Obama in Estremo Oriente per rafforzare il “Pivot to Asia”

30/05/2016 di Michele Pentorieri

Le visite in Vietnam prima ed in Giappone poi sono funzionali alla politica di espansione dell’influenza a stelle e strisce nella regione. La Cina non gradisce e lo accusa di destabilizzare l’area.

In ossequio ad uno dei cardini della sua politica estera, Barack Obama ha visitato nei passati giorni l’Estremo Oriente. Il viaggio è stato funzionale alla strategia del pivot to Asia, che comprende, come corollario alla quasi certezza che una buona fetta di storia politica ma soprattutto economica del ventunesimo secolo sarà scritta in Estremo Oriente, l’impegno verso la creazione di nuove alleanze con attori emergenti della zona e la cementificazione di quelle vecchie. Esemplificativa della prima circostanza è la visita in Vietnam, mentre quella in Giappone mira al rafforzamento dei rapporti con un alleato di lunga data. Tuttavia, il Presidente degli Stati Uniti è costretto comunque a muoversi in uno scenario a mobilità ridotta, stando bene attento a non urtare la sensibilità degli altri attori della zona. Una sorta di equilibrismo che, se da un lato punta ad accrescere l’influenza statunitense nell’area, deve comunque evitare di compromettere alcune relazioni bilaterali già piuttosto complicate.

La prima tappa del viaggio in Estremo Oriente è stato il Vietnam. L’annuncio della fine dell’embargo sulla vendita della armi al Paese ha ovviamente indispettito Pechino, da sempre in rapporti complicati ma mai apertamente conflittuali con Hanoi. Vietnam e Stati Uniti condividono per questo un sentimento di diffidenza nei confronti della Cina e soprattutto delle sue manovre nel mar Cinese meridionale. Il Vietnam non ha ancora digerito la costruzione di una piattaforma petrolifera cinese all’interno delle sue acque territoriali 2 anni fa, gli USA si trovano periodicamente a dover difendere Taiwan e lo stesso Vietnam e a rassicurarli sulle mire cinesi (l’ultimo caso, lo scorso febbraio, riguardò la disputa sulle isole Paracel). D’altro canto, è anche vero che la Cina costituisce per il Vietnam il primo partner commerciale, e la banca centrale cinese detiene diversi miliardi di dollari del debito pubblico statunitense. Motivo per cui un aperto conflitto tra i due schieramenti è alquanto improbabile. Ciononostante, Obama aveva bisogno di mandare un segnale alla popolazione vietnamita ed al suo establishment politico, al fine di far sentire loro la vicinanza militare e ideologica degli Stati Uniti. Sul primo versante, è stata già citata la fine dell’embargo sulla vendita delle armi. Sul secondo, sono da evidenziare alcuni passaggi del discorso tenuto da Obama al National Convention Center di Hanoi. Innanzitutto, si è parlato di una vera e propria comunanza di valori tra i due Paesi. Obama ha sottolineato la comune indole anticoloniale ed ha identificando nella Guerra Fredda l’elemento di contrapposizione per quelli che altrimenti sarebbero stati due alleati naturali. Ma gli applausi per il Presidente statunitense sono arrivati soprattutto quando ha dichiarato che le grandi potenze della zona non dovrebbero “comportarsi da bulli con le piccole”. Chiaro riferimento alla Cina, che non ha tardato infatti a far sentire la sua voce, dichiarando che Stati Uniti e Vietnam non devono “accendere micce nell’area”.

Non meno polemiche sono state le voci della Corea del Nord e della stessa Cina nei confronti della successiva visita di Obama in Giappone. Il primo presidente USA a visitare Hiroshima ha auspicato un futuro senza armi nucleari, affermando che “la guerra fa parte della storia dell’uomo, ma abbiamo imparato che non dobbiamo utilizzare gli strumenti che abbiamo fabbricato per far del male”. Al di là dell’aspetto “canonico” della visita, correlato da incontri come quello con uno degli hibakusha (i sopravvissuti all’esplosione dell’atomica 71 anni fa) ed appelli alla non proliferazione nucleare, l’attenzione era concentrata sulla possibilità (anche se mai veramente concreta) che Obama si potesse pubblicamente scusare con il Giappone per quanto accaduto il 6 ed il 9 Agosto del 1945. Nonostante il numero uno della Casa Bianca si sia astenuto dal compiere questo ulteriore passo, ciò non ha impedito alla Corea del Nord di scagliarsi contro la visita, definendola infantile ed ipocrita. Il Ministro degli Esteri di Pechino Wang Yi ha dichiarato, dal canto suo, che “Hiroshima merita attenzione. Ma ancor di più Nanchino non va dimenticata”. Il riferimento è alla strage di Nanchino del 1937, perpetrata dalle truppe giapponesi. Secondo la Cina questa è scivolata praticamente nell’oblio, di fronte alla seppur peggiore catastrofe di Hiroshima. In sintesi, la Cina accusa il Giappone di volere, attraverso la visita di Obama, mostrarsi quale una delle vittime della Seconda Guerra Mondiale, mentre ne fu uno degli artefici principali.

In ogni caso, le basi per un aumento dell’influenza statunitense nell’area sono la vera eredità che Obama vuole lasciare al suo successore in materia di politica estera (oltre alle distensioni con Cuba ed Iran). In tale ottica, assumono allora un significato speciale queste visite, non a caso protese a rafforzare i rapporti col Giappone e ad avviarne di nuovi col Vietnam (anche se quest’ultimo costituisce già bacino privilegiato per l’export a stelle e strisce), pur senza scontentare i vicini. Il progetto di Obama lo porterà in Laos nel prossimo Settembre ed alla sua partecipazione al summit dell’ASEAN a Vientiane due mesi dopo. In quell’occasione, è molto probabile che le linee di politica estera degli Stati Uniti nella zona si delineeranno in maniera ancora più marcata. Questo perché, in primis, il disegno di Obama di creare una zona al sicuro da dispute territoriali di qualunque genere (e all’interno della quale gli scambi commerciali possano avvenire senza intoppi) passa necessariamente attraverso il rafforzamento dell’organizzazione regionale asiatica. In secondo luogo, perché le suddette dispute regionali verranno sicuramente a galla per l’occasione. Sarà interessante allora capire come il Presidente riuscirà a districarsi tra le lotte per il possesso di questo o quell’arcipelago, che vedono coinvolti soprattutto Taiwan, Filippine e Vietnam da una parte e Cina dall’altra.

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Michele Pentorieri

Nasce a Napoli nel 1991. Dopo aver conseguito la maturità classica, si iscrive alla facoltà di Scienze Politiche dell’Università degli Studi di Napoli “L’Orientale”, dove si laurea nel 2012. Consegue la Laurea specialistica con lode in Relazioni Internazionali presso la LUISS “Guido Carli", attualmente impegnato in un tirocinio all'IFAD.
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