L’opera ultima di Matteo Renzi

01/02/2015 di Ludovico Martocchia

Sergio Mattarella è il dodicesimo Presidente della Repubblica italiana: un’altra vittoria per Matteo Renzi. 665 voti accompagneranno un settennato che si preannuncia difficoltoso, in un equilibrio governativo instabile, fra tre maggioranze diverse e la possibilità del voto anticipato. La speranza di un Presidente garante della Costituzione: ostacolo o risorsa per il Premier?

Sergio Mattarella e Matteo Renzi

I successi di Renzi. In poco più di un anno il leader fiorentino ha stravolto la politica italiana. Con una manovra di palazzo e una pugnalata cesaricida, si è passati da un governo Letta, debole e ostaggio di Giorgio Napolitano, ad un esecutivo apparentemente stabile, che vorrebbe portare a casa tutto ciò che il centro-sinistra e Berlusconi non sono mai riusciti a fare: revisioni costituzionali (anche a colpi di maggioranza e voti di fiducia), riforme del mercato del lavoro, un mezzo condono fiscale alla vigilia di Natale, una legge di stabilità assai dubbia. Insomma, riforme e qualche malefatta, con l’aggiunta di due vittorie elettorali, rispettivamente alle europee e alle regionali. Tuttavia il grande trionfo si è consumato ieri, tra gli applausi più lunghi che la memoria italiana ricordi: l’elezione a Presidente del sobrio Sergio Mattarella, arrivata dopo un azzardo politico tra i più memorabili della seconda Repubblica.

Nessuno ci avrebbe mai scommesso. Il Partito Democratico ritrova la sua unità dinanzi allo scoglio più grande, quella nomina presidenziale che nasconde insidie, vecchie battaglie e dissapori interni, ma soprattutto i 101 franchi tiratori del 19 Aprile 2013, che gli eredi dell’Ulivo non hanno voluto dimenticare. Sergio Mattarella è l’ultimo tassello che si aggiunge alla scalata politica ed istituzionale dell’ex sindaco di Firenze, il consolidamento dei successi di Matteo Renzi, sperando che un giorno siano anche successi degli italiani.

Le tre maggioranze. Questa volta il Presidente del Consiglio ha fatto muso duro non alla sua minoranza, bensì ad Angelino Alfano, suo partner di governo tornato per un attimo dal padrone e a Forza Italia, martoriata dalle battaglie interne. La ragnatela del premier ora è complessa, quasi impossibile da gestire. Alla maggioranza governativa, composta dal Pd e dall’Area Popolare, con Ncd e Udc, si è sempre sovrapposta una seconda maggioranza per le riforme con l’ex Cavaliere, il cosiddetto Patto del Nazareno. Adesso si è aggiunta anche la maggioranza presidenziale, per cui tutti vorranno una fetta della torta. In molti hanno annunciato già sulla scheda elettorale, “guardi Presidente, noi ci siamo”. Sono i vendoliani (“on. Sergio Mattarella”), la corrente del ministro Orlando (“Mattarella S.”), i bersaniani (“S. Mattarella”), più la destra distaccata (“on. Mattarella”). La partita quindi è stata vinta, ma calcisticamente parlando si può dire che il campionato è ancora lungo. Già l’ex segretario Pierluigi Bersani ha apostrofato: «sarà un ottimo pre­si­dente. Un giu­ri­sta. Non è uno che fa pas­sare qual­siasi cosa. Certe scioc­chezze isti­tu­zio­nali non le farà pas­sare», legge elettorale in primis. C’è anche chi, rimanendo nell’anonimato, si fa sfuggire: «Renzi non sa chi si è messo in casa», «Altro che uomo gri­gio e in gri­sa­glia, si accor­gerà pre­sto di chi è». Un intrigo difficile da gestire. Anche se Alessandro Giacchetti indica un’exit strategy; basterebbe reintrodurre l’art.2 dell’Italicum, per inserire nuovamente la validità della legge anche per il senato e andare al voto. Un’altra arma nella mani di Renzi.

Le due opposizioni. Nel nome di Vittorio Feltri e Ferdinando Imposimato, Lega Nord, Fratelli d’Italia e M5S non hanno cambiato strategia. È stata una scelta vincente, o quantomeno appagante? Le destre, picchiando duro su un solo nome, hanno evitato figuracce come i partiti di Berlusconi ed Alfano, i grandi sconfitti degli ultimi giorni. All’interno degli equilibri del centro-destra, ottengono credibilità e si rafforzano, lo dimostreranno le coalizioni alle prossime elezioni. Il Caimano non sarà in grado di ricostruire un’alleanza intorno alla sua persona, si faranno sempre più spazio la Lega di Matteo Salvini ed, in parte, anche FdI di Giorgia Meloni.

I grillini non sembrano aver fatto passi avanti. Se avessero evitato le consultazioni online – una scelta problematica – avrebbero potuto votare Romano Prodi dal primo scrutinio, mettendo in crisi l’asse Renzi, minoranza Pd e Sel. Oggi abbiamo un Imposimato come un Rodotà del 2013 e un lungo silenzio in aula, con qualche sporadico applauso, a quorum raggiunto per Mattarella. L’opzione coerente del Movimento Cinque Stelle rimane sempre in un mondo politico composto da lupi, sciacalli e caimani, difficile da aprire “come una scatoletta di tonno”.

Sette anni tutti da vedere. Ad esultare, prima di tutti, dovrebbe essere lo Scudo Crociato, o almeno ciò che ne rimane nel Partito Democratico e nelle altre formazioni di centro e di destra. “Moriremo democristiani”, si scriveva su Europinione qualche settimana fa. Non era una profezia né un malaugurio, ma semplicemente una constatazione di fatto. La Prima Repubblica non è morta sotto il tintinnio di manette di Tangentopoli, ma vive mediante altre forme, vecchie e nuove, nelle nomine e nei posti di potere. Al contempo c’è poco da criticare nella figura di Sergio Mattarella, gli aspettano sette anni di sonno, se la politica parlamentare riprenderà vigore, o sette anni di guerriglia e picconate, se la politica continuerà a non dare risposte adeguate. La storia dei Presidenti afferma questa facile proporzione: quando i partiti erano forti, prima di tutto ideologicamente – per esempio gli anni Sessanta e Settanta con Saragat e Leone – il Capo dello Stato era solamente un notaio, che accompagnava i cambiamenti politici; quando i partiti hanno mostrato la propria debolezza e inadeguatezza sono arrivati Pertini, Cossiga, Scalfaro e, da ultimo, Napolitano.

Ogni settennato è diverso dall’altro. Sicuramente l’ex popolare è una scelta giusta per la sua caratura istituzionale e per la sua conoscenza della Costituzione, che speriamo difenderà arduamente nei suoi principi fondamentali, consapevole di come sarà necessaria una riforma della seconda parte della Carta. L’altro augurio è che sarà capace di dimostrarsi “un uomo qualunque”, come amava definirsi Sandro Pertini: un Presidente degli Italiani, lontano dalle logiche di palazzo, un padre che sappia vigilare sul rispetto della Costituzione e delle dinamiche fondamentali per la sua modifica, come il coinvolgimento di tutto l’arco parlamentare.

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Ludovico Martocchia

Nato e cresciuto nella periferia romana. Ha frequentato il Liceo Scientifico Francesco D'Assisi, ora studia Scienze Politiche alla Luiss. Da sempre appassionato di politica, si interessa anche di filosofia, storia, economia e sport. Ma prima di ogni cosa, libero pensatore.
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