Obama in Israele. L’importanza delle parole, il peso della realtà.

23/03/2013 di Elena Cesca

“La parola è una potente signora che pur dotata di un corpo piccolissimo e invisibile compie le opere più divine”. Così, nel V sec. a.C., il sofista Gorgia celebrava l’importanza delle parole. Allo stesso modo ieri,  il presidente USA, Barack Obama, con il suo discorso al Jerusalem Convention Center, ha cercato di persuadere Israele, la Palestina e il resto del mondo, che in Medio Oriente la stabilità è possibile. In un discorso intriso di speranza e cambiamento, tipico della retorica presidenziale, ha abbracciato la versione israeliana del conflitto, pur sollevando gli errori di Israele.

Pace, Sicurezza, Future Generazioni. Tre i punti cardine del discorso.“La pace con i palestinesi e con tutto il mondo arabo, non è un’opzione, ma la condizione della vostra sicurezza, è un dovere verso il vostro futuro e i vostri figli. Credo nei giovani e in una pace giusta e necessaria”.

Barack Obama, Jerusalem Convention CenterAutodeterminazione dei popoli. Israele incarna l’idea più profonda che il popolo meriti “to be a free people in its homeland”- essere libero nella propria terra. Allo stesso tempo, i Palestinesi hanno il diritto all’autodeterminazione. “Non è giusto che un bambino palestinese non possa crescere nel suo stato, e debba vivere con la presenza di un esercito straniero che controlla i movimenti dei suoi genitori.. Non è giusto impedire ai palestinesi di lavorare le loro terre, o limitare la capacità di uno studente di spostarsi all’interno della Cisgiordania, né tantomeno far spostare le famiglie palestinesi dalle loro case.. Proprio come gli Israeliani hanno costruito uno stato in patria, i Palestinesi hanno il diritto di essere un popolo libero nella propria terra.

Reazioni. Tra gli studenti qualcuno urla: “Free Palestine!” –Palestina libera-. Si alza un “buuuuh” generale. Sembrerebbe che gli Israeliani non abbiano seriamente compreso le parole di Obama, che continua a tono: “Proprio di questo dobbiamo discutere! È cosa buona che interveniate! Pensando alla sicurezza, penso ai bambini, perché i bambini devono dormire tranquilli la notte. Ogni volta che incontro questi giovani, siano essi Palestinesi o Israeliani, penso alle mie figlie, alle speranze e alle aspirazioni che ho per loro, a coloro che negli Stati Uniti hanno capito che il cambiamento richiede tempo, ma che è possibile. Perché c’è stato un tempo in cui le mie figlie non potevano pretendere di avere le stesse opportunità delle figlie di qualcun altro. Cosa c’è di vero negli Stati Uniti può essere vero anche qui. Siamo in grado di apportare questi cambiamenti!”.

Atem lo levad: Non siete soli. “So long  as there is a United States of America, atem lo levad !”. L’isolamento regionale di Israele va infranto, soprattutto ora che le rivoluzioni arabe hanno inasprito il fanatismo islamico. In una crisi mediorientale che si esprime attraverso l’ascesa dei Fratelli Musulmani, di Hamas e degli Hezbollah, l’approfondimento del programma nucleare iraniano e delle armi chimiche siriane, Israele non può esser lasciato solo. Per gli studenti israeliani, Leaders coraggiosi, credibili proposte per i Palestinesi e un forte desiderio di pace. Questi gli ingredienti, secondo Obama, per costruire quel futuro di “amicizia con i vicini” in cui tanto confida. Barack è ora un hatich, un figo, e i giovani lo applaudono in un tripudio incontenibile  .

Quale “Yes, we can” in Medio Oriente? La situazione non è così rosea. Il presidente Obama ha fatto appello alla pace perché “necessaria e giusta” se vogliamo intraprendere una strada sicura. Che la pace sia necessaria, soprattutto in un conflitto ufficialmente decennale, ma storicamente millenario, è più che scontato. La pace è, inoltre, indispensabile per far fronte alla minaccia demografica israeliana, e al contempo ovviare alla crisi idrica palestinese. Che sia “giusta”, per gli Israeliani e i Palestinesi, è tutto da vedere.

Un conflitto sui generis. Secondo i polemologi il problema del conflitto arabo-israeliano non è riconducibile ai parametri “classici” del dissidio bellico. Riassumendo in poche battute, la guerra arabo-israeliana viene generalmente associata a una controversia per questioni territoriali: l’occupazioni delle terre della Palestina da parte degli Israeliani nel Maggio 1948, la spartizione delle stesse secondo una risoluzione ONU e la non accettazione delle decisioni da parte degli arabi. È necessario sostenere che, secondo gli Israeliani, il loro insediamento non deve essere inteso come la conquista e la sottomissione di una regione e del suo popolo, ma come un atto storicamente indotto (la continua persecuzione ebraica) e profeticamente annunciato (la ricerca della “Terra promessa”). Dall’altra parte, i Palestinesi hanno da sempre denunciato l’occupazione delle loro terre come una guerra espansionistica israeliana, sebbene uno Stato palestinese, non fosse mai esistito.

Da allora, diverse sono state le fasi belliche caratterizzate da alleanze regionali, provocazione del terrorismo attraverso la violenza, violazione dei diritti umani, ma anche tregue, mediazioni internazionali, accordi, uccisioni di capi di stato e poi ancora tregue e nuovi focolai di violenza, raid aerei su Gaza e massicci interventi di terra. Il conflitto arabo israeliano sembra seguire fedelmente lo stesso copione e un una scaletta di “rituali” da 60 anni, in cui gli scontri si alternano secondo una cadenza costante per un territorio considerato “sacro” che, però, il vincitore di turno (Israele nel 99,9% delle volte) non annette ai propri possedimenti. Le tregue non portano ad una pace duratura, bensì fungono da analisi dei costi e stime delle perdite subite, preliminari alla programmazione di un nuovo attacco. Sembrerebbe, dunque, che oltre alle cause belliche più comuni (affermazione territoriale, prestigio regionale, risorse naturali), il conflitto risieda in radici più profonde.

Numerosi sono stati i coinvolgimenti della comunità internazionale, dalle Nazioni Unite, alle navette diplomatiche dei presidenti americani Nixon, Carter, Clinton e le iniziative degli altri paesi arabi. Basti pensare che, tra il 2001 e il 2003, secondo i meccanismi della diplomazia non ufficiale, le delegazioni israeliane e palestinesi, per porre fine alla diatriba, hanno creato a Ginevra un modello di accordo permanente che Yasser Arafat giudicò come “un’iniziativa coraggiosa che apre le porte alla pace”. Negli accordi di Ginevra vengono analizzati con estrema minuzia tutti i punti critici del conflitto, dagli spazi territoriali vitali alla questione dei rifugiati, avanzando possibili e concrete soluzioni. Non v’è stato nulla da fare. Gli accordi sono stati rigettati e intesi come un nuovo trampolino di lancio delle nuove rappresaglie.

Esigenze identitarie, ovvero riaffermare e consolidare la coesione del proprio gruppo, sono alla base della guerra arabo-israeliana. Non vi saranno mediazioni diplomatiche, né tantomeno nuovi accordi sui confini a far cessare le artiglierie. Quello di cui ci sarebbe bisogno, è una rivoluzione culturale fondata sulla mutua accettazione dell’altro, da intraprendere in entrambi i Paesi. Ciò nonostante,  sappiamo bene come non sia facile convertirsi alla tolleranza, soprattutto allorquando si è fatto del rigetto dell’identità altrui la base del proprio Credo.

Belle parole, ma… Il nobel alle parole è già stato assegnato ad Obama. Non ci si può eludere dall’avvertire, tuttavia, la necessità che, dalle parole, si passi ai fatti. Un idealista confiderebbe nella potenza della retorica: il discorso di Obama potrebbe realmente fungere da spartiacque e aprire una nuova era di negoziazioni. Secondo un realista, il problema risiederebbe nel come tramutare in atti concreti le belle frasi di un manifesto programmatico, quello della pace e della tolleranza, che appare lontano dalla realtà. Israele è ancora la pietra angolare nel progetto geopolitico americano e i Palestinesi lo sanno. Pur inducendo Netanyahu, primo ministro israeliano, ad avviare un ritiro d’Israele significativo, per i Palestinesi questa mossa servirebbe per consolidare l’influenza israeliana e americana sui territori occupati. Obama ha sostenuto che finché ci saranno gli Stati Uniti, Israele non sarà solo. Nonostante i bei propositi enunciati , secondo la visione di chi scrive, porre Tel Aviv sotto l’egida statunitense è sempre stato funzionale alla logica geopolitica di Washington. L’America si proclama ancora una volta il primo alleato di Israele e sicuramente continuerà a farlo finché ci sarà il regime di Assad in Siria, la minaccia fondamentalista islamica e un programma di uranio arricchito in Iran o qualche situazione considerata “critica” nella zona. Fatti, non parole.

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Elena Cesca

Tarantina, del 1988. Maturità classica. Laurea Triennale in Scienze Politiche e delle Relazioni Internazionali presso l’Università del Salento. Laurea specialistica in International Relations presso la LUISS Guido Carli. Ha condotto studi di approfondimento sul funzionamento interno della Commissione Europea, le iniziative europee nel campo della difesa (mercato e industria), la non-proliferazione nucleare e le politiche del Sud-Est Asia. Esperienze studio e di ricerca in Austria, Belgio, Canada e Inghilterra. Attualmente collaboratore parlamentare presso la Camera dei Deputati e PhD Candidate in Storia dell'Europa presso la Sapienza di Roma su tematiche di cooperazione tecnologico-militare in ambito NATO.
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