Order and Disorder: Francisco Goya in mostra a Boston

07/11/2014 di Simone Di Dato

“La fantasia senza il timone della ragione crea improbabili mostri: unita ad essa è la madre di ogni arte e di tutte le meraviglie che ne discendono.”

Nell’universo di Francisco Goya (1746-1828) non c’è posto per il paradiso, ne tantomeno porte di giustizia o speranza a cui bussare. La guerra, gli orrori ingiustificati e l’ignoranza più becera di un paese arretrato in preda al delirio, disfano ogni fiducia nel futuro. Per il resto, partecipazione drammatica e linguaggio fortemente espressivo mettono in scena il più misterioso degli spettacoli artistici, fondendo spesso e volentieri immagini di insensata crudeltà a visioni grottesche che sfidano un’epoca quasi del tutto impreparata. Di cultura illuminista, ma romantico per temperamento, quello che è considerato come uno dei titani dell’arte europea, fu un instancabile innovatore nelle tecniche e nelle composizioni, riuscendo a  rivoltare in attualità tematiche antiche e rendere eterni ed universali soggetti a lui contemporanei.

Francisco Goya, Witches' Sabbath, 1797-8.
Francisco Goya, Witches’ Sabbath, 1797-8.

Una tendenza alternativa che ha segnato una vera rivoluzione in tempi precoci e che trova nel Brutto la testimonianza di una realtà mostruosa, qualcosa di infinitamente più affascinante e vicina all’uomo. Satira sociale, pazzia, ingiustizia e stregoneria sono solo alcuni degli orizzonti spregiudicati che Goya abbraccia nella sua condizione di artista indipendente, pur continuando a godere del titolo di “pittore da camera”. Scrive Rosenblum (commentando le 80 tavole di acquetinte e acquaforte chiamate Los Caprichos) che l’artista, “persuaso dal fatto che la censura degli errori dei vizi umani può essere oggetto della pittura, ha scelto come soggetti appropriati, dalla moltitudine delle stravaganze e delle follie che sono comuni in tutta la nostra società civilizzata, quelle che egli ha creduto le più adatte a fornire un occasione di ridicolo, così come di esercizio della sua immaginazione”.

Ma nei sentieri oscuri del tour-de-force visivo spagnolo ed europeo del XVIII secolo, lo sguardo penetrante di Goya non si arresta certo alla condanna di superstizione e ignoranza dilagante. Oltre a deridere la follia universale, il genio spagnolo immortala un’umanità sopraffatta dalla violenza, dai saccheggi, da quelle ingiustizie che con l’atteggiamento spietato di un reporter ritrae in bellissimi capolavori. Sincero, onesto, ma soprattutto deluso dal crollo degli ideali politici, Goya registra la realtà terribile e sconcertante della guerra, in quella che somiglia più ad una denuncia che ad una mera testimonianza: l’asserzione generale, di grande modernità e mai banale, secondo cui la guerra, ogni guerra, è raccapricciante sempre e rivela in ogni caso il lato più atroce dell’umanità.

Partendo da un innovativo approccio basato sulla sottile contraddizione di elementi opposti, quali armonia e caos o grazia e inquietudine, tipici delle opere del maestro spagnolo, la nuova mostra organizzata al Museum of Fine Arts di Boston celebra Francisco Goya ricostruendone l’intero percorso creativo attraverso i poli antitetici di ordine e disordine. Si tratta della più grande retrospettiva americana degli ultimi cinquanta anni dedicata al pittore e che conferma il grande interesse del MFA verso la sua arte intensa e disincantata, attenzione risalente al 1888, anno in cui fu acquistata una prima stampa dei Capricci. Con oltre 170 opere, 71 appartenenti alla collezione del MAE e circa 99 prestiti provenienti dal Metropolitan Museum, l’Art Institute di Chicago, il Louvre, gli Uffizi  e 21 solo dal Museo del Prado di Madrid, “Goya: Order and Disorder” indaga attentamente l’estrema varietà della produzione pittorica dell’artista ponendo l’attenzione sull’alternanza di scene serene e armoniose rispetto ad immagini drammatiche e grottesche. Ecco dunque “L’ombrellino”, opera che incanta per la sua grazia coloristica settecentesca, pronta a dialogare con le inquietanti e disordinate “pitture nere”. Una lotta ad armi impari, in vero, in cui ad avere la meglio è il malinconico isolamento, la paura, l’ignoto più terrificante e profondo mai rappresentato.

Francisco Goya ha goduto il raro privilegio di non identificarsi con alcuna corrente artistica e di interpretare, quindi, in assoluta libertà la profonda crisi della Spagna in un periodo colmo di rivoluzioni e grandi cambiamenti. Ha ammiccato agli ideali illuministi, guardato con diffidenza quelli neoclassici. Ha conquistato il lusso che lo ha portato a dedicarsi ad una produzione pubblica e ad una privata, la possibilità di raccontare come ritrattista  il disastro totale della classe regnante, della chiesa e allo stesso tempo dedicarsi all’essenza più irrazionale e insana dell’uomo, con immagini sì stregate e deformi da rasentare la follia. Immagini che possono guidare il pennello di un pittore come il delirio di uno schizofrenico.

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Simone Di Dato

Nasce a Napoli il 19/05/1989, grande appassionato di archeologia e di arte, dopo aver conseguito la maturità classica si iscrive alla facoltà di Storia dell'arte presso l'Università Federico II di Napoli.
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