Barillaro: proprio dalle parole di quest’ultimo possiamo leggere la breve storia del pulcino che deve vincere la paura dell’acqua come una metafora «contro ogni muro che voglia mai separarci».

E, del resto, anche il film d’animazione vincitore, Zootropolis, viene descritto dai registi Byron Howard e Rich Moore come un’opera che vuole anzitutto «parlare dell’umanità attraverso animali parlanti» raccontando una «storia di tolleranza che è più forte della paura degli altri». Nemmeno il vincitore del premio al miglior documentario, Ezra Edelman (per O.J.: Made in America) ha rinunciato a “politicizzare” il riconoscimento, dedicandolo alle «vittime della violenza della polizia» e della «ingiustizia razzista». Edelman, tra l’altro, sottrae la statuetta al candidato italiano su cui molti nostri connazionali concentravano aspettative e speranze: Gianfranco Rosi con il suo Fuocoammare. Al contrario, il comprimario italiano “elettivo” della serata si è rivelato essere il truccatore Alessandro Bertolazzi: per il make-up di una delle icone filmiche (e cinefumettistiche) del 2016, la Margot Robbie/Harley Quinn di Suicide Squad; e anche per l’ennesima dichiarazione “militante”, affermando che, in quanto italiano «che lavora in tutto il mondo», il suo premio va idealmente «a tutti i migranti».

Ora perciò possiamo davvero rispondere alla domanda di partenza, «che è successo?». Per lo meno, possiamo rispondere riguardo all’aspetto più ampio e significativo: Hollywood ha riconfermato da che parte vuole stare, nel controverso, incerto, diviso e divisivo clima culturale che si respira negli USA (e, come causa ed effetto, nel mondo). Ma non ci riferiamo banalmente al dilemma se stare o no con l’amministrazione Trump, ché la risposta in questo senso era già scontata. Hollywood ha scelto da che parte stare in un senso differente: ha scelto, cioè, tra lo stare dalla parte del cinema che si sporca le mani con la realtà sociale e politica del proprio presente (anche al di là del merito strettamente estetico) o lo stare piuttosto dalla parte del cinema che si solleva dalla contingenza storica e sublima la realtà nel sogno, lieto o triste che sia. Tra il cinema come denuncia, diretta o metaforica, implicita o esplicita, e il cinema come intrattenimento, per quanto intelligente e in grado di toccare temi universali in modo non scontato. E ha scelto di pendere più dalla parte del primo genere di cinema, pur senza rinnegare l’altra metà “nobile” di sé, quella dell’immaginazione trasfigurante e della riflessione sul proprio stesso immaginario: come dimostrano i premi comunque numerosi e importanti ottenuti da La La Land. Che però, al dunque, subisce in un certo senso lo stesso scacco della propria diegesi, con un lieto fine che devia in chiusura verso una nota di sottile amarezza, di inattesa (immeritata?) delusione.

Che altro ricordare di questa edizione degli Oscar? O, meglio ancora, che altro merita di essere ricordato? Senz’altro, in positivo, i riconoscimenti tributati a un film di grande forza e pregio come Manchester By The Sea, vincitore della statuetta per la sceneggiatura originale (al regista Kenneth Lonergan) e per il miglior attore protagonista (a Casey Affleck, di fronte allo sguardo commosso del fratello Ben). Due riconoscimenti che hanno la loro sintesi e il loro principale merito in una esemplare scrittura drammatica, una lezione su come narrare una storia e un personaggio carichi di dolore senza eccedere neanche una volta nei vezzi e nei vizi della retorica, della facile enfasi melodrammatica, dell’ottimismo artificioso e consolatorio. In negativo, resta ancora una volta la mancata affermazione, nella storia degli Oscar, con pochissime ed episodiche eccezioni, di un grande genere come la fantascienza, che nei suoi apici qualitativi ha spesso saputo coniugare le due grandi anime del cinema americano, quella immaginosa e quella impegnata (culturalmente, politicamente, o entrambe). E se Il Libro della Giungla sottrae a Rogue One (forse anche per qualche azzardo di troppo nelle risurrezioni digitali degli attori) la statuetta dei migliori effetti speciali, il pluri-candidato Arrival di Denis Villeneuve deve accontentarsi dell’Oscar per il miglior montaggio sonoro.

Ma, infine, se dovessimo conferire un ulteriore e personale Oscar ai premiati di questa edizione, il nostro vincitore preferito sarebbe senza dubbio l’aggiudicatario del miglior film straniero: l’iraniano Asghar Farhadi, con il suo Il Cliente. È lui, a nostro avviso, il vero e miglior alfiere del clima polemico e politico che ha attraversato la serata, suo è il messaggio e il contributo che, da questo punto di vista, meriterebbe di essere tenuto in conto e ricordato più di ogni altro. Farhadi ha rifiutato di presenziare alla celebrazione, affidando i suoi ringraziamenti (e la sua protesta) a una lettera. Una breve, dolente e incisiva dichiarazione di umanesimo combattivo e combattuto attraverso l’arte e la cultura. Non un gesto di chiusura (la lettera infatti si apre con i ringraziamenti all’Academy e ai colleghi candidati di altre nazionalità), ma un gesto «di rispetto»: nei confronti dei cittadini del suo Paese e degli altri Paesi discriminati da una «legge disumana», il Muslim ban di Trump che, sottolinea Farhadi, alimenta paura e divisione. Una protesta condotta non in nome di opposte e altrettanto integraliste rivendicazioni identitarie, ma in nome di quella trasversale «empatia che oggi serve più che mai».

La stessa empatia drammaticamente al centro del suo ultimo film, che narra il fallimento dell’apertura all’altro e al mondo da parte di un cittadino iraniano; e che ora vuole e può rappresentare, per le sue vicissitudini extradiegetiche, il perfetto contraltare artistico della speculare involuzione culturale in cui rischia di sprofondare una parte dell’Occidente. È Asghar Farhadi, a nostro avviso, il vero vincitore di questa edizione degli Oscar: per la forza della sua presenza in absentia, per il suo essere vittima e narratore del problema che denuncia, interno al mondo del cinema ma esterno a quello di Hollywood (dunque, almeno in parte, ai limiti e alle contraddizioni di quest’ultimo). Per aver dimostrato che il primo e più grande valore dell’arte cinematografica è quello culturale: tale da racchiudere in sé estetica e politica, nell’eterna sfida della comunicazione.

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Emanuele Bucci

EMANUELE BUCCI Nasce a Roma il 9 febbraio 1992. Laureato in Letteratura Musica e Spettacolo, studia Editoria e Scrittura alla Sapienza di Roma. Appassionato di scrittura in ogni sua forma, dal racconto al romanzo alle e-mail chilometriche, è ben felice di sfornare e condividere articoli su altre sue fissazioni, come il cinema e il teatro.
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