L’indecisionismo di Obama sulla Syria

02/09/2013 di Iris De Stefano

Il Presidente degli Stati Uniti alle prese con la difficile scelta dell'intervento militare fra armi chimiche, rinvii e la contrarietà dell'opinione pubblica

Quella che doveva essere solo un’altra delle componenti della “primavera araba” rischia di mettere con le spalle al muro il Presidente degli Stati Uniti.

Il rinvio al Congresso – Attorno alle 8 (ora italiana) di sabato Barack Obama ha rilasciato una dichiarazione ai giornalisti in uno dei cortili della Casa Bianca in cui ha confermato le voci che si rincorrevano su tutti i giornali internazionali, ovvero che gli Stati Uniti interverranno in Siria ma solo dopo il via libera del Congresso. Nella prima parte del discorso Barack Obama non ha fornito prove, cosi come ci si aspettava, dell’attacco con armi chimiche da parte del regime di Bashar al-Assad sulla popolazione siriana ma ha solo ribadito, così come anticipato dal Segretario di Stato Kerry, che l’intelligence avrebbe quelle prove. La mancanza di segni tangibili dell’attacco è parte rilevante nella questione poiché se Colin Powell sventolò davanti al Consiglio di Sicurezza ONU una provetta contenente antrace, accelerando l’attacco in Iraq, per il momento di prove fisiche contro il capo del regime siriano non ce ne sono e anche gli ispettori inviati dalle Nazioni Unite hanno confermato che i risultati delle loro ispezioni non saranno divulgati prima di 14 giorni. Il Presidente degli Stati Uniti ha quindi confermato di ritenere l’azione militare come unica soluzione possibile spigando che non dovrà essere una soluzione a lungo termine, che non ci saranno militari sul territorio siriano e che servirà solo a far in modo che il Presidente Assad o i gruppi terroristici che bazzicano nell’area non potranno fare in modo di usare di nuovo le armi chimiche. La seconda decisione presa dal Obama e annunciata ieri durante il suo discorso alla Nazione è stata quella di sottoporre l’autorizzazione all’azione ad un preventivo voto da parte del Congresso americano.

obama syria2La debolezza dell’uomo – Quella del premio Nobel per la Pace 2009 è stata sicuramente una settimana difficile: con la votazione contraria del Parlamento britannico all’autorizzazione dell’azione militare proposta dal Primo Ministro David Cameron e la conseguente perdita del loro più fedele alleato, gli Stati Uniti hanno incassato il rifiuto di tutta una serie di Stati – tra cui l’Italia – ad un’azione che non sia conseguenza di un mandato delle Nazioni Unite. La quasi impossibilità di avere il sostegno di una risoluzione del Consiglio di Sicurezza che autorizzi l’azione in Siria a causa dei già annunciati veti di Cina e Russia si accompagna ai sondaggi sull’opinione pubblica la cui maggioranza sarebbe contraria ad un’azione americana. Rimandando l’autorizzazione dell’azione al voto del Congresso Obama ha cercato così di muoversi su due fronti: ha innanzitutto preso tempo, poiché i deputati sono al momento in pausa estiva e la prima riunione del Congresso non è prevista prima del 9 di settembre ma ha anche fatto in modo di scaricare la responsabilità di un attacco sui rappresentanti del popolo americano. Il risultato dovrebbe essere scontato, con i Repubblicani sempre a caccia di buoni motivi per esportare il marchio americano all’estero e i democratici ancora fedeli al loro Presidente da così poco rieletto; le sorprese però, in politica internazionale, non mancano mai, dovendo sempre tener in considerazione quanto siano pesati sull’opinione pubblica i mancati successi (per non definirli fallimenti) dell’Iraq e dell’Afghanistan nonostante l’apparente non preminenza sui network americani delle notizie sull’incremento enorme di morti in Iraq (800 solo nel mese di Agosto).

Ma conviene? – I problemi potrebbero non essere finiti. Una minoranza di analisti stanno facendo notare – e sempre con maggiore insistenza – che potrebbe non essere la migliore delle soluzioni entrare nel conflitto siriano. Se è vero che Obama si è visto costretto ad intervenire perché superata quella “linea rossa” invalicabile costituita dall’utilizzo di armi chimiche, è pur vero che la guerra civile siriana si è radicalizzata in un modo che gli analisti meno avveduti non ritenevano possibile. È quindi meglio aiutare i ribelli, favorendo un regime change per cui sicuramente non basterebbe l’azione descritta dalle parole di ieri di Obama e con il rischio di favorire i gruppi islamici radicali come Al Qaida che combattono di fatto accanto ai ribelli? O sarebbe meglio favorire una vittoria di Assad, reso sicuramente più povero e potente (e quindi più controllabile) da due anni di guerra civile, nonostante l’appoggio di Hezbollah e dell’Iran? In ogni caso, per gli Stati Uniti, sembra che questa sia una guerra persa in partenza.

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Iris De Stefano

Nata a Napoli il 02/10/90 dopo la maturità classica ha studiato Relazioni Internazionali a "L'Orientale" di Napoli e alla LUISS Guido Carli di Roma. Esperienze in Belgio e in Spagna.
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