Onu: giù le mani da Daadab

15/04/2015 di Eugenio Frisetti Carpani

Con più di mezzo milione di persone e ben cinque immense baraccopoli, Daadab, in Kenya, è il campo profughi più grande del mondo: oggi è a rischio chiusura, anche a seguito di quanto avvenuto all'università di Garissa

Campo di Dabaab

Nel Kenya del nord, al confine con la Somalia, possiamo trovare Daadab, un campo profughi in cui, seppur considerato temporaneo e provvisorio dalle autorità keniane, sono ormai nati i nipoti dei primi insediati, e per tre diverse generazioni continua ad essere il luogo dove, in un modo o nell’altro, si continua a vivere. Dadaab è stato aperto nel 1991 con il compito di far fronte all’emergenza umanitaria costituitasi a causa della guerra civile scoppiata dopo la destituzione del dittatore Mohammed Siad Barre.

Purtroppo per gli abitanti di Daadab, sabato scorso, direttamente dalla capitale Nairobi è arrivato l’ordine di smantellare le baraccopoli del campo. Il Kenya ha concesso tre mesi all’Onu per intervenire a sostegno delle popolazioni residenti trasferendoli altrove e rimuovendo il tutto. Ovviamene, l’alto commissariato dell’Onu per i rifugiati (UNHCR) con sede a Ginevra, si è opposto chiedendo esplicitamente al Kenya di riconsiderare la chiusura del campo profughi, dove oggi vivono circa 530mila rifugiati (di cui più dell’80% proveniente dalla Somalia). Secondo l’UNHCR, infatti, l’ordine di chiusura avanzato dal Kenya violerebbe il diritto di asilo dei profughi, regolato dalla legge internazionale. Ma per quale motivo il Kenya imporrebbe la chiusura di Daadab?

Sicuramente la strage dell’università di Garissa (distretto nel quale si trova anche il campo), in cui 148 persone sono state brutalmente assassinate, ha amplificato la paura del Kenya per il gruppo Jihadista di Al Shabaab. Secondo il governo keniano, il campo profughi potrebbe essere trasformato in una grande fonte di reclutamento. Nonostante ciò, afferma il consigliere dell’organizzazione Kenyans for peace, truth and justice, Njonjo Mue: “chiudere Daadab potrebbe invece aiutare Al Shaabab”, in quanto circa 200.000 persone verrebbero lasciate senza un posto in cui vivere e, per disperazione, potrebbero decidere di arruolarsi, così da avere garantito almeno un tetto e potersi, magari, vendicare della decisione presa dal governo keniota.

Anche a considerazione di ciò, ma soprattutto a causa del fatto che chiudere il Daadab significherebbe far fronte a un disagio enorme, l’Onu ha espresso preoccupazione sulle conseguenze umanitarie estreme che lo smantellamento del campo provocherebbe. Krin de Gruijl, portavoce dell’UNHCR chiarisce, inoltre, che “il problema più grande è il ritorno in patria”. Infatti, se le persone saranno obbligate a rientrare in Somalia, l’UNHCR non potrà sostenerle nel passaggio di confine poiché tale eventualità rappresenterebbe, di per sé, una violazione del diritto internazionale. Allora quale sarebbero le possibili soluzioni da attuare?

L’Onu, già dichiaratasi disponibile ad aiutare le autorità keniane al fine di rafforzare il rispetto della legge nel campo e di contrastare ogni eventuale intrusione da parte dei gruppi armati, rimane convinta della fatto che bisognerebbe aumentare le operazioni di life-saving e life-sustaining support, continuando a perseguire soluzione sostenibili e durature per i profughi. Le priorità Onu, infatti, sono sia il preservare l’accesso alla asilo politico e alla protezione internazionale dei rifugiati ma anche il provvedere a cure mediche essenziali, alla sanità e alla sicurezza. Non è assurdo capire per quale motivi il Kenya sia intenzionato a chiudere il campo di Daadab.

La sicurezza dei propri cittadini deve, giustamente, essere il primo obbiettivo di tutti i governi. Tuttavia, bisognerebbe ricordarsi che anche i profughi hanno diritti inviolabili, e che la soluzione non può essere individuata in un semplice smantellamento, senza aver prima individuato un futuro certo per gli occupanti del campo. Il rischio, altrimenti, è di ottenere come reazione proprio ciò che si vorrebbe invece evitare attraverso lo smantellamento di Daadab: un aumento del rischio terrorismo in Kenya.

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Eugenio Frisetti Carpani

Nasce a Roma nell’Ottobre del 1993. Si arruola nella marina militare italiana all’età di 16 anni frequentando il liceo classico alla Scuola Navale Militare Francesco Morosini di Venezia. Si iscrive, poi, al corso di laurea triennale in Politics, Philosophy and Economics alla LUISS Gudo Carli. Da sempre interessato agli organismi sovranazionali, alle istituzioni comunitarie e, in particolare, ai rapporti di sicurezza fra NATO e Unione Europea.
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