Orban, è fuga dall’Ungheria. Ma la deriva autoritaria continua, tra razzismo e nostalgia

04/04/2013 di Andrea Viscardi

Fuga dal Paese – Héti Vilàggazdasàg, magazine economico e politico di Budapest, denuncia la fuga – dal ritorno al potere di Orban nel 2010 – di circa 500 mila ungheresi, appartenenti, soprattutto, ai ceti agiati e alle elite intellettuali. Un dato secco, senza troppe possibilità di interpretazione: se il 5% della popolazione ha deciso di espatriare per la situazione politica, è ora di definire quella di Orban con il suo vero nome, una dittatura in via di affermazione.

Orban, proteste anti Orban
La rabbia di molti cittadini ungheresi

Riforma della Costituzione e nuovi valori – Sono state approvate, intanto, le modifiche alla Costituzione ungherese, una sorta di ritorno al passato, all’insegna di una parola: tradizione. Uno Stato che sembra aver percorso la strada a ritroso sino all’inizio del ‘900, riportando a fondamento della nazion i valori di patria, famiglia e fede. La “nuova” Carta, appoggiata dal partito del Presidente, Fidesz e Jobbik – la formazione di estrema destra – ha trovato il favore di 265 deputati, nonostante i socialisti, al momento del voto, abbiano deciso di abbandonare l’aula. Una protesta contro l’autoritarismo del premier, ma anche contro la norma – voluta proprio da Orban – che autorizza lo stato a perseguire i partiti eredi del vecchio PCU. Purtroppo, però, la questione non ruota solamente intorno ai nuovi e discutibili valori a fondamento del Paese.

Corte Costituzionale e Banca Centrale – Infatti, la riforma approvata si muove verso due direzioni, palesemente capaci di definire un accentramento di tipo aturitario. La prima è un’emarginazione della Corte Costituzionale, la quale si è vista privata del diritto di giudica nel merito delle leggi approvate. Un obbiettivo che Orban aveva in mente sin dal 2010, trovando nella Corte l’unico organo in grado di fermare molti dei provvedimenti di stampo autoritario intrapresi dal governo. Quindi la Banca Centrale, verso cui il Premier portava avanti una battaglia da oltre un anno. Accusata di non seguire i dettami governativi, in particolare di non assecondare nè l’idea di attingere alle riserve dell’istituto per diminuire la quota di debito pubblico nè l’invito ad acquistare titoli sovrani ungheresi. Bene. Dopo aver posto Matolcsi – uno dei più stretti collaboratori – a governatore dell’organo, il leader ungherese si è assicurato la quasi totale perdita di indipendenza e autonomia dell’istituzione.

Libertà – Intanto, come se non bastasse, la libertà di parola sarà messa a tacere ogniqualvolta verrà ferità una molto generica “dignità della nazione”. Il tutto mentre le televisioni sono state poste, già da tempo, sotto il controllo di un’unica commissione controllata dal partito di maggioranza e la propaganda politica potrà avere luogo solo sulle reti statali e non su quelle commerciali. Sotto uno stretto controllo, quindi, di Fidesz. Per arginare la fuga dallo stato del personale qualificato, invece, si è deciso di imporre dei veri e propri limiti alla libertà di circolazione del lavoro, in contrasto con ogni normativa UE. Chiunque avrà usufruito del sistema universitario grazie agli aiuti statali, sarà obbligato a lavorare, per 10 anni, in Ungheria, così da ripagare l’investimento fatto. Uno Stato di non diritto, insomma.

Senzatetto, razzismo e nostalgia – Ma non finisce qui. I senzatetto, da questo momento, saranno ufficialmente dei fuorilegge. A meno che non trovino dei posti dove dormire. Già, perché chiunque venga colto a dormire in strada o in luoghi pubblici sarà punibile con la reclusione. Riproposizione di un vecchio pallino del governo, bloccato, tempo fa, proprio da quella Corte Costituzionale oramai privata dei suoi poteri. Forte anche la deriva razzista. Ferenc Szanzslò – giornalista apertamente antisemita e vicinissimo a Fidesz – è stato insignito a Gennaio del più importante premio giornalistico ungherese, nonostante il ministro delle risorse umane abbia considerato deplorevole la vicenda. Quindi è stata la volta di Kornel Bakay, archeologo famoso per aver attaccato varie volte gli ebrei, come quando dichiarò fossero stati loro ad organizzare e gestire la tratta degli schiavi nel medio-evo. Ultima onorificenza consegnata ad un gruppo rock, neonazista, è stata la croce al merito. Il tutto dopo aver riabilitato, negli scorsi anni, un personaggio come Miklos Horthy, il braccio operante di Hitler in Ungheria e che, tre mesi fa, un altro giornalista – nonché uno dei fondatori del partito di Obran – aveva definito gli zingari come “degli animali da eliminare”. Vi era stata, a onor del vero, una forte condanna del ministro della Giustizia – peraltro su di una tv commerciale e non statale – ma il Premier aveva deciso di minimizzare la questione, esprimendo, anzi, comprensione per la collera della società verso certi crimini commessi dai rom.

Unione Europea – E l’UE? Diciamocelo, in questi due anni l’Unione si è limitata a esprimere preoccupazione e sconcerto – come avvenne nel 2012 con Barroso – ma nulla di più. In questi giorni, però, l’impressione è che anche a Bruxelles si sia compreso – con un palese ritardo – quanto la situazione rischi di sfuggire di mano. Sefcovic, vicepresidente dell’esecutivo, ha affermato la volontà europea di agire il prima possibile qualora venisse confermata un’incompatibilità tra il nuovo assetto costituzionale e i valori europei, tanto che, già in queste settimane – sia su invito dell’opposizione ungherese che per volontà di diversi membri ue – si discute se attivare le procedure dell’art. 7 del Trattato di Lisbona. Tale procedura, percorribile su proposta motivata di un terzo degli Stati membri, del Parlamento o della Commissione, potrebbe portare l’Unione ad effettuare delle raccomandazioni urgenti allo stato ungherese. Qualora queste non venissero seguite, quindi, scatterebbe la sanzione. Conseguenze? Sospensione di alcuni diritti derivati dalla membership o anche del potere di voto. Uno strumento importante, dunque, ma che forse Orban non teme così tanto. Anzi, potrebbe diventare una nuova arma su cui concentrare il proprio populismo. Il tutto non in uno stato periferico, ma nel cuore dell’Unione Europea.

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Nasce a Torino il 13/09/1988, appassionato di politica, dopo essersi diplomato al Liceo Classico Beccaria di Milano, si iscrive al corso di Studi Internazionali all’Università degli Studi di Torino, dove si laurea nel 2011. Completa il suo percorso di studi laureandosi con lode al corso specialistico in Relazioni Internazionali dell'università LUISS Guido Carli.
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