Obama e la exit strategy in Medio Oriente

26/02/2015 di Michele Pentorieri

Gli Stati Uniti cercano di disimpegnarsi dalla zona, tentando di tenere a bada le mire egemoniche della Turchia e proseguendo i negoziati con l’Iran. Con un occhio all’Is e alla Russia.

Obama, Stati Uniti

Barack Obama, ridotto ad anatra zoppa dalle elezioni di Midterm di Novembre, si trova a dover affrontare gli ultimi due anni di presidenza in una situazione per nulla invidiabile, in politica interna così come in politica estera. In particolare, il 44° Presidente degli Stati Uniti deve affrontare l’intricato teatro mediorientale nel quale si mescolano questioni che riguardano la politica interna, la ridefinizione delle alleanze nella zona e la sua stessa immagine agli occhi del mondo.

Una delle principali direttive seguite da Obama in politica estera è, fin dal suo insediamento, il disimpegno dallo scenario mediorientale. Ufficialmente- e propagandisticamente- per porre fine al ciclo di guerre combattute nell’area costate al Paese la morte di migliaia di soldati. Pragmaticamente- e cinicamente- anche per favorire la competizione tra gli attori locali bramosi di colmare il vuoto di potere lasciato dal disimpegno statunitense. In questo quadro, l’ascesa dell’Is potrebbe essere per il Dipartimento di Stato nient’altro che la comparsa di un ulteriore attore nella zona, utile ad alimentare le rivalità locali in funzione dell’equilibrio di potenza. Questo spiegherebbe l’impegno statunitense tutt’altro che massiccio nella lotta al califfato, anche se in primavera è prevista un’offensiva di terra volta alla riconquista di Mosul. Certo, i metodi per la lotta al terrorismo portati avanti da Obama sono lontani anni luce dalle tonitruanti campagne lanciate dal suo predecessore. La sensazione, tuttavia, è che l’intelligence statunitense sia abbastanza sicura di poter manovrare il giocattolo Is senza che gli sfugga di mano. D’altronde, lo stesso Abu Bakr al-Bagdadi fu rinchiuso dal 2004 al 2009 a Camp Bucca, centro di detenzione statunitense in Iraq, dando modo agli americani di imparare a conoscerlo.

Oltre a ciò, non va dimenticato il ruolo che lo Stato Islamico può giocare in funzione anti-russa. Il califfo, infatti, potrebbe da un momento all’altro volgere lo sguardo alla Cecenia, patria di fedeli musulmani oppressi dal centralismo moscovita. Un eventuale risveglio del terrorismo ceceno, foraggiato dalle ricchezze del califfato, costituirebbe una seria minaccia all’unità territoriale russa. L’obiettivo di Obama sarebbe, in questo caso, usare l’Is come strumento di pressione nei confronti di Putin costringendolo, ad esempio, a fare importanti concessioni sulla questione ucraina.

Per quel che riguarda lo scenario siriano, esso si lega a doppio filo ai rapporti tra Stati Uniti e Iran. L’impressione che Obama stia sacrificando la Siria sull’altare della riconciliazione con l’Iran è molto forte. Teheran, infatti, è uno dei maggiori sponsor del governo alawita siriano ed è forte l’influenza degli ayatollah su Damasco. L’iniziale fervore delle condanne americane nei confronti del regime baatista siriano, condite addirittura da minacce di un massiccio dispiegamento di forze nell’area, è via via scemato lasciando il posto a condanne sempre più tiepide e di facciata. Il dialogo con Teheran, quindi, prosegue in maniera efficace e costituisce, allo stato attuale, il maggiore successo di Obama in politica estera. Non solo: il rapporto tra i Paesi ha fatto registrare un significativo passo in avanti quando è cominciata una proficua collaborazione in campo militare in funzione anti-Is. Rohani, dal canto suo, ha tutto l’interesse a vedere i progetti del califfato naufragare. Non solo per questioni religiose- lo Stato islamico è di stampo sunnita mentre l’Iran è a prevalenza sciita- ma anche perché esso costituisce una delle minacce maggiori alle sue mire egemoniche nella regione.

Davanti a questa parvenza di riconciliazione tra i due Stati, dopo un silenzio diplomatico durato più di 30 anni, non possono che storcere il naso i due storici alleati statunitensi della zona: l’Arabia Saudita e Israele. Ma le critiche arrivano anche dall’interno: in maniera prevedibile, folte frange conservatrici statunitensi sono tutt’altro che entusiaste della politica obamiana del dialogo con l’ex Stato canaglia.

A tutto ciò, si aggiunga che i rapporti con la Turchia sono ai minimi storici. Sempre come parte della politica dell’equilibrio di potenza, Obama aveva invitato Erdogan ad inviare truppe in Siria contro Assad. Questo avrebbe determinato l’indebolimento politico di Ankara. Sia perché un’eventuale operazione siriana l’avrebbe distolta dal sogno egemonico neo ottomano, sia perché avrebbe scatenato le proteste di molti settori del mondo arabo, memori delle antiche crudeltà dello stesso Impero Ottomano ai loro danni. Il presidente turco non solo non ha abboccato all’amo, ma è addirittura passato al contrattacco, dichiarando di essere disposto ad adottare la misura solo qualora gli Stati Uniti si fossero impegnati a spodestare Assad. Oltre a ciò, non è assurdo pensare che Erdogan abbia permesso agli jihadisti di condurre attacchi dal proprio territorio verso il nord della Siria e addirittura di conquistare Kobane semplicemente per dimostrare ad Obama di essere in grado di poter influire significativamente sulle sorti della Siria.

Le frizioni con la Turchia, tuttavia, non sono limitate allo scenario siriano, ma abbracciano anche il Nord Africa. In Libia, gli Stati Uniti sostengono il governo fuggito a Tobruk, mentre la Turchia appoggia quello insediatosi a Tripoli. In Egitto, il governo di al-Sisi ha negli Stati Uniti un importante sponsor. Il militare egiziano, tuttavia, dopo aver soppiantato i Fratelli Musulmani alla guida del Paese, ha fatto della repressione nei loro confronti uno dei connotati principali della sua azione di governo. Il movimento fondato da al-Banna, però, può contare sull’appoggio della Turchia, che non riconosce il governo al-Sisi.

Ricapitolando: l’Is non è una priorità per gli Stati Uniti, che pensano di poterne anticipare le mosse, anche se il califfato potrebbe risultare utile in funzione antirussa. Il dialogo con l’Iran va avanti, seguendo il leit motiv del negoziato sul nucleare ma potendo anche contare su una discreta coordinazione militare. La scelta, tuttavia, scontenta Arabia Saudita e Israele all’esterno e ala intransigente del Congresso all’interno. Inoltre, come corollario del riavvicinamento all’Iran, la Siria è passata in secondo piano. I rapporti con la Turchia peggiorano sempre di più: in Libia ed Egitto i due Paesi sono su posizioni diametralmente opposte, mentre in Siria si provocano continuamente. La situazione è evidentemente molto complicata e non sarà facile per Obama tirarsi fuori da quello che viene storicamente definito ginepraio mediorientale. Definizione che, visto il quadro appena descritto, appare quanto mai appropriata.

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Michele Pentorieri

Nasce a Napoli nel 1991. Dopo aver conseguito la maturità classica, si iscrive alla facoltà di Scienze Politiche dell’Università degli Studi di Napoli “L’Orientale”, dove si laurea nel 2012. Consegue la Laurea specialistica con lode in Relazioni Internazionali presso la LUISS “Guido Carli", attualmente impegnato in un tirocinio all'IFAD.
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