Obama travolto dall’elefante repubblicano: ma il 2016 è ancora distante

06/11/2014 di Iris De Stefano

Il Presidente degli Stati Uniti non è mai apparso così dimesso, ma i repubblicani non devono pensare la strada verso le presidenziali sia in discesa. Tra ebola e ISIS, tutti i punti deboli della campagna democratica

Obama, Stati Uniti

Il 2008 non è mai sembrato tanto lontano per i democratici quanto in questi giorni. Basta vedere le espressioni di Barack Obama durante la conferenza stampa del 5 novembre: dimesso, provato e spesso con la necessità di arrampicarsi sugli specchi. Completamente differente quindi dalla persona che pronunciò lo storico discorso di accettazione della nomina a Presidente degli Stati Uniti d’America del 28 agosto 2008 di Denver, Colorado.

Le elezioni – La sconfitta, pesante, dei democratici alle elezioni di metà mandato americane non giunge inattesa. Tutti i commentatori e chiunque abbia un minimo di conoscenza degli Stati Uniti e del sistema politico americano si aspettavano risultati simili.  La consegna della maggioranza relativa di entrambi i rati del Parlamento ai repubblicani ha però superato ogni aspettativa. Tenutesi ogni due anni, le elezioni stabiliscono i 435 deputati della Camera dei rappresentati, che già nel 2012 era a maggioranza rossa: su 218 seggi necessari ai repubblicani ne andarono infatti 234, superando i colleghi democratici (fermi a 201) di 33. Sebbene i risultati definitivi non siano ancora chiari, poiché gli scrutini sono ancora in corso, appare ormai chiaro come i repubblicani abbiano ampliato il loro vantaggio alla Camera ma soprattutto, abbiano conquistato la maggioranza al Senato. Ogni due anni infatti si rinnova un terzo dei 100 seggi, in modo da scaglionare la durata del mandato dei senatori, che dura sei anni. Con la composizione attuale i repubblicani arrivano ad avere 52 seggi su 100, creando così quello che il Washington Post ha definito come il “Parlamento più repubblicano dal 1929”. Sebbene infatti non sia inusuale che un solo partito domini sia la Camera che il Senato, la maggioranza dell’8% al Senato e quella variabile tra l’11,7 e 17,7% alla Camera dei rappresentanti sono una novità.

Le motivazioni – Il primo imputato in questa disfatta del suo partito è ovviamente il Presidente degli Stati Uniti, che qualche giorno fa aveva ammesso che le elezioni avrebbero rappresentato una sorta di referendum sul suo operato. Un tale netto vantaggio dei suoi oppositori non è casuale e può essere spiegato da molti fattori. Per cominciare, ad essere ricandidati erano tutti quei senatori eletti nel 2008 durante l’ondata di ottimismo provocata da Barack Obama. Era improbabile dunque che, una volta esauritasi quella carica quasi rivoluzionaria dovuta alla personalità del primo Presidente afro americano essi avrebbero potuto essere riconfermati.

È da considerarsi inoltre l’affluenza: circa due terzi dell’elettorato americano non si è infatti recato alle urne, lasciando così la votazione alla mercé dei gruppi più politicizzati, organizzati e ideologizzati. In questo modo i repubblicani hanno avuto gioco facile nel conquistare la maggioranza dei voti. La esiguità dei dati sull’ affluenza non è un fenomeno raro o sorprendente: la mancanza del fattore catalizzatore d’attenzione (l’elezione del Presidente) rende le elezioni di metà mandato poco attraenti per i giovani, le minoranze e per chi vive nelle grandi città, ovvero tutte le categorie che rappresentano la base elettorale dei democratici. L’incapacità di portare alle urne il proprio elettorato è quindi uno dei grandi fallimenti del partito di Obama ma che ci fa altresì evitare di considerare i risultati come parte di un trend più generale che favorisca i repubblicani alle elezioni del 2016.

Infine, la campagna elettorale repubblicana è stata tutta basata su una strategia del terrore che ha preso di mira i punti deboli di Obama. Nelle ultime settimane è diventato virale il video nel quale si mettono a confronto i modi in cui viene spiegata l’epidemia di ebola in Inghilterra e in America. Il video mostra in modo ironico un atteggiamento profondamente reale: secondo il Pew research center il 41% dei cittadini americani dichiara di non credere che l’amministrazione Obama sarebbe in grado di evitare o contenere un’epidemia di ebola. Nei trenta giorni precedenti al voto, i politici repubblicani occupavano qualsiasi media per spiegare come fosse possibile la mutazione del virus, rendendolo trasmissibile per via orale, con la conseguente infezione di milioni di persone negli Stati Uniti. Il clima di panico, assolutamente infondato e basato evidentemente su una cultura media scarsa, è stato poi acuito dalla paura sempre più dilagante di un attentato terroristico. Se i newyorkesi si ritenevano più sicuri nell’ottobre 2001 che oggi, il 53% degli americani ritiene che il rischio di un attentato sia elevato. Se l’opinione pubblica è così suscettibile il gioco per i repubblicani si è dunque dimostrato facile: notizie di tappetini da preghiera ritrovati nella zona di confine con il Messico, comunicati (falsi) sull’arresto di miliziani dell’Isis in Texas, spot con le immagini degli istanti precedenti alla decapitazione di James Foley hanno creato un clima di tensione e di discredito dell’amministrazione Obama, già ai suoi punti più bassi di popolarità tra i cittadini.

Questo tipo di atteggiamento potrà dunque aver garantito ai repubblicani la vittoria in questo turno delle elezioni e complicato moltissimo il lavoro di Barack Obama negli ultimi due anni del suo mandato presidenziale ma non sarà sufficiente per vincere le elezioni nel 2016. Presto Hillary Clinton dovrà esprimersi chiaramente sulla sua candidatura e quel punto, come molti commentatori repubblicani hanno già scritto sulle più importanti testate nazionali, non basteranno proclami catastrofisti per vincere. La partita è ancora tutta aperta, ed è quella più importante.

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Iris De Stefano

Nata a Napoli il 02/10/90 dopo la maturità classica ha studiato Relazioni Internazionali a "L'Orientale" di Napoli e alla LUISS Guido Carli di Roma. Esperienze in Belgio e in Spagna.
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