L’Occidente riparta dagli Ahmed Merabet

09/01/2015 di Andrea Viscardi

Il rischio per l'Occidente è di perdere la guerra, sconfiggendo il terrorismo, ma derogando ai propri valori fondamentali. Permettendo, un domani, che disteso su un marciapiedi ci sia un altro Ahmed ma che in piedi, innanzi a lui, con l’arma in mano, non vi sia un terrorista arabo, ma un altro integralista, occidentale

Islam ed Occidente

La prima reazione ad un episodio come quello avvenuto mercoledì a Parigi, si sa, non poteva essere che rabbia e dolore. Due sentimenti che, miscelandosi, possono portare a reazioni non propriamente degne di quella che si vuole definire una civilità democratica. La storia insegna. Così, 48 ore dopo l’attentato alla redazione di Charlie Hebdo, i social e il web si scatenano, tra islamofobia e voglia di vendetta. Ma non solo i media. Anche politici di estrema destra da tutta europa. C’è chi parla – con una terminologia a dir poco superficiale – di invasione islamista, chi di invasione musulmana, chi dichiara che il nemico è già tra noi, e prega rivolto verso la Mecca.

Generalizzare, in politica, è spesso la strategia migliore per i consensi mentre, tra la gente comune, è sovente sinonimo di ignoranza in senso latino del termine, perché, per l’occidentale medio, tutto l’Islam è uguale. È una macchia che va dal Marocco all’Indonesia, omogenea, indifferente, indivisibile. Un po’ come se l’Occidente fosse un grande agglomerato, come se tra gli statunitensi, gli italiani e gli svedesi non vi fossero differenze. Religiose, culturali, politiche. Tutto l’Islam diviene una nebbia tossica pronta ad abbracciare ed uccidere l’Europa.

Nessuno, o pochi, però, sottolineano l’evidenza più chiara di quanto accaduto mercoledì mattina. A terra, tra le vittime, Ahmed Merabet, poliziotto musulmano, nato in Francia, di origini algerine. Esattamente come chi, innanzi a lui, ha avuto la freddezza di sparare, prima, e finirlo, poi. Morto per proteggere il paese che lo ha cresciuto, il primo, in fuga dopo aver pugnalato la Francia, madre-nemica, il secondo. Musulmano, il primo, terrorista, il secondo. Entrambi cittadini francesi di origine algerine, a differenza, ad esempio, di Douglas McAuthur McCain, giovane americano morto combattendo per le file dell’ISIS. Erano, musulmani e medio orientali, invece, Mohanad al-Akidi e Raad Mohamed al-Azzawi, due giornalisti iracheni giustiziati dall’Isis pochi mesi fa e, con loro, decine di giornalisti siriani e arabi rapiti e giustiziati dai terroristi nell’ultimo anno.

La religione è qualcosa di diverso dal terrorismo, per fortuna. Perché in Europa il 5,8 per cento della popolazione è musulmana, e oggi, il nostro continente, sarebbe messo a ferro e fuoco se la prima frase fosse una falsità buonista. La religione, però, è sempre stata un qualcosa di ambiguo. Può purificare l’anima, o rappresentare un ottimo strumento per assurgere al potere, per conquistare influenza, un ottimo mezzo di manipolazione delle masse, che cammuffa ambizioni ed interessi proclamando crociate spirituali. Un peccato originale, naturale riflesso della natura ambivalente dell’uomo, capace di dare la vita, ma anche di toglierla senza pietà.

Tutti i musulmani scesi nelle piazze europee in queste ultime 48 ore per protestare contro un atto disumano, sono Ahmed Merabet, simbolo di chi ha abbracciato la religione spirituale, non la sua strumentalizzazione o deformazione come arma di potere, controllo e, di conseguenza, di morte. Questi saranno le prime vittime di quanto accaduto a Parigi, perché, inevitabilmente, pagheranno il prezzo di tutti coloro che, sull’onda di quella rabbia e di quel dolore con cui ho aperto l’articolo, confonderanno integralismo e religione, potere e spiritualità, islam moderato e terrorismo. Con il rischio concreto di vedere un altro Ahmed, in futuro, disteso su quel marciapiede. In piedi e con l’arma in mano, però, non un terrorista arabo, ma un altro integralista, occidentale.

Proprio su questo si basa la vera guerra dell’Europa e dell’Occidente, una sfida ed un campo di prova per la Civiltà tutta. Occorre colpire duro il terrorismo, senza mezzi termini né tregua, fino alla fine, con fermezza. Anche e soprattutto, con l’appoggio di quelle decine di milioni di musulmani moderati che vivono, integrati, in tutto l’Occidente e, più in generale, nel Mondo. Ma non bisogna credere che tutto l’Islam sia nemico, che tutti i musulmani siano terroristi, che tutti gli immigrati siano mostri. Nè possiamo permetterci di derogare, sul nostro territorio, alle nostre radici democratiche, ai valori ed ai principi della nostra società, costruiti in secoli e conquistati con il sacrificio dei padri fondatori della nostra cultura. Perché, altrimenti, quando non resterà più alcun integralista islamico, l’integralismo saremo noi, e anche Ahmed sarà morto invano.

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Nasce a Torino il 13/09/1988, appassionato di politica, dopo essersi diplomato al Liceo Classico Beccaria di Milano, si iscrive al corso di Studi Internazionali all’Università degli Studi di Torino, dove si laurea nel 2011. Completa il suo percorso di studi laureandosi con lode al corso specialistico in Relazioni Internazionali dell'università LUISS Guido Carli.
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