Serve ancora l’orario di lavoro per calcolare la retribuzione?

30/11/2015 di Federico Nascimben

Le parole del ministro Poletti rappresentano in parte una presa d'atto della realtà del mondo del lavoro, ma occorrono proposte concrete per poter passare alla fase successiva

In questi giorni ha fatto molto discutere l’uscita del ministro del Lavoro, Giuliano Poletti, sul superamento dell’orario di lavoro come (unico) strumento per calcolare la retribuzione dei lavoratori, dopo che l’attenzione dei media si era già riversata sul ministro in seguito a quanto dichiarato sui voti agli esami universitari e le lunghe carriere scolastiche dei giovani.

Il titolare del dicastero di via Veneto in un convegno alla LUISS ha infatti affermato che “dovremo immaginare un contratto di lavoro che non abbia come unico riferimento l’ora di lavoro ma la misura dell’apporto dell’opera. L’ora/lavoro è un attrezzo vecchio che non permette l’innovazione”. Dichiarazione confermata anche ieri in un’intervista al Sole24Ore: “se cambia il modo di lavorare può cambiare anche il modo di definire la retribuzione: mi sembra una cosa ovvia, non credo di aver detto cose da extraterrestre”.

Come noto, l’orario di lavoro è stato per secoli il mezzo utilizzato per calcolare la retribuzione del lavoratore. Terziarizzazione, post-industrializzazione, economia dei servizi, sharing economy ecc. hanno nel corso del tempo – e quindi non da oggi – messo in crisi questo concetto. La contrattualistica ha seguito e si è adattata a tali cambiamenti, ma molto spesso ha finito per essere utilizzata come mero strumento di contenimento salariale. Cicli economico-produttivi sempre più brevi e irregolari infine hanno contribuito a mettere ulteriormente in crisi l’orario di lavoro quale strumento di misurazione.

Detto ciò, naturalmente, a prescindere, vi sono lavori a basso valore aggiunto che difficilmente possono trovare altro mezzo per la definizione della retribuzione che non sia l’orario lavorativo (ad es. operaio non specializzato), e altri che lo escludono (es. professioni legati alla creatività); così come rimane il problema della scarsa produttività italiana. Ma dal ministro ci saremmo aspettati proposte più concrete su come cambiare il contratto di lavoro e come misurare “l’apporto all’opera” del lavoratore, perché compito della politica è in primis proporre e decidere.

Finora, ad esempio nella Pubblica Amministrazione, la parte variabile del salario che dovrebbe essere legata al raggiungimento di obiettivi prefissati si è dimostrata una chimera facilmente aggirabile. Come sottolineano Michele Tiraboschi e Francesco Seghezzi su Avvenire, se la prestazione di lavoro nell’economia dei servizi si basa sul raggiungimento di risultati occorre definire le modalità di misurazione di questo e la revisione del concetto di subordinazione all’interno di un’impresa che si basi su logiche partecipative.

Rimaniamo quindi in attesa degli sviluppi del dibattito sul tema.

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Nasce a Pordenone nel 1989 il giorno della Santa Pasqua. Dopo aver terminato gli studi ragionieristici si iscrive alla facoltà di Scienze Politiche a Trieste. Conclude il suo percorso laureandosi con il massimo dei voti in Scienze di Governo e della Comunicazione Pubblica alla LUISS "Guido Carli" con una tesi in diritto del lavoro dell'Unione Europea. In accordo col Maestro, pensa che sia "difficile restare calmi e indifferenti mentre tutti intorno fanno rumore". Mail: federico.nascimben@europinione.it
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