Operation Unthinkable, quando Churchill voleva portar guerra all’URSS

21/03/2016 di Lorenzo

Un piano militare per respingere l'Armata Rossa dall'Europa orientale, elaborato nel corso del 1945 da Winston Churchill e dal Joint Planning Staff. Un piano a cui il leader britannico rinunciò, persuaso dagli Stati Uniti e dal suo Stato Maggiore, ma di cui si venne a conoscenza solamente nel 1998

Operation Unthinkable

Il 5 luglio 1945 i sudditi di re Giorgio VI, stanchi della dolorosa ricetta di «lacrime e sangue» sostenuta durante il conflitto con la Germania nazista, avevano mandato a casa sir Winston Churchill, colui che dal 1940 aveva tenuto brillantemente le redini dell’Impero britannico e vinto la guerra. E ciò avvenne in uno dei modi più netti mai sanciti durante una turnata elettorale nella storia di oltremanica, con uno scarto del 12%, tra Partito Conservatore e quello Laburista, tanto che i labours raggiunsero, per la prima volta nella storia, la maggioranza assoluta all’interno della House of Commons, catapultando Clement Attlee al numero dieci di Downing Street.

Nulla, però, sapevano i sudditi britannici rispetto al fatto che quella elezione post-bellica aveva mandato a casa anche colui che, neanche due mesi prima, prese in esame un piano militare, riemerso solo 52 anni dopo, atto a respingere ad Oriente l’Armata Rossa. Difatti, al principio di maggio 1945, durante i giorni della capitolazione del Terzo Reich, Churchill e i membri del Joint Planning Staff delle forze armate dell’Impero britannico cominciarono a stilare un dettagliato piano, passato alla storia con il nome di «Operation Unthinkable». Una strategia militare che prevedeva, oltre ad un piano difensivo, una soluzione in extrema ratio contro la minaccia di Mosca: un’offensiva a sorpresa contro le forze sovietiche stanziate nella parte orientale della Germania per «imporre alla Russia la volontà degli Stati Uniti e dell’Impero Britannico» sugli accordi sottoscritti a Yalta, e soprattutto sull’accordo quadro concernente il futuro dello Stato polacco.

Anticomunista convinto, il famoso premier britannico non nutriva nessuna fiducia verso quello che fino a pochi giorni prima era stato uno dei fondamentali attori per la vittoria contro il nazismo nel Continente. Questo astio, oltreché ideologico – di fatti l’unico collante che aveva tenuto uniti Mosca e Londra era stato lo strapotere bellico e la pericolosità della Germania nazista – era sia di carattere storico che geopolitico poiché, sin dalla chiusura della Conferenza di Yalta, la Gran Bretagna non aveva digerito il ruolo preponderante dei sovietici nella ricostituzione della Polonia, il cui governo in esilio era a Londra e di quello avuto negli Stati europei dell’Est, occupati dall’Armata Rossa, che successivamente, tra il 1947 e il 1948, caddero sotto l’influenza dell’URSS.

«I russi erano in Europa più a occidente di quanto non fossero mai stati eccetto una volta. Essi avevano un potere assoluto nel Continente. Ogni volta che gli fosse venuto il ghiribizzo avrebbero potuto attraversare il resto d’Europa e ricacciarci nella nostra isola. Essi avevano una superiorità territoriale di 2 a 1 rispetto alle nostre forze, e gli americani stavano ritornando a casa. Concluse (Churchill) – riporta il CSM Alan Brookedicendo che nella sua vita non si era mai preoccupato tanto come per la situazione europea di allora».

Nel primo documento del piano l’avanza sovietica nell’Europa orientale veniva definita come pericolo «russo», quasi a voler sottolineare la volontà imperiale di Mosca su quei territori europei che fino a pochi decenni prima avevano fatto addirittura parte integrante dell’Impero russo. Per arginare quella che nell’ottocento veniva definita come «marea slava» in Europa, l’«operazione impensabile» prevedeva per il giorno 1 luglio 1945 l’attacco a sorpresa delle forze congiunte anglo-statunitensi di stanza in Europa occidentale con il supporto di centomila soldati tedeschi nella zona di Dresda, in Sassonia, colpendo nel mezzo le forze sovietiche dislocate nella Germania orientale.

Tale attacco Alleato nei confronti dell’URSS, se da una parte avrebbe goduto di una superiore copertura aerea, dall’altra si sarebbe dovuto scontrare con una massa di uomini e mezzi superiori quattro volte alle forze anglo-americane presenti nel Continente. Perciò, quando il documento venne discusso dai capi militari britannici al principio di giugno, questi misero il Primo Ministro innanzi ad un bivio: o l’Armata Rossa recedeva davanti alle prime sconfitte e veniva costretta a rispettare l’accordo quadro sulla Polonia entro l’inverno oppure, se resisteva, sarebbe stata una pericolosissima «guerra totale» che avrebbe portato allo scontro tra i tre vincitori della guerra.

Un conflitto giudicato «pericoloso» anche dal Foreign Office britannico e dallo stesso capo di Stato Maggiore Sir Alan Brooke il quale, in quei giorni, annotò sul suo diario che Churchill «sembrava attendere con ansia l’inizio di un’altra guerra». Scorrendo ancora il documento, l’operazione doveva coinvolgere piano piano anche gli Stati europei dell’Est liberati ed occupati dall’Armata Rossa, con il fine ultimo di portare al collasso l’Unione Sovietica, prevedendo inoltre il bombardamento a tappeto delle sue più grandi città con la stessa tecnica brutale effettuata dagli anglo-americani su alcune città dei paesi dell’Asse – Tokyo, Amburgo e Dresda su tutte -, con il fine ultimo di fiaccare definitivamente quello spirito di resistenza che aveva unito il popolo russo nelle due Guerre Patriottiche contro Napoleone e Hilter.

Alla fine, Churchill, spinto su posizioni più ragionevoli dalle pressioni esercitate dallo Stato Maggiore britannico e dal nuovo presidente USA Henry Truman – che nel frattempo aveva inviato la missione Hopkins a Mosca per discutere sulla questione polacca -, nonchè le rassicurazioni del leader sovietico sul futuro dei paesi occupati, cedette e accantonò per sempre l’impossibile offensiva, optando piuttosto per una revisione del piano in senso strettamente difensivo.

Altro determinante elemento per tale rinuncia fu le previsioni non scontate di  vittoria in un eventuale scontro aperto contro Stalin: troppo drammatiche le condizioni della Gran Bretagna e del suo esercito in quel momento, troppe numerose le truppe sovietiche in Europa, troppo distanti gli Stati Uniti, impegnati nella logorante guerra contro l’Impero giapponese in Estremo Oriente. Senza contare come, un tale mutamento d’equilibrio, avrebbe permesso a Mosca di minacciare facilmente paesi come la Norvegia, la Grecia e la Turchia, giungendo dunque agli Stretti, espandendo il suo controllo anche presso i pozzi petroliferi posseduti dalle compagnie britanniche in Iran e in Iraq.

Abbandonata dunque la possibilità di un attacco contro l’URSS, il nome in codice del progetto venne usato per identificare solo il piano difensivo che i britannici, data la smobilitazione statunitense, avrebbero dovuto adottare in caso di un’avanzata sovietica verso il Mare del Nord e la costa Atlantica. Un piano che, oltre a non essere mai entrato in funzione, venne soppiattato de facto dall’Alleanza Atlantica e dal ritorno preponderante degli Stati Uniti nel Vecchio Continente, riuscendo poi allo scoperto tra gli archivi segreti di Londra solo nel 1998.

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Lorenzo

Nato a Roma, appassionato di storia moderna, contemporanea e delle relazioni internazionali Si occupa di storia e di esteri.
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