Barack Obama, l’ultimo discorso alla nazione

13/01/2016 di Marvin Seniga

Tra politica economica e finanziaria, lotta alla discriminazione e politica estera, ieri Obama ha pronunciato il suo ultimo discorso sullo Stato dell'Unione

Stati Uniti, Obama

A sette anni dal suo insediamento alla Casa Bianca, ieri Barack Obama ha pronunciato il suo ultimo discorso sullo Stato dell’Unione. Obama ha ricordato i successi della sua amministrazione e ha guardato al futuro del paese che ha guidato negli ultimi anni. La prima parte è stata dedicata ai successi della sua politica economica. Nella seconda parte del suo discorso, ha affermato quanto sia importante per gli Stati Uniti investire sull’istruzione delle giovani generazioni per continuare ad essere un punto di riferimento per il resto del mondo anche nei prossimi anni. Sul finire ha poi toccato forse l’aspetto più controverso della sua amministrazione, la politica estera. Concludendo, il presidente si è rivolto direttamente al popolo americano, sottolineando l’eccezionalità e la grandezza degli Stati Uniti, la cui forza si fonda nella capacità di essere “da esempio per gli altri paesi del mondo”.

Nel suo primo discorso da presidente degli Stati Uniti, Obama aveva parlato ad una nazione in piena crisi economica e sociale. Ieri invece il presidente ha parlato degli enormi progressi fatti dall’economia, citando il tasso di disoccupazione – dimezzato e ai minimi storici (al 5%) – e l’abbassamento radicale del deficit pubblico – oggi è 1/4 di quello del 2008 – come esempi dell’indiscutibile successo di un’azione rivolta principalmente a quel ceto medio che la crisi finanziaria del 2007 aveva pesantemente indebolito. Obama ha poi voluto ricordare – con tono perentorio – come gli Stati Uniti siano oggi “la più forte e la più stabile economia del pianeta”. Obama ha anche citato due simbolici successi:  la riforma di Wall Street (grazie al Dodd-Frank Act adottato nel 2010), che ha riportato un minimo di regolazione nei mercati finanziari in modo da rendere più complicato un altro crack come quello del 2007.

Obama ha poi fatto riferimento a quanto sia importante per gli Stati Uniti investire sull’istruzione e sulla ricerca. Se gli Stati Uniti vogliono rimanere i leader anche di domani è necessario che continuino ad essere un polo d’innovazione tecnologica. A questo scopo ha sostenuto che una riforma del sistema universitario è necessaria per permettere a quella fascia di popolazione che oggi ne è tagliata fuori per ragioni economiche, di poter – un domani – completare gli studi al college. In questa seconda parte dedicata al domani, ha poi sottolineato come il futuro energetico degli Stati Uniti non possa essere trovato nel petrolio o nel carbone ma nelle fonti di energia rinnovabili, ricordando – a questo proposito –  che il riscaldamento globale è una realtà non più negabile, come certi esponenti del partito repubblicano continuano a sostenere.

Come detto – però – è stata la terza parte del discorso quella più significativa. Se da un punto di vista economico, l’amministrazione Obama ha ottenuto indubbiamente eccellenti risultati, la stessa cosa non può essere facilmente ripetuta per quanto riguarda la politica estera. Nel corso dei suoi due mandati Obama è stato più volte criticato per non essere riuscito a gestire in modo opportuno diverse crisi internazionali, in primo luogo l’emergenza dell’ISIS e il risveglio della Russia di Putin. Appena ha cominciato a parlare della sua politica estera, Obama ha subito sottolineato come gli Stati Uniti oggi siano di gran lunga “la più grande potenza militare del pianeta e che in ogni grande affare internazionale gli altri paesi non guardano a Pechino o a Mosca ma a Washington”. Ha poi fatto capire come gli Stati Uniti, sebbene rimangano interessati alla situazione politica internazionale, non debbano essere considerati i poliziotti del mondo. Infine ha voluto citare tre grandi successi della sua politica estera ottenuti nel suo secondo mandato: l’accordo nucleare con l’Iran, la vittoria contro l’ebola in Africa occidentale, e la riapertura nelle relazioni con Cuba.

In conclusione nell’ultima parte del suo discorso Obama ha poi ripreso a parlare degli Stati Uniti riferendosi direttamente al popolo americano e alla sua eccezionalità. Di particolare rilevanza, dopo le proposte razziste nei confronti dei musulmani del candidato repubblicano Donald Trump, è stato il suo passaggio sulla necessità di combattere contro ogni forma di discriminazione. Un passaggio applaudito da tutto il Congresso e dallo stesso presidente del Senato Paul Ryan, che per tutto il resto del discorso invece era rimasto molto freddo nei confronti delle parole del presidente.

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Marvin Seniga

Nato a Roma nel 1992, attualmente studia relazioni internazionali presso l'Università di Trento, dopo essersi laureato in Scienze Politiche presso la Luiss - Guido Carli. Oltre che di politica si interessa di sport e cinema.
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