Olimpia Maidalchini – Il braccio destro di Pietro

18/10/2014 di Silvia Mangano

Grazie alla politica "nepotista" in voga nello Stato della Chiesa, ricoprì un ruolo fondamentale per il papato di Giovanni Battista Pamphili, per poi essere osteggiata da chi mal sopportava il suo non essere uomo

Olimpia Maidalchini

È ben noto che il nepotismo fu un fenomeno nato in Italia, più precisamente in ambiente curiale, ed è ben noto il perché della nascita di tale prassi: i cardinali nepoti (o nipoti) costituirono il perno della politica papale per lungo tempo e, ancora oggi, le figure di questi fini uomini politici, che misero al servizio le proprie doti intellettuali per consolidare il potere del parente pontefice, hanno sempre appassionato gli amanti della storia. Mentre nelle altre realtà statuali nasceva la figura del ministro, uomo di fiducia del re e che collaborava nell’organizzazione del regno, nello Stato della Chiesa i papi avevano già da tempo elaborato un sistema che prevedesse la partecipazione di un consanguineo negli affari di governo. Il principio della scelta si basava sul “potere del sangue”, cioè sulla certezza che nessuno poteva essere uomo di fiducia migliore di un giovane e rampante familiare che, legando i propri destini a quelli dello zio papa, aveva tutto l’interesse affinché il suo pontificato fosse stabile e protetto dalle ingerenze esterne degli altri curiali, che maliziosamente soprannominavano questa figura “il cardinal padrone”.

Il sistema, pur avendo come contraltare il difetto di essere pensato come modo per arricchire la famiglia del pontefice e accrescere il suo status all’interno della città, in se stesso era geniale e spesso si dimostrò essenziale per l’organizzazione dello Stato ecclesiastico. Tuttavia, come ogni equazione che si rispetti, poteva accadere che si presentasse una variabile inaspettata: un nipote di non eccellenti qualità, oppure un nipote che entrasse in conflitto con lo zio. Potevano esservi, insomma, una serie di “imprevedibili” che l’appassionato sa già di dover mettere in conto quando legge un libro sulla storia della Chiesa.

Olimpia MaidalchiniStrano, o almeno originale, è invece se di nepotismo se ne parli a proposito di una donna. Così Olimpia Maidalchini costituisce per noi un’interessante eccezione. Nata a Viterbo nel 1592, ricevette l’educazione che si addiceva a una donna di una famiglia di media aristocrazia e con limitati mezzi economici. Olimpia aveva dato prova del suo carattere di ferro in giovane età, quando si era opposta strenuamente all’entrata in monastero, costringendo i suoi genitori a sacrificare parte del già provato patrimonio familiare per assicurarle una dote. Proprio grazie al matrimonio, non col primo marito che la lasciò vedova dopo solo tre anni, ma con Pamphilio Pamphili, più vecchio di lei di ben 28 anni, arrivò la grande occasione della sua vita.

A Roma, dove aveva seguito il nuovo marito, aveva conosciuto Giovanni Battista Pamphili, fratello di Pamphilio e futuro cardinale, il quale era rimasto impressionato dall’intelligenza e dall’ambizione di Olimpia. Che si trovasse a Napoli, dove lei e Pamphilio avevano seguito Giovanni Battista per qualche anno, o Roma, dove tornarono nel 1625, la Maidalchini rivestì il ruolo che la società si aspettava da una donna dell’epoca: generò tre figlie e un figlio, frequentò i salotti della Roma aristocratica, tessé rapporti sociali con i personaggi più in vista della città, ma continuò a coltivare l’amicizia particolare che la legava al cognato. Rimasta vedova nel 1639, Olimpia divenne assidua frequentatrice della casa di questi, con cui conversava di politica e di gestione economica del patrimonio dei Pamphili; e fu con l’elezione di Giovanni Battista al soglio di Pietro, avvenuta il 14 settembre 1644, che la Maidalchini ottenne un definitivo posto di primo piano nella scena politica romana.

Le famiglie aristocratiche auspicavano solitamente la venuta di due fratelli, uno che ereditasse il patrimonio e un altro che intraprendesse la carriera ecclesiastica, tuttavia l’unione tra Olimpia e Pamphilio aveva generato soltanto un figlio maschio Camillo, che, dopo un breve periodo, aveva abbandonato il mondo curiale dei cardinali nipoti per sposarsi e cercare la sua fortuna altrove. Sebbene Innocenzo X si avvalesse di altri segretari, fu Olimpia Maidalchini a coadiuvare il pontefice lungo tutto il suo pontificato, prendendo il posto spettante al cardinal nepote come “uomo” di fiducia del papa. Pur non esercitando «alcuna influenza sulle grandi direttrici della politica europea della S. Sede, che rimasero appannaggio dei rodati organi curiali […] Assai importante fu invece il suo ruolo nella gestione del patronage pontificio e negli affari che più direttamente toccavano il rapporto del papa con le aristocrazie italiane. L’assegnazione di donativi e cariche di palazzo passò frequentemente per le mani della Maidalchini, che dimostrò una rapacità forse non superiore a quella dei membri di altre famiglie papali, ma assai più malvista perché non si accompagnava a una reale capacità di elaborazione politica» (S. Tabacchi). Negli anni di pontificato del Pamphili, Olimpia mise in atto una strategia che mirava a rivestire la famiglia Pamphili-Maidalchini il ruolo di guida sull’aristocrazia di Roma, patrocinando opere d’arte ed edifici di culto (es. Chiesa di S. Agnese in Agone a Piazza Navona).

La pietra dello scandalo non era tanto la modalità di reperimento dei fondi per la politica dei Pamphili, quanto il fatto che a farlo in qualità di leader della famiglia fosse proprio una donna. Olimpia andava a trovare quotidianamente il pontefice nelle sue stanze per consultarsi sul futuro della casata; durante le grandi cerimonie, occupava sempre un posto in prima fila, come quando presenziò a fianco di Innocenzo X all’aperto della porta santa in occasione del giubileo del 1650; senza contare che la Maidalchini e il Pamphili si erano nominati eredi a vicenda nel proprio testamento. Non stupisce, dunque, che molti cardinali non tollerassero più la presenza di una donna così ingombrante. Tra i suoi avversari, spiccava il segretario di Stato Fabio Chigi, che negli ultimi giorni di vita del papa (gennaio 1655) proibì l’accesso agli appartamenti papali a Olimpia e, dopo la morte del Pamphili, le rese impossibile esercitare l’influenza sui cardinali conclavisti, duramente conquistata negli anni. Dovette assistere inerme all’elezione del Chigi, che prese il nome di Alessandro VII e che la esiliò da Roma, e fu costretta a ripararsi nei sui possedimenti a San Martino al Cimino, dove morì di peste il 26 settembre 1657.

La figura di Olimpia Maidalchini fu aspramente criticata dai contemporanei, quasi quanto è stata apprezzata da una schiera di studiose (e studiosi) di storia moderna. Venne spregiativamente soprannominata “la papessa” da chi restava esterrefatto dalla sua sete di potere, mentre Pasquino di lei scrisse: «Chi dice donna, dice danno – chi dice femmina, dice malanno – chi dice Olimpia Maidalchina, dice donna, danno e rovina» per ironizzare sulla fama di essere donna avida. La vita di Olimpia Maidalchini resta alla storia per il carattere virile con cui guidò la famiglia Pamphili-Maidalchini per molti anni, anche attraverso una pratica di governo priva di scrupoli e tesa a lucrare il più possibile dal pontificato di Innocenzo X. Ciò su cui forse vale la pena riflettere è che questi “vizi” erano un habitus degli uomini che gravitavano attorno alla corte dei papi e che, come già detto, a fare scalpore era che tali metodi discutibili venissero utilizzati da una donna, la quale aveva messo da parte i “difetti muliebri” preferendo quelli curiali.

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Silvia Mangano

Classe 1991. Si laurea con lode in Scienze Storiche presso l’Università Europea di Roma. Attualmente studia Scienze Storiche – Età moderna e contemporanea alla Sapienza. Frequenta un diploma di perfezionamento in religioni comparate presso l’Ateneo Pontificio Regina Apostolorum e scrive per la rivista di divulgazione storica InStoria.
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